Monthly Archives: Luglio 2017

Pellegrinaggio alla Cattedrale

I 12 Vicariati in Cattedrale per il Novenario di Maria Ss. delle Vittorie

Tra le iniziative programmate per il bicentenario della diocesi, l’Ufficio Liturgico diocesano, ha programmato il pellegrinaggio alla Cattedrale dei 12 Vicariati nell’arco della quindicina in preparazione alla festa della Patrona della città e diocesi di Piazza Armerina Maria Ss. delle Vittorie che si festeggia nella solennità dell’Assunzione in Cielo di Maria il 15 agosto.
La Cattedrale è la principale chiesa dove nell’arco di quest’anno Giubilare, concesso dalla Penitenzeria Apostolica in occasione del bicentenario, si potrà ogni giorno lucrare l’indulgenza.
Il pellegrinaggio dai vicariati avrà inizio il 31 luglio e si concluderà l’11.
Sarà il vicario Foraneo di ogni comune a presiedere il pellegrinaggio e la Celebrazione Eucaristica in Cattedrale ai piedi dell’icona di Maria Ss. delle Vittorie. I fedeli di ogni vicariato animeranno la Celebrazione Eucaristica che avrà inizio alle ore 19 e nel corso della Celebrazione ogni Vicariato presenterà un omaggio floreale alla Patrona della Diocesi.

NOVENARIO DELLA MADONNA DELLE VITTORIE ANIMATO DAI 12 VICARIATI *

  • Martedì, 1 agosto – Vicariato di Butera ed Enna
  • Mercoledì, 2 agosto – Vicariato di Niscemi
  • Giovedì, 3 agosto – Vicariato di Villarosa – Villapriolo
  • Venerdì 4 agosto – Vicariato di Barrafranca
  • Sabato, 5 agosto – Vicariato di Piazza Armerina
  • Martedì, 8 agosto – Vicariato di Gela
  • Mercoledì, 9 agosto – Vicariati di Aidone, Mazzarino e Valguarnera
  • Giovedì, 10 agosto – Vicariato di Pietraperzia
  • Venerdì, 11 agosto – Vicariato di Riesi

* Le date sono indicative, ogni Vicariato potrà concordare con l’Ufficio Liturgico il giorno del pellegrinaggio.

Avviso per gli Insegnanti IRC

a T. I. (ruolo) di Religione Cattolica della Diocesi

L’ufficio diocesano scolastico rende noto, in seguito all’Ordinanza Ministeriale n. 220 del 12/4/2017, concernente le utilizzazioni relative agli insegnati IRC, he i docenti di ruolo di ogni ordine e grado, interessati, per contrazione di ore nelle scuole di insegnamento e/o per richieste di sistemazione diversa da quella attuale nella diocesi, e che la DOMANDA di UTILIZZAZIONE, scaricabile dai siti del MIUR e dei sindacati, deve essere presentata, attraverso la scuola di servizio, all’ufficio  MIUR di Enna, dal 26 luglio al  5 Agosto 2017.

Ai fini di accelerare la pratica della richiesta, è opportuno inviare copia della stessa domanda a questo ufficio diocesano. Si fa presente, la richiesta è sempre soggetta ad autorizzazione da parte dell’Ufficio Diocesano.

Il Direttore Ufficio IRC – Don Ettore Bartolotta

  comunicazione-Insegnanti-Ruolo-per-mobilita-2017.doc

Deceduto don Carmelo Bilardo

Nella mattinata di giovedì 13 luglio, segnato dalla malattia, ha chiuso la sua giornata terrena, don Carmelo Bilardo, parroco della parrocchia Santa Maria Maggiore (Madonna del Mazzaro) e Vicario Foraneo in Mazzarino. Aveva 73 anni, era nato a Mazzarino l’1 dicembre del 1943 ed era stato ordinato sacerdote da mons. Antonino Catarella il 29 giugno del 1968.
I funerali sono stati celebrati nella sua Parrocchia nel pomeriggio di venerdì 14 luglio dal vescovo mons. Rosario Gisana e concelebrati da diversi sacerdoti.

