Dopo aver ascoltato queste pagine bibliche, la nostra gratitudine verso il Signore, rappresa fortemente dalle molteplici dimostrazioni del suo amore, si manifesta, oggi, nel dono del sacerdozio. A Dio la lode per quanto sta operando nella nostra comunità diocesana, costituita nella sacerdotalità di quel sacerdozio, unico e irrepetibile, che è quello di Cristo, a partire dal nostro battesimo. L’esercizio quotidiano della pastorale, nelle sfaccettature più variegate in corrispondenza alle esigenze religiose, culturali e sociali del nostro territorio, si deve a questo dono di cui nessuno può vantare merito. Ci si chiede la ragione perché Dio, nella sua magnanimità, abbia voluto che la Chiesa fosse sacerdotale.
Il progetto di Dio si muove nel solco del levirato ebraico, secondo cui Israele non poteva esimersi dall’esercitare l’‘avôdāh, cioè il servizio di lode a Dio mediante sacrifici ed olocausti, per tenere desta la memoria su quell’atto redentivo che mutò radicalmente la sua condizione: Israele passò dalla schiavitù d’Egitto alla libertà della terra promessa. Comprendiamo così che il sacerdozio è una dimensione di servizio, specificamente legata a chi ha relazione con Yhwh, persino uno stato di vita che si è innovato con l’incarnazione del Logos divino. È chiaro che per innovazione non s’intende superamento o miglioramento, come di una realtà superiore che abroga un’altra inferiore. L’avvento di Cristo, «grande sommo sacerdote che ha attraverso i cieli» (Eb 4,14), ha piuttosto rivelato compiutamente quello che Dio da sempre progettava per l’umanità: un popolo che potesse avere con lui una relazione di tipo sacerdotale. Così infatti si esprime l’autore di Apocalisse: «Egli ci ha fatti regno, sacerdoti per Dio e per suo Padre» (Ap 1,6).
Il parallelo è sintomatico. Non è possibile disgiungere la realtà del regno di Dio dal dono del sacerdozio. Essere regno significa partecipare dei benefici messianici, ma esso sottintende pure l’esercizio quotidiano di un messianismo atipico, rappresentato dal «sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,19). È lui, Gesù, che ci dà le categorie per comprendere la nostra condizione di “regno sacerdotale”. Non basta semplicemente essere testimoni del regno di Dio, annunciandolo nelle connotazioni kerygmatiche alla maniera di Colui che verrà nella gloria per risaltare il bene compiuto; occorre che questo nostro essere regno sia pure sacerdotale, conforme cioè all’oblazione del Christus patiens. Se la confessione di fede ha fatto maturare in noi le valenze evangeliche del regno, al punto da essere seme che germoglia, lampada che illumina, lievito che fermenta, il dono del sacerdozio, scaturito dall’intima amicizia con Gesù, ci ha indotto ad ambire la configurazione a lui nel suo massimo desiderio: essere schiavi (doûloi) nell’abbassamento di noi stessi.
Il sacerdozio, che onoriamo in questa celebrazione, è regale, perché si muove nell’alveo messianico di Gesù, «il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10,38); ed è sacerdotale perché fa proprio l’intimo sentimento di Cristo: quello di «essere in grado di sentire giusta passione (metriopatheîn) per quelli che non comprendono e che sono nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza» (Eb 5,2). La connotazione che fonde i due attribuiti, regale e sacerdotale, dando al sacerdozio la peculiarità dell’assimilazione a Cristo, è appunto il servizio. Qui però l’‘avôdāh del Logos incarnato prende le distanze dall’‘avôdāh d’Israele, benché quest’ultimo sia anch’esso un popolo sacerdotale (cfr. Es 19,6). Israele offriva a Dio sacrifici, Cristo offrì sé stesso come sacrificio (cfr. Eb 10,10), rivelando a tutti la paternità di Dio. Questa modalità d’offerta consente a quanti accolgono tale sacerdozio di sperimentare una trasposizione esistenziale del tutto originale: da servitori di Dio diventiamo servitori come Dio.
