Omelia del Cardinale Francesco Montenegro

In occasione dell’Apertura del Giubileo per il Bicentenario della Diocesi di Piazza Armerina

Buon compleanno! Festeggiare un compleanno riempie il cuore di gioia, fa provare sentimenti di gratitudine, e invita a sfogliare l’album dei ricordi, lo, a questi, aggiungerei un altro sentimento, il compleanno è un traguardo che più che guardare indietro fa guardare avanti, perché segna un cammino da proseguire. L’amore, infatti, non guarda solo indietro ma punta lo sguardo in avanti! Per cui il compleanno è la possibilità di caricarsi di speranza. Se ciò vale per tutti, vale soprattutto per una Chiesa, quale la vostra, che ricorda i duecento anni della costituzione. Non è possibile raccontare e misurare ciò che una Chiesa ha compiuto in un simile tempo di duecento anni. Si ricordano tanti eventi determinanti che hanno fatto e fanno la storia di questa chiesa, ma di tanti altri nessuno può esserne a conoscenza. Eppure la grazia di Dio ha lavorato molto spesso ha lavorato in silenzio! Sono stati momenti vissuti nel segreto di un’ alleanza che ha significato amicizia, perdono, promesse, peccato. Ma il fatto che oggi siamo qui a render grazie significa che siamo consapevoli che il tempo passato è stato tempo di grazia in cui la Provvidenza ha operato nella Chiesa di Piazza Armerina, e in particolare nei cuori dei tanti uomini, santi e no, che sono stati costruttori di una storia che, nonostante tutto o per dono di Dio, hanno reso questa chiesa “sposa bella, amata dal suo sposo”. Penso ai Vescovi, presbiteri, ministri, consacrati, fedeli che in questi anni hanno arricchito della loro presenza e vitalità questa Chiesa Siamo qui per pregare il Signore perché vi aiuti a continuare il cammino sulla via che il passato vi ha consegnato e che ora a voi tocca riempire di altari come quelli che Abramo costruiva nel suo peregrinare per ricordare e segnare l’amicizia col Signore. Il passato è come le radici di un albero che permettono all’albero di crescere e alla chioma di allargarsi sempre più per consentire il riposo a chi è stanco, la frescura a chi fatica e ha bisogno di un po’ di ritemprarsi e la frutta a chi ha finito la sua riserva. È significativo che questo incontro avvenga nella festa di S. Tommaso apostolo. È come se il Signore volesse tracciare le ,coordinate del futuro di questa Chiesa. Chiede di sentirvi sempre “familiari di Dio” e di non perdere di vista che “anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito”. Vi chiede di essere presenza del Dio vivo in questo territorio. Il Vangelo poi ha messo dinanzi la figura di un Tommaso amareggiato, disorientato, impaurito e deluso, che ha perso il senso di tutto: la fede, la speranza, il futuro. Dio. Quando gli amici gli raccontano di avere visto Gesù, lui, pensando alla viltà di tutti, si indurisce. Il Risorto allora prende l’iniziativa e lo meraviglia ponendosi davanti a lui con la forza dell’amore che tutto risana e ricuce, diventando per lui “sorpresa”. In più, chiedendogli di toccarlo è come se lo invitasse – ci invitasse – a sporcarci le mani nelle ferite degli uomini, ad accostarci alle situazioni martoriate e abbandonate.

Leggo tutto questo come una richiesta alla chiesa di Piazza Armerina di rendersi sempre più riconoscibile, ora e dopo, come chiesa della misericordia. La Chiesa è la continuazione di Cristo oggi. La vostra Chiesa, come ogni chiesa locale, sia sempre più come Gesù che è stato profondamente radicato nel suo tempo, che ha dimostrato una grande familiarità con le vicende che segnano la vita degli uomini. È stato un uomo di strada, di un’ umanità calda, sensibile verso quanti lo avvicinavano, specialmente se erano ritenuti i più lontani da ogni benedizione divina. La Chiesa è carità (S. Ignazio la chiamava così) non una chiesa che fa la carità. È Chiesa che serve perché ama e che ama perché serve, perché se non serve non serve a niente. Chiesa che parla di salvezza ma che aiuta a vivere da salvati già da ora. Che parla di Dio, ma che aiuta i cristiani a esserlo (<non sono io a vivere ma è Cristo che vive in me>) o almeno a svelarlo. Non solo esperta in umanità, ma immessa nell’umano, “capace di comprensione e di perdono, di accoglienza e di sorriso, di lacrime e di ebbrezze. In cui i credenti sono disponibili all’ascolto e ali’ attesa, al credito e al compatimento, all’indulgenza e ali’ incoraggiamento” (Bello). Una chiesa che prima mostra benevolenza, e poi beneficenza. Questa infatti è frutto della benevolenza. Capace di offrire all’umanità disorientata, logorata e priva di memoria, testimonianze credibili della speranza cristiana, rendendo visibile l’amore di Dio e offrendo all’uomo smarrito le ragioni per sperare. Una chiesa che aiuta a cercare la presenza di Dio non solo nei templi, ma anche nei fatti della storia, perché sa che Dio è sempre presente là dove c’è un uomo che soffre. Una chiesa che non deve scegliere di schierarsi coi poveri perché, come è stato per Gesù, è già di fatto da sempre schierata con loro. Una chiesa che, leggendo la storia del Samaritano, scopre la necessità della sua presenza nella strada dove sono presenti uomini e donne, “mezzo morti” – “carne sanguinante di Cristo” – che portano le ferite di ogni specie di violenza, sia nel corpo che nello spirito. Una Chiesa che non chiude gli occhi o fa il saltello dall’ altra parte della strada – quella sbagliata – quando incontra situazioni di crisi, di ferite o di strappo, ma tocca quelle piaghe, come Gesù fece col lebbroso.