Campo Scuola – Azione Cattolica dei Ragazzi

24 – 27 luglio – Salesiani Montagna Gebbia

Amici…pronti a trascorrere la vostra estate insieme a noi?? E si perché non dimenticate che l’AC non va in vacanza! Anche quest’anno vogliamo che questo sia un “Tempo Eccezionale” per tutti noi e il nostro percorso sarà accompagnato dall’ Enciclica “Laudato Sì” del nostro caro Papa Francesco.
Quest’anno conosceremo la figura di San Francesco d’Assisi modello e immagine dell’amore di Cristo, chiamato da Gesù Crocifisso a “riparare la casa di Dio”.
Una grande occasione, per Acierrini ed Educatori, per riflettere, pregare e vivere la propria scelta di “apostolato missionario”, nella convinzione che la Chiesa non esiste per essere chiusa in sé, ma è dono per tutti , è aperta, accogliente, docile e disponibile a farsi prossima “si prende cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili”.
L’invito “Va’ e ripara la mia casa” diventa un mandato per ogni ragazzo a scegliere di vivere la propria fede nell’ascolto della Parola, impegnandosi nella cura della casa comune, per essere strumento di pace e misericordia.

STRUTTURA del CAMPO

I contenuti del campo sono articolati in 4 giornate ritmate da momenti precisi, frutto del desiderio che ogni momento sia vissuto in pienezza:

  • Preghiera del mattino: momento di lode e di ringraziamento per il dono della nuova giornata e del percorso che i ragazzi si apprestano a vivere.
  • Annuncio : – costruzione dell’ambientazione;
  • proclamazione del brano biblico scelto;
  • drammatizzazione.
  • Attività : è il momento in cui l’esperienza di Giuseppe aiuta ciascun ragazzo a compiere scelte libere e coraggiose. La Parola ascoltata parla alla vita attraverso un’attività di analisi-confronto.
  • Regola di vita: è un tempo personale in cui ognuno sceglie un posto isolato vivendo in compagnia del Signore.
  • Laboratorio creativo : ogni ragazzo costruisce l’oggetto simbolo di questa meravigliosa esperienza.
  • Celebrazione : nel silenzio, nel canto e nella preghiera, si elevano al signore il frutto della giornata e le novità scoperte.
  • Grande Gioco : divisi in squadre, i ragazzi rivivono attraverso il gioco, il messaggio scoperto nell’attività della mattina.
  • Preghiera della sera : sullo schema della Compieta, questo momento aiuta i ragazzi a prendere coscienza di tutto ciò che hanno vissuto per affidarlo al Signore

Note tecniche

  • Il campo scuola si terrà dal 24 al 27 Luglio presso la struttura estiva dei Salesiani a Montagna Gebbia (Piazza Armerina) ed è aperto a tutti i bambini, di tutte le Parrocchie, dagli 8 ai 12 anni (scuola 2° media frequentanti).
  • L’arrivo dei partecipanti è previsto per il 24 Luglio alle ore 10.00, la giornata prevede il pranzo a sacco. Il campo si conclude il 27 con la Celebrazione Eucaristica intorno alle 18.00.
  • Quota di partecipazione € 85,00 per i soci, per i non tesserati è di  € 90,00 per coprire le spese assicurative.
  • Cosa portare: lenzuola, tovaglie, il necessario per la piscina e la cuffia; torcia, colori (a matita e pennarelli), forbicine e colla stick,
    Vi consigliamo di confermare la partecipazione entro il 15 luglio 2016.
  • A conclusione del campo scuola, si invitano i genitori dei ragazzi a partecipare alla SS. Messa, il 27 Luglio alle ore 16.00. Seguirà un momento di fraternità (i genitori possono portare un dolce da condividere con bambini e animatori).

Vi è la possibilità, per i genitori, di poter pranzare insieme ai bambini e agli animatori, giovedì 27 Luglio. Si prega di dare conferma entro il 24 Luglio.

lettera-campo-scuola-2017-1.pdf

Autorizzazione-Campo-Scuola.docx

Per informazioni
Giuseppina Zaffora 340-1578046
Tiziana Buono 380-3295967
Mariella Barone 350-5401738
Don Emiliano Di Menza 339-5256512

Omelia del Cardinale Francesco Montenegro

In occasione dell’Apertura del Giubileo per il Bicentenario della Diocesi di Piazza Armerina

