Messaggio del Vescovo per il Natale 2016

LA SPERANZA NON DELUDE

L’affermazione di Paolo sulla speranza lascia trapelare un modo originale di concepire l’incarnazione del Verbo di Dio. Quando egli afferma che questa speranza è priva di qualsiasi disincanto, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori (cf. Rm 5,5), spiega che, in un momento compiuto della storia (cf. Gal 4,4), il significato dell’amore ha subito una radicale trasformazione. La festa del natale, che è festa di luce e di pace, si contestualizza, almeno da un punto di vista cristiano, all’interno di questa verità, ravvisabile nella nostalgia di voler fare del bene. È ormai una costante che a natale si senta il bisogno di riconciliarsi, cioè di ripristinare relazioni, avviare prospettive, dischiudere occasioni, concretizzare incontri. Il desiderio di essere più buoni risponde all’atto salvifico di Dio, manifestatosi definitivamente nel modo con cui egli si è reso vicino all’umanità. Quel modo è stato rivelato nella persona di Gesù di Nazareth che i discepoli cominciarono a riconoscerlo come il Verbo incarnato.

Ci si chiede perché l’equivalenza Gesù-Verbo divenne così naturale tra i discepoli, al punto da additarlo come Colui che deve passare avanti (cf. Gv 1,15) e tracciare la via santa (cf. Is. 35,8) del compimento di ogni esistenza. La risposta è semplice. Essa è legata alla manifestazione dell’amore di Dio nella gestualità di Gesù. Se le parole lasciano attoniti, i gesti esaltano il suo svelamento. Il tratto di tenerezza, che fluisce prodigalmente dai suoi incontri con la gente, è sufficiente per capire come quest’amore, inusitato ma costitutivo di un’esistenza nuova, divenga la misura alta da cui partire. Si tratta di una gestualità che si commisura ad un livello superiore: la ferma decisione di esprimere una co-esistenza che è donazione solidale e gratuita di sé. Quando l’autore del quarto vangelo rammenta che il Verbo di Dio ha voluto collocare la sua tenda in mezzo agli uomini (Gv 1,14), fa capire che la speranza, nella prospettiva dell’amore di Dio, è entrata definitivamente nel modo di incontrarsi, riproporsi, rinnovarsi della gente sensibile all’annuncio dell’evangelo.

L’amore di Dio, riversato nei nostri cuori, altro non è che quel modo d’incontrare gli altri, conosciuto e assimilato nel contatto con Gesù. La festa del natale ricorda quest’istanza evangelica, cioè quelle operazioni di bene che hanno radici nella sequela di Cristo. Non è così facile perdonare le persone da cui si riceve il male, come pure soffocare sul nascere ogni forma di giudizio che è accusa deleteria a scapito dell’altro; occorre prendere consapevolezza di cosa vuol dire essere stati generati dall’amore di Dio, incarnato nella persona di Gesù. Ciò significa che al sacramento del battesimo, quale momento speciale di rinascita, segue una disciplina, un’applicazione del sacramento che perpetua il processo dell’incarnazione. Fare del bene agli altri, soprattutto quando essi non lo meritano, e disporre di sé per vincere ogni forma di pregiudizio, nella consapevolezza che chi offende l’altro procura una grave offesa nei confronti dell’immagine e somiglianza divina, significa permettere al Verbo di Dio, incarnatosi una volta per sempre, di prolungare gli effetti della sua incarnazione.

E questi effetti fondano la spazialità del Regno di Dio: la sua dilazione sempre più dirompente nella storia dell’umanità. Dal momento in cui quest’amore è entrato nel mondo (cf. Eb 1,6), cioè si è autoproposto calco di relazioni nuove, non si può ignorare una condizione che è motivo di speranza, consolazione, novità: l’umanità interagisce dentro l’orizzonte nuovo del Regno di Dio. Non si tratta semplicemente di una coabitazione pacifica tra Dio e l’uomo (cf. Sal 139,1-10), ma di una effettiva “incarnazione”, secondo la quale Dio, mediante la generosa donazione di Cristo, è definitivamente entrato nell’intimo dell’umanità creata. Ciò avvia chiaramente un processo di ri-creazione (cf. 2Cor 5,17), ma soprattutto svela una scelta inopinata: la storia dell’umanità è ormai dentro lo spazio del Regno di Dio. Anche se la sua azione è impercettibile – esso è un seme minuto (cf. Mc 4,30-32), un esiguo lievito di farina (cf. Mt 13,33) – le sue operazioni sono straordinarie: non soltanto per gli effetti che produce, ma anche per ciò che è accaduto all’umanità dal momento in cui, mediante l’incarnazione del Verbo di Dio, è irrotto nel mondo.

I drammi dell’umanità: la perdita del lavoro, la dipartita di una persona cara, il sopruso delle attività mafiose, la solitudine, l’emarginazione, il narcisismo, l’individualismo stanno sempre più dissipandosi a fronte di questo Regno, il cui annuncio, mediante l’incarnazione del Verbo, si è definitivamente approssimato (cf. Mc 1,15). La sua azione, discreta ed energica, agisce nella bontà di coloro che custodiscono integra la speranza. È la certezza del bene a lasciare nell’umanità una consolante percezione: il Regno di Dio, inaugurato con l’incarnazione del Verbo, ha assunto i tormenti dell’umanità: le disperazioni, le lontananze, i sospetti, le angosce, affinché ciascuno senta che è vinta la solitudine del proprio dolore, che si è dipanata, tra gli angusti orizzonti del male subito, la potenza di questo Regno d’amore e di pace. Papa Francesco, nell’Enciclica Laudato si’ al n. 71 afferma: «Basta un uomo buono perché ci sia speranza».

Non è la solita pacca sulle spalle a generare speranza, bensì la presenza di questo Regno di Dio che è diventato l’alveo dentro cui si muove l’agire dell’umanità. Dal giorno in cui è inaugurata la pienezza dei tempi, ovvero «quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini» (Tt 3,4), si è concretizzata la salvezza che è compagnia di Dio. Egli non potrà mai più lasciare l’umanità nella solitudine provocata dal male. Con l’incarnazione c’è anche Lui, il Verbo, che comprende, ascolta, accompagna e soprattutto si lascia coinvolgere con solidale e inaspettata condivisione. L’irruzione del Regno, che ha dato, con l’incarnazione del Verbo di Dio, un nuovo assestamento al modo di interagire dell’umanità, ha provocato – afferma Giovanni Crisostomo – «un nuovo accesso alla grazia: che siamo ritenuti degni di conoscere Dio, che veniamo liberati dall’errore, che conosciamo la verità, che grazie al battesimo otteniamo ogni sorta di benedizione». La festa del natale ricorda chiaramente l’approssimarsi di Dio, accaduto con Gesù, ma ancor di più la possibilità che l’umanità, dal momento in cui interagisce con se stessa e con Dio dentro il suo Regno d’amore, possa riscattarsi mediante quel bene che già custodisce e prelude all’avvicendamento dei tempi nuovi.

+ Rosario Gisana

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