Tale passaggio, che vede ciascuno di noi trasformare sé stessi da diákonoi in doûloi, costituisce il fine precipuo della nostra conversione, dopo soprattutto aver ascoltato questa parola santa, nella solennità della messa crismale. Da essa infatti apprendiamo che la nostra vita di ministri di culto deve tendere ad una trasformazione esistenziale, operata dalla forza dell’evangelo e corroborata dalla nostra docilità e desiderio di conformarci a Gesù. Allorché si comincia a vedere in noi, carissimi confratelli nel presbiterato, quest’operazione di metamorfosi spirituale, il sacerdozio di Cristo, che non è una prerogativa del ministero ordinato, si riflette anche nei fedeli laici, al punto da poter scorgere in quest’assemblea orante il mistero di un popolo tutto sacerdotale. Origene esplicita quest’impegno di conversione nell’omelia IX sul Levitico con le seguenti parole: «ognuno di noi ha in sé il suo olocausto e infiamma l’altare con il suo olocausto, affinché arda sempre. Se rinuncio a tutto quello che possiedo, prendo la mia croce e seguo Cristo, offro un olocausto all’altare di Dio; o se consegno il mio corpo a bruciare, avendo la carità e conseguo la gloria del martirio, offro me stesso in olocausto all’altare di Dio. Se amo i miei fratelli, fino a dare la mia vita per miei fratelli, se combatto fino alla morte per la giustizia, per la verità, offro un olocausto all’altare di Dio. Se faccio morire le mie membra ad ogni concupiscenza della carne, se il mondo per me è crocifisso e io per il mondo, offro un olocausto all’altare di Dio e io stesso divento sacerdote della mia vittima».
È davvero importante quello che Origene afferma, evocando ciò che accade in colui che accetta di conformarsi a Gesù sacerdote. Quell’altare su cui quotidianamente siamo chiamati a presiedere è la nostra esistenza quotidiana, ma anche la vita di quanti sono affidati alle nostre cure pastorali. Occorre vigilare sulla fiamma dei loro vissuti, tenendoli sempre accesi e vigorosi: è l’altare gradito a Dio, mentre noi siamo l’olocausto. I presbiteri, nell’ottica di questa sacerdotalità, non possono che emulare lui, quel «sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli […], che ha fatto questo una volta per tutte, offrendo sé stesso» (Eb 7,26-27). Con Gesù offriamo infatti la nostra vita; anzi rendiamo quest’ultima profumo di soave odore gradito a Dio (cfr. Ef 5,1), ogniqualvolta essa si lascia assimilare all’irrepetibilità dell’offerta di Cristo. Ciò è possibile perché egli – sottolinea l’autore di Apocalisse – ci ha mostrato l’agapē, cioè un modo di interagire che dissolve la radice del peccato mediante l’unica via possibile della redenzione: quella del sangue, segno visibile dell’oblazione misericordiosa di Gesù. Sicché rinunciamo volentieri al possesso della nostra esistenza, per accogliere e seguire la croce di Cristo: quella modalità d’offerta che conduce al prolungamento redentivo dell’unico sangue che ha realmente liberato l’umanità dalle variegate dipendenze del peccato.
Origene ci esorta inoltre a consegnare noi stessi nell’ottica di quest’agapē, affinché il nostro sacrificio pastorale, quotidianamente espletato in favore dei fratelli e delle sorelle, non abbia a girare a vuoto, prestando purtroppo il fianco ai potenti di questo mondo e persino dimenticando che, in questa sacerdotalità in cui siamo stati costituiti con l’unzione, è impegno precipuo garantire la veemente potenza dell’evangelo. Di questa forza che permea l’esistenza umana, siamo stati costituiti testimoni; non possiamo disattendere questo compito che il Signore nella sua magnanimità ci ha affidato, come rammenta l’oracolo di Isaia: māŝaḥ Yhwh ’ōtî (il Signore mi ha unto). L’investitura profetica, di cui è partecipe il testimone dell’oracolo, rammenta il giorno della nostra ordinazione, allorché decidemmo di donare la nostra vita a Dio.