Buon compleanno! Festeggiare un compleanno riempie il cuore di gioia, fa provare sentimenti di gratitudine, e invita a sfogliare l’album dei ricordi, lo, a questi, aggiungerei un altro sentimento, il compleanno è un traguardo che più che guardare indietro fa guardare avanti, perché segna un cammino da proseguire. L’amore, infatti, non guarda solo indietro ma punta lo sguardo in avanti! Per cui il compleanno è la possibilità di caricarsi di speranza. Se ciò vale per tutti, vale soprattutto per una Chiesa, quale la vostra, che ricorda i duecento anni della costituzione. Non è possibile raccontare e misurare ciò che una Chiesa ha compiuto in un simile tempo di duecento anni. Si ricordano tanti eventi determinanti che hanno fatto e fanno la storia di questa chiesa, ma di tanti altri nessuno può esserne a conoscenza. Eppure la grazia di Dio ha lavorato molto spesso ha lavorato in silenzio! Sono stati momenti vissuti nel segreto di un’ alleanza che ha significato amicizia, perdono, promesse, peccato. Ma il fatto che oggi siamo qui a render grazie significa che siamo consapevoli che il tempo passato è stato tempo di grazia in cui la Provvidenza ha operato nella Chiesa di Piazza Armerina, e in particolare nei cuori dei tanti uomini, santi e no, che sono stati costruttori di una storia che, nonostante tutto o per dono di Dio, hanno reso questa chiesa “sposa bella, amata dal suo sposo”. Penso ai Vescovi, presbiteri, ministri, consacrati, fedeli che in questi anni hanno arricchito della loro presenza e vitalità questa Chiesa Siamo qui per pregare il Signore perché vi aiuti a continuare il cammino sulla via che il passato vi ha consegnato e che ora a voi tocca riempire di altari come quelli che Abramo costruiva nel suo peregrinare per ricordare e segnare l’amicizia col Signore. Il passato è come le radici di un albero che permettono all’albero di crescere e alla chioma di allargarsi sempre più per consentire il riposo a chi è stanco, la frescura a chi fatica e ha bisogno di un po’ di ritemprarsi e la frutta a chi ha finito la sua riserva. È significativo che questo incontro avvenga nella festa di S. Tommaso apostolo. È come se il Signore volesse tracciare le ,coordinate del futuro di questa Chiesa. Chiede di sentirvi sempre “familiari di Dio” e di non perdere di vista che “anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito”. Vi chiede di essere presenza del Dio vivo in questo territorio. Il Vangelo poi ha messo dinanzi la figura di un Tommaso amareggiato, disorientato, impaurito e deluso, che ha perso il senso di tutto: la fede, la speranza, il futuro. Dio. Quando gli amici gli raccontano di avere visto Gesù, lui, pensando alla viltà di tutti, si indurisce. Il Risorto allora prende l’iniziativa e lo meraviglia ponendosi davanti a lui con la forza dell’amore che tutto risana e ricuce, diventando per lui “sorpresa”. In più, chiedendogli di toccarlo è come se lo invitasse – ci invitasse – a sporcarci le mani nelle ferite degli uomini, ad accostarci alle situazioni martoriate e abbandonate.