Una Chiesa che si lascia inquietare dal suo Dio spesso scomodo. Che perciò parla con la samaritana, con l’adultera, che non si vergogna di andare a casa di Zaccheo, che prepara la festa per il figlio che ha voltato le spalle e ha deluso, che rivaluta i rottami della società. Una chiesa così è una Chiesa “estroversa”, accogliente, “in uscita” come la definisce papa Francesco, senza pareti e senza tetto, aperta a tutti, capace di accogliere tutti (Bel-Jo), “fontana del villaggio”.

Una Chiesa che serve come il sale che da sapore sciogliendosi, come la candela che fa’ luce consumandosi, come il lievito che fermenta mescolandosi con la farina, come il chicco che sì fa grano marcendo. Non la Chiesa dei riti senza vita, delle tradizioni senza Vangelo, delle pratiche stanche. Ma, piuttosto, la Chiesa che fa esperienza del Risorto, che Lo incontra nella storia e che è capace di evangelizzare tenendo in mano assieme alla Bibbia il grande libro della storia – non solo quella scritta ma quella vissuta tutti i giorni – dove s’incontrano ragazzi che si bucano, donne che si prostituiscono, anziani soli che dipendono dal gratta e vinci, disperati che fanno ricorso agli usurai, mafiosi che fanno pagare il pizzo, uomini corrotti…

Una Chiesa che va incontro, cerca i lontani e arriva agli incroci delle strade per invitare al banchetto gli esclusi. Perché questo avvenga, papa Francesco ripropone la “conversione pastorale”, cioè che passi da una visione burocratica, statica e amministrativa della pastorale a una prospettiva missionaria. È la sfida da cogliere per costruire un futuro diverso. Una Chiesa che sa che il suo compito principale è l’annuncio del Vangelo. Ma come spiega il Papa, lega l’evangelizzazione alla realtà che si vive ogni giorno, ai temi e alle problematiche della giustizia, della dignità, dello scoraggiamento, della disperazione, del futuro per nulla sereno di tantissime persone. Un annuncio del Vangelo che non tocca, non giudica e non interpella la vita e i fatti che avvengono è sfasato e dissociato dalla realtà.

Vado verso la conclusione. Un soldato, nel “Quo vadis”, domandò a Pietro: “Cosa portate voi cristiani? La Grecia ha portato la bellezza, Roma il diritto, e voi?” “Noi portiamo l’amore”, rispose Pietro.

Pensando a una chiesa in uscita, che sta per strada, che gioiosamente parla del Risorto e sta con e tra loro con la leggerezza dell’amore, e non con la pesantezza delle strutture spesso arrugginite, vi auguro che vi possiate stancare d’amore. Lasciate che in questo momento pensi anche alla mia Chiesa agrigentina. L’augurio lo faccio diventare preghiera usando le parole della Debrel: “Signore, penso che tu forse ne abbia abbastanza / della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero, / di conoscerti con aria da professore, / di raggiungerti con regole sportive, / di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato. Un giorno in cui avevi un po’ voglia d’altro / hai inventato san Francesco, / e ne hai fatto il tuo giullare. / Lascia che noi inventiamo qualcosa / per essere gente allegra che danza la propria vita con te.

Facci vivere la nostra vita, / Non come un gioco di scacchi dove tutto è calcolato, / Non come una partita dove tutto è difficile, / non come un teorema che ci rompa il capo, / Ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si rinnova, / come un ballo, / fra le braccia della tua grazia, / nella musica che riempie l’universo d’amore. / Signore, vieni ad invitarci.

Maria delle Vittorie e S. Gaetano, vostri protettori vi siano modelli sicuri e amabili compagni di viaggio in questo cammino che guarda fiducioso e speranzoso al futuro. Auguri!

Omelia-Card-Montenegro.doc

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