In tale circostanza constatammo che la nostra vita sarebbe stata ricettacolo di grazie spirituali, per l’esaltazione del popolo sacerdotale: un’esistenza dedita unicamente al trionfo della misericordia di Dio, la cui misura si è resa manifesta nella vita di Cristo. Ecco perché quell’unzione che abbiamo ricevuto è pregna di un messianismo già operante nell’umanità. Se il profeta coglieva quest’azione dello spirito di Yhwh in forma di mandato, noi presbiteri, che partecipiamo di un messianismo in atto nella testimonianza di Gesù sulla croce, siamo testimoni dell’agire potente di Dio a partire dal popolo sacerdotale. In virtù di quest’unzione il presbiterato non può che essere messianico, nel senso che non soltanto partecipa del compimento delle promesse di Dio, ma rende altresì sacerdotale il nugolo dei credenti attraverso il nostro servizio, giacché i credenti, sorelle e fratelli, che confessano quotidianamente l’agire del Kýrios, estendono dappertutto l’azione benefica dell’Unto di Dio che è Gesù con il loro sacerdozio battesimale.
Il messianismo regale, stando alla prospettiva data da Origene, assume una sfumatura sacerdotale. Esso infatti tende a risaltare la pratica della giustizia e della verità mediante il dono della vita. La frase di Origene: «combatto fino alla morte per la giustizia e per la verità, offrendo un olocausto all’altare di Dio», allude al mandato profetico di Is 61 con sfumatura esplicitamente sacerdotale. Per cui è proprio dei presbiteri praticare giustizia e verità non a parole, ma con quella gestualità che induce a proclamare: «la verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo» (Sal 85,12). Se con il termine giustizia s’intendono le meraviglie con cui Dio svela la sua misericordia, per verità si designa l’azione fedele di coloro che offrono la vita in sintonia con la sollecitudine divina. Le loro opere sono giuste (ṣedeq), perché sono vere, cioè rendono stabile (’emet) l’avvento dell’amore di Dio. A noi presbiteri, che siamo chiamati a suscitare nelle sorelle e nei fratelli la consapevolezza di una sacerdotalità, ove il gesto è conferma dell’azione misericordiosa di Dio, è dato di praticare questa dimensione messianica del sacerdozio. Diventando doûloi (schiavi), comprendiamo che i propositi di redenzione sono da ricercare nei poveri, ovvero in coloro che, a causa delle loro sofferenze, sono nella comunione divina: un privilegio di amicizia che essi non hanno ricevuto per merito, ma per l’azione benevola della sollecitudine di Dio, poiché egli resiste ai superbi ed innalza gli umili (cfr. Lc 1,51-53).
La frase di Is 61,6: «e voi sarete chiamati sacerdoti di Yhwh, servitori del nostro Dio sarete detti tra voi», conferma questo cammino di conversione che ci fa passare da diákonoi a doûloi e che rinnoviamo con le promesse sacerdotali. Per l’oracolo infatti la sacerdotalità si compone di gesti concreti che configurano un preciso comportamento presbiterale. Tenendo conto del fatto che la nostra azione pastorale è rivolta ai poveri – l’accezione generica dell’oracolo ‘anāwîm (oppressi, emarginati, poveri) – il nostro compito di presbiteri si rivela nella sua piena sacerdotalità, quando ci affianchiamo a coloro che hanno il cuore spezzato, a causa delle sofferenze, a coloro che vivono sotto l’oppressione di una schiavitù morale o spirituale, a coloro che subiscono ingiustizie. A tutti costoro è promesso il compimento dell’oracolo. È il giorno di «vendetta del nostro Dio», quando ci impegniamo ad essere loro servi, cercando di far trionfare la giustizia di Dio, attraverso gesti concreti di misericordia. Isaia mette in evidenza un aspetto importante della misericordia di Dio: la consolazione, il cui atto ci coinvolge, impegnandoci ad assimilare il sentimento di commozione viscerale di Gesù.
Tale modalità d’accoglienza appartiene ad una precisa chiamata di Dio (paráklēsis), ed è pure espressione della nostra conversione, del nostro ritorno a Dio (niḥām), abbandonando quei comportamenti che non allietano il popolo di Sion, che non sostengono e accompagnano quel popolo sacerdotale, per il quale Dio ha disposto che venisse coronato di onore. Questo popolo, che è il nostro popolo, vedrà affermare: «esso è la discendenza che Yhwh benedice». La sacerdotalità, di cui noi presbiteri siamo servitori, è la benedizione di Dio, copiosa e arricchente, promessa dall’oracolo, da mediare per coloro che sono affidati alle nostre cure pastorali e da confermare in coloro che faticano nel confessare la gloria del Signore.
Rosario Gisana