Leggo tutto questo come una richiesta alla chiesa di Piazza Armerina di rendersi sempre più riconoscibile, ora e dopo, come chiesa della misericordia. La Chiesa è la continuazione di Cristo oggi. La vostra Chiesa, come ogni chiesa locale, sia sempre più come Gesù che è stato profondamente radicato nel suo tempo, che ha dimostrato una grande familiarità con le vicende che segnano la vita degli uomini. È stato un uomo di strada, di un’ umanità calda, sensibile verso quanti lo avvicinavano, specialmente se erano ritenuti i più lontani da ogni benedizione divina. La Chiesa è carità (S. Ignazio la chiamava così) non una chiesa che fa la carità. È Chiesa che serve perché ama e che ama perché serve, perché se non serve non serve a niente. Chiesa che parla di salvezza ma che aiuta a vivere da salvati già da ora. Che parla di Dio, ma che aiuta i cristiani a esserlo (<non sono io a vivere ma è Cristo che vive in me>) o almeno a svelarlo. Non solo esperta in umanità, ma immessa nell’umano, “capace di comprensione e di perdono, di accoglienza e di sorriso, di lacrime e di ebbrezze. In cui i credenti sono disponibili all’ascolto e ali’ attesa, al credito e al compatimento, all’indulgenza e ali’ incoraggiamento” (Bello). Una chiesa che prima mostra benevolenza, e poi beneficenza. Questa infatti è frutto della benevolenza. Capace di offrire all’umanità disorientata, logorata e priva di memoria, testimonianze credibili della speranza cristiana, rendendo visibile l’amore di Dio e offrendo all’uomo smarrito le ragioni per sperare. Una chiesa che aiuta a cercare la presenza di Dio non solo nei templi, ma anche nei fatti della storia, perché sa che Dio è sempre presente là dove c’è un uomo che soffre. Una chiesa che non deve scegliere di schierarsi coi poveri perché, come è stato per Gesù, è già di fatto da sempre schierata con loro. Una chiesa che, leggendo la storia del Samaritano, scopre la necessità della sua presenza nella strada dove sono presenti uomini e donne, “mezzo morti” – “carne sanguinante di Cristo” – che portano le ferite di ogni specie di violenza, sia nel corpo che nello spirito. Una Chiesa che non chiude gli occhi o fa il saltello dall’ altra parte della strada – quella sbagliata – quando incontra situazioni di crisi, di ferite o di strappo, ma tocca quelle piaghe, come Gesù fece col lebbroso.

Una Chiesa che si lascia inquietare dal suo Dio spesso scomodo. Che perciò parla con la samaritana, con l’adultera, che non si vergogna di andare a casa di Zaccheo, che prepara la festa per il figlio che ha voltato le spalle e ha deluso, che rivaluta i rottami della società. Una chiesa così è una Chiesa “estroversa”, accogliente, “in uscita” come la definisce papa Francesco, senza pareti e senza tetto, aperta a tutti, capace di accogliere tutti (Bel-Jo), “fontana del villaggio”.

Una Chiesa che serve come il sale che da sapore sciogliendosi, come la candela che fa’ luce consumandosi, come il lievito che fermenta mescolandosi con la farina, come il chicco che sì fa grano marcendo. Non la Chiesa dei riti senza vita, delle tradizioni senza Vangelo, delle pratiche stanche. Ma, piuttosto, la Chiesa che fa esperienza del Risorto, che Lo incontra nella storia e che è capace di evangelizzare tenendo in mano assieme alla Bibbia il grande libro della storia – non solo quella scritta ma quella vissuta tutti i giorni – dove s’incontrano ragazzi che si bucano, donne che si prostituiscono, anziani soli che dipendono dal gratta e vinci, disperati che fanno ricorso agli usurai, mafiosi che fanno pagare il pizzo, uomini corrotti…

Una Chiesa che va incontro, cerca i lontani e arriva agli incroci delle strade per invitare al banchetto gli esclusi. Perché questo avvenga, papa Francesco ripropone la “conversione pastorale”, cioè che passi da una visione burocratica, statica e amministrativa della pastorale a una prospettiva missionaria. È la sfida da cogliere per costruire un futuro diverso. Una Chiesa che sa che il suo compito principale è l’annuncio del Vangelo. Ma come spiega il Papa, lega l’evangelizzazione alla realtà che si vive ogni giorno, ai temi e alle problematiche della giustizia, della dignità, dello scoraggiamento, della disperazione, del futuro per nulla sereno di tantissime persone. Un annuncio del Vangelo che non tocca, non giudica e non interpella la vita e i fatti che avvengono è sfasato e dissociato dalla realtà.

Vado verso la conclusione. Un soldato, nel “Quo vadis”, domandò a Pietro: “Cosa portate voi cristiani? La Grecia ha portato la bellezza, Roma il diritto, e voi?” “Noi portiamo l’amore”, rispose Pietro.

Pensando a una chiesa in uscita, che sta per strada, che gioiosamente parla del Risorto e sta con e tra loro con la leggerezza dell’amore, e non con la pesantezza delle strutture spesso arrugginite, vi auguro che vi possiate stancare d’amore. Lasciate che in questo momento pensi anche alla mia Chiesa agrigentina. L’augurio lo faccio diventare preghiera usando le parole della Debrel: “Signore, penso che tu forse ne abbia abbastanza / della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero, / di conoscerti con aria da professore, / di raggiungerti con regole sportive, / di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato. Un giorno in cui avevi un po’ voglia d’altro / hai inventato san Francesco, / e ne hai fatto il tuo giullare. / Lascia che noi inventiamo qualcosa / per essere gente allegra che danza la propria vita con te.

Facci vivere la nostra vita, / Non come un gioco di scacchi dove tutto è calcolato, / Non come una partita dove tutto è difficile, / non come un teorema che ci rompa il capo, / Ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si rinnova, / come un ballo, / fra le braccia della tua grazia, / nella musica che riempie l’universo d’amore. / Signore, vieni ad invitarci.

Maria delle Vittorie e S. Gaetano, vostri protettori vi siano modelli sicuri e amabili compagni di viaggio in questo cammino che guarda fiducioso e speranzoso al futuro. Auguri!

Omelia-Card-Montenegro.doc

Discorso di apertura dell’Anno Giubilare per il Bicentenario

Cattedrale, 3 luglio 2017

L’indizione di quest’anno giubilare, che ricorda la fondazione della nostra Diocesi con la bolla pontificia Romanus Pontifex del 3 luglio 1817 da parte di Pio VII, costituisce un’occasione propizia per rivisitare il nostro cammino di conversione. Il giubileo, stando a quello che suggerisce Lv 25,9-11, è considerato un tempo di speciale riflessione, dalla quale scaturisce un duplice desiderio: migliorare quel processo di santificazione che è conoscenza dell’agire di Dio nella nostra vita ed accogliere, in maniera solidale, chi vive una condizione di marginalità. Non possiamo dimenticare che è stato appena concluso l’anno straordinario, dedicato da Papa Francesco alla misericordia del Padre, durante il quale abbiamo compreso che le opere di misericordia debbano diventare stile di vita credente. La misericordia del Padre, la cui conoscenza passa attraverso le misure traboccanti dell’amore di Cristo, ci ha indotto a mutare radicalmente il modo di relazionarci con gli altri, mirando soprattutto a quella pratica di misericordia che è il perdono senza condizioni.

Quest’atteggiamento, costitutivo di un’autentica scelta discepolare, può essere considerato un felice preludio a vivere il nostro Bicentenario, con una disposizione adeguata ad assimilare quanto lo Spirito dice alla nostra comunità ecclesiale. Quello che conta infatti è saper ascoltare, con semplicità di cuore, i suggerimenti che il Signore ci ispirerà lungo quest’anno, lasciando che neppure un apice sia trascurato per nostra inettitudine (cfr. Mt 5,18). Essi riguarderanno certamente la crescita di fede nelle nostre comunità, prendendo le mosse anzitutto da una maggiore attenzione verso coloro che soffrono la povertà a diversi livelli. Il cammino di conversione richiede tale impegno: una verifica importante che esplicita e sviluppa la nostra relazione con Dio (cfr. 1Gv 4,20).

L’anno giubilare è un richiamo energico ad ascoltare il proprio Signore, una sorta di ripercussione che è eseguita, in maniera altisonante, sulle nostre orecchie, stando ovviamente al senso del termine ebraico lbeîAy (corno di ariete), da cui prende l’accezione «giubileo». Si tratta di parole che esortano, consolano, ammoniscono, insegnano (cfr. 2Tm 4,2-5). Ascoltare la risonanza della parola che Dio vorrà rivolgerci, già a partire da oggi, significa disporci concretamente ad accogliere un’istruzione sapienziale che intende non soltanto sollecitare un cambiamento, che è sempre necessario nell’avanzamento spirituale e morale del discepolato, ma assicurare altresì di essere accompagnati dal Signore, il quale – ci ricorda l’orante del Sal 35,1 – combatte le nostre battaglie e difende le nostre cause.

L’esperienza giubilare riguarderà, prima di ogni cosa, la prossimità del Signore nella nostra vita di fede. Pur avendo conoscenza più o meno confacente al suo mistero di rivelazione, torneremo ad incontrarlo in modo nuovo. Egli rivelerà quello di cui la nostra comunità ecclesiale ha particolarmente bisogno, a partire dalla persuasione che il suo amore fonda e qualifica le nostre testimonianze, che non sempre sono state secondo le esigenze del vangelo. Sentiamo ponderosa l’ammonizione che lo Spirito di Gesù rivolge all’angelo della chiesa di Efeso: «Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima» (Ap 2,4), ove chiaramente l’attributo prw/toj (primo) in relazione al termine avga,ph (amore) sta ad indicare la condizione primigenia della nostra chiamata (cfr. 1Cor 7,24), personale e comunitaria. La comunione ecclesiale scaturisce dai nostri quotidiani assensi all’amore di Dio, quell’adesione che non sempre, purtroppo, è stata corrispondente alla sollecitudine misericordiosa di Cristo. L’anno giubilare consentirà un serio ravvedimento, e sarà proprio la parola che Dio ci farà ascoltare a ridestare la nostalgia del primo incontro. Tornare ad innamorarsi del vangelo, lasciando che esso conformi la nostra vita a quella di Gesù, costituisce un forte nodo di conversione, ma anche la giusta modalità per ripristinare una relazione forse logora, stanca e priva di mordente: un anno dunque che permetta a ciascuno di scorgere le meraviglie che il Signore sta compiendo per questa sua sposa, che è la nostra Chiesa particolare. È necessario pertanto imparare ad ascoltare lo Spirito Santo, dal quale coglieremo la giusta disposizione a stare davanti a Dio, prendendoci cura dei nostri fratelli più poveri.

Non è possibile confessare la fede in Cristo, senza renderci conto dei tanti bisogni che le persone vivono, sovente le persone vicine con le quali condividiamo gli aneliti più intimi. Quanta povertà esiste attorno a noi e non soltanto quella materiale. La mancanza di amorevolezza, dalla quale nascerebbero amicizie fraterne, è forse l’indigenza più comune che si intravede nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità e nel nostro presbiterio. Lo Spirito Santo invita la sposa di Cristo ad assumere un atteggiamento di attesa, come riferisce Ap 22,17, il cui sentimento esplicita un preciso desiderio: la venuta di Cristo. Quest’attesa reclama il compimento del piano d’amore per l’umanità, alludendo certo alla seconda venuta di Cristo, ma non escludendo quell’apertura d’animo che è tipica di chi sperimenta un sentimento di tristezza per l’assenza di colui che si ama al di sopra di tutto (cfr. Mt 9,15; Gv 16,20-24). È opportuno, probabilmente, non dare per scontato questo desiderio di vedere Gesù, come se fosse un sentimento estremo per gli ultimi istanti della vita. Sarebbe pregevole se, al contrario, esso caratterizzasse il nostro modo di testimoniare il vangelo: la nostra credibilità di discepoli di Cristo.

Quest’anno giubilare può aiutarci, dietro sollecitazione dello Spirito Santo, ad avvertire quest’assenza che, nella provvisorietà del tempo, si tramuta in ansia spettante che è ricerca premurosa del proprio Signore. Conosciamo molto bene i luoghi sacramentali della sua presenza, sempre attiva ed efficace, in mezzo a noi. A partire anzitutto dall’ascolto orante della parola di Dio. È la ragione perché vogliamo avviare la pratica della lectio divina in tutte le comunità della nostra diocesi: un modo di pregare che è retaggio spirituale della Chiesa, mediante il quale, lasciandoci istruire dalle parole del Maestro proprio come discepoli in attesa di parole benefiche, vediamo mutare la nostra mentalità che talvolta condiziona e altera l’accoglienza degli altri. La parola di Dio, pregata e meditata, aiuta a strutturare il nostro pensiero, a renderlo certamente più puro e docile nel constatare la bellezza di verità che si cela negli altri. È dall’ascolto orante della parola di Dio che la nostra sensibilità si assimila a quella di Gesù, fino al punto da pensare ed agire come pensa e agisce lui (cfr. Fil 2,5). Reputiamo che, in questa fase di attesa, l’aspirazione più grande sia quella di somigliare più che è possibile alla sua persona.

Rientra in questo proposito di conversione anche la missione popolare. È chiaro che non si tratta di un’iniziativa che dovrà, in qualche modo, riempire lo svolgimento dell’anno giubilare, ma un preciso impegno che connoterà il nostro cammino discepolare in attesa del Signore: un compito che assumiamo per accompagnare la venuta di Cristo. Questo zelo di apostolato non è legato soltanto alla situazione precaria che vive la maggior parte della gente, inconsapevole o distratta della presenza del Regno di Dio in mezzo a noi, bensì all’impulso veemente che ha provocato il vangelo nel momento in cui abbiamo incontrato Gesù. È infatti l’effetto di quest’incontro a generare tale priorità.

Certo, le persone che non conoscono il Signore ci stanno a cuore, ma ciò che sollecita primariamente il desiderio di parlare di lui, che costituisce spesso un primo annuncio, è la gioia di aver scoperto la perla più preziosa (cfr. Mt 13,44-46) che ha qualificato, arricchito, elevato il senso della nostra vita. Come si fa a restare inoperosi di fronte a questo bisogno di conoscenza, tenendo conto di due aspetti essenziali: il primo riguarda proprio la scoperta di questo tesoro che, pur custodendolo come in vasi di creta nella nostra umanità (cfr. 2Cor 4,7-15), esige di essere diffuso sino ai confini della terra (cfr. Mt 28,19; At 1,8); e, in secondo luogo, quello che raccomanda Papa Francesco in Evangelii Gaudium al n. 97 sull’identità della Chiesa, sposa di Cristo: « [Bisogna mettere] la Chiesa in movimento di uscita da sé, di missione centrata in Gesù Cristo, di impegno verso i poveri. Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali! Questa mondanità asfissiante si sana assaporando l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio».

Questi impegni, che dovranno plasmare uno stile di testimonianza, si raccordano a due segni permanenti, che reputiamo espressivi di una Chiesa in attesa del Signore. L’ascolto della parola di Dio, accompagnato dalla necessità di far conoscere la bellezza del vangelo, porta ad una constatazione che è anche un bisogno: la formazione spirituale e teologica dei credenti. Oltre alla scuola di Teologia, oggi polo FAD, cioè formazione sincrona a distanza, collegata con l’Istituto Superiore di Scienze Religiose S. Metodio di Siracusa, abbiamo ritenuto opportuno che si riprenda la scuola di Teologia di base itinerante. L’aspetto diffusivo è lo scopo principale di questa proposta-segno. Tale formazione infatti è offerta a tutti, senza alcuna distinzione e al di là dei titoli di studio. Essa intenderà promuovere una conoscenza articolata della dottrina cristiana, altamente qualificata e al contempo accessibile pure a coloro che mancano di nozioni basilari. L’idea è di raggiungere quante più persone possibili, desiderose di essere introdotte all’essenza del cristianesimo.

Questo segno si congiunge ad un altro più concreto: l’attenzione ai poveri. Il nostro territorio è particolarmente colpito da situazioni di grande miseria, al punto che ogni anno lasciano le nostre città decine di famiglie in cerca di lavoro. Ma la contraddizione sta proprio nel paradosso delle risorse che ci appartengono: da quelle turistico-ambientali all’ubertosità delle nostre terre, il cui capitale sarebbe risolutivo per la nostra economia. Ci chiediamo cosa manca per ripartire con entusiasmo ed efficienza? Ci si rende conto, anche qui, che abbiamo bisogno di maggiore amorevolezza nei rapporti. Finché non ci si accoglie a vicenda, nel rispetto della creatività altrui, e soprattutto finché non spegniamo una mentalità diffidente e invidiosa, che imita, purtroppo, un atteggiamento mafioso che si addice a coloro che pensano di governare con il potere della forza e del male, non potremo mai vivificare un ambiente che sarebbe in sé stesso copiosamente prosperoso. La povertà riguarda infatti un modo di relazione, che soffoca alcuni principi fondamentali della ripresa economica, come la sussidiarietà che è rispetto delle capacità e attitudini

l’uno dell’altro, a conseguenza della quale si desterebbe in ciascuno l’istinto benefico della cooperatività. A questo dobbiamo tendere, come espressione di una conversione permanente: i discepoli del Signore sono chiamati a mostrare con segni concreti tale apertura. È in gioco la nostra testimonianza di fronte al mondo e la nostra coerenza di uditori della parola di Dio (cfr. Gc 1,19-25).

L’attenzione sollecita al territorio non ci esime dal sostenere i tanti poveri che bussano alle nostre comunità. L’ordinamento della Caritas, con la presenza dei diaconi, è un richiamo ad un servizio permanente in favore di coloro che hanno bisogno. Se prendersi cura dell’altro è costitutivo di una testimonianza, impregnata del vangelo del Regno (cfr. Mt 9,35), la solidarietà verso i poveri dovrà sempre più connotare il nostro modo di fare pastorale. Si tratta, in altri termini, di collocare il bisogno dell’altro al centro del nostro interesse, facendolo diventare cardine dal quale si dipartono le molteplici attività di animazione. È chiaro che tutto questo non è una novità. Basta osservare il comportamento di Gesù, per capire che i piccoli del Regno non possono essere soltanto motivo di diligente attenzione, ma, nell’accoglierli prediletti del Signore, divengano quello che essi effettivamente sono: luogo sacramentale dove incontrare e far incontrare Dio. Ciò mette in discussione anche il nostro modo di essere Chiesa. Se non imbocchiamo la strada della povertà, rischiamo di evidenziare quella distanza che non consentirà di trovare il Signore; rischiamo cioè di restare ancorati alle belle ma impersonali azioni filantropiche, compiute con ingegno e prodigalità. La povertà della Chiesa, delle nostre comunità capaci di scegliere l’essenziale come stile di interazione sociale, rappresenta la grande questione che questo Giubileo potrebbe, per lo meno, affrontare con coraggio. Anche qui dovrà essere lo Spirito ad indicarci il cammino da percorrere, consapevoli che la povertà rimane la meta più significativa di un processo di conversione che si avvia, se in noi si ridesta quell’amore che è amicizia con Gesù (cfr. Gv 21,15-19).

La sposa, sollecitata dallo Spirito, fa memoria della salvezza operata dallo Sposo, della sua autodonazione che, mediante la morte in croce, l’ha resa «tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,27). Guardando così ai nostri testimoni che ci hanno preceduto, laici, diaconi e presbiteri, constatiamo come Dio non abbia smesso di articolare e realizzare la sua opera di santificazione in mezzo a noi. Fare memoria di coloro che hanno saputo amare il Signore con fedeltà al vangelo, conseguendo il «premio che Dio ci chiama di ricevere lassù» (Fil 3, 14) è per noi motivo di sprone, perché la nostra vita si conformi, come quella dei nostri santi, al desiderio di vedere Gesù. Ci uniamo dunque allo Spirito, bramando la venuta del Signore, nella consapevolezza che il nostro secondo centenario è dentro quel processo di ricapitolazione che segna «la pienezza dei tempi» (Gal 4,4). Infatti, rammenta Tertulliano nel De monogamia – «il Signore ha applicato a sé stesso la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, immagini dell’inizio e della fine che si incontrano in lui. Egli l’ha fatto per mostrare che, come l’Alfa scorre verso l’Omega e l’Omega verso l’Alfa, così in lui è il progresso di ogni cosa dall’inizio alla fine ed il regresso dalla fine all’inizio, affinché ogni disegno divino, trovando il suo compimento in Colui per mezzo del quale trovò il suo inizio (cioè per mezzo della Parola di Dio fattasi carne), avesse un termine identico al suo inizio. E così in Cristo tutte le cose vengono ricondotte agli inizi».

✠Rosario Gisana

Discorso-di-apertura-bicentenario.doc

Due nuovi sacerdoti per la Chiesa di Piazza Armerina

IL 22 luglio a Villarosa e il 12 Agosto a Butera

Sono 2 i nuovi sacerdoti che saranno ordinati da mons. Rosario Gisana. Sabato 22 luglio alle 18.30 nella chiesa Madre di Villarosa sarà ordinato don Alessio Maria Aira. Don Alessio ha 31 anni ed ha maturato la sua vocazione nella chiesa Madre di Villarosa.
Sabato 12 agosto alle 18.30 nella chiesa Madre di Butera nella sarà ordinato don Calogero Giuliana. Don Rocchelio ha 28 anni ed ha maturato la sua vocazione nella parrocchia San Rocco di Butera.

I due prossimi sacerdoti si sono formati presso il Seminario Vescovile di Piazza Armerina, frequentando la Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia a Palermo dove hanno conseguito il grado Accademico del Baccellierato.
Don Alessio e don Rocchelio erano stati ordinati diaconi il 6 settembre dello scorso anno nella Cattedrale di Piazza Armerina.

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