La devozione alla Madonna, madre di Dio, è un’eredità del cristianesimo fin dai suoi albori. Basta pensare all’antico tropario Sub tuum praesiduum, risalente al sec. III: una testimonianza orante che mette in evidenza l’importanza della Theotokos nella fede semplice dei credenti. Questa preghiera mariana, presente nelle diverse liturgie della chiesa copta, greca, ambrosiana e romana, richiama una prassi liturgica antecedente persino al concilio di Efeso del 431. Ciò sta a significare che l’attenzione alla madre di Dio nasce dentro l’alveo del sensus ecclesiae: una vivida testimonianza su Maria di Nazareth, madre del Verbo incarnato.
L’esperienza di fede della Vergine si ravvisa nella condizione del tutto speciale, come afferma Ireneo, di accoglienza del Puro nel suo seno puro. D’altronde, non poteva essere altrimenti: Maria fu resa capace d’accogliere il divino nell’umano. Tale capacità scaturisce dal privilegio della sua elezione che ha origine nella disposizione del suo cuore, docile alla Parola di Dio. Si tratta di un riconoscimento collettivo che ha interessato la devozione di tanta gente, precedendo i dibattiti teologici e confessando in lei la visita di Dio (cfr. Lc 1,45).
La maternità divina, che il tropario risalta in forma di ringraziamento, fa capire quale ruolo abbia Maria nella vita dei credenti. È lei infatti rifugio nelle avversità, aiuto disposto da Dio nelle situazioni di bisogno. Un’antica traduzione del testo mette in evidenza una duplice istanza: l’affidamento a Maria quale testimone dell’amorevolezza di Dio e la confessione nella sua condizione di Theotokos (madre di Dio).
La prima istanza fa di Maria riflesso della misericordia divina, giacché in un testo, molto antico, si legge letteralmente sub tua misericordia al posto di sub tuum praesidium. Tale trasposizione evoca l’esperienza di fede che Maria vive in relazione a Dio: la Misericordiosa che attesta con la sua vita la sollecitudine di Dio verso coloro che imparano ad essere misericordiosi come il Padre. È chiaro che soltanto Maria, in quanto madre di Dio, ha potuto esprimere anticipatamente l’applicazione di questo attributo divino che è anche il nome stesso di Dio. Il credente, dal canto suo, si dispone ad affidare la propria vita alla Vergine Maria, riconoscendole quell’amorevolezza che è richiamo costante a Dio, ma è anche trasformazione di sé, accogliendo i criteri discepolari della madre di Dio.
La seconda istanza si riferisce alla frase del tropario Virgo gloriosa et benedicta, resa nell’antico testo Virgo sola casta et sola benedicta. La sfumatura lascia intendere la condizione esistenziale di Maria di Nazareth, la cui integrità evoca la sua confessione di fede nell’essere madre del Verbo incarnato. Soltanto lei poteva accogliere nella propria vita, fisicamente rappresentata dal suo seno purificato dalla grazia, quel Dio che si faceva carne. Tale annuncio sorprese tutti, risaltando in lei il mistero della maternità divina. Quest’ultima infatti è legata a quella santità che l’ha resa, per assoluto privilegio, parte del progetto redentivo di Dio: un privilegio che si comprende in relazione al mistero elettivo del popolo d’Israele e dentro quella pianificazione di bontà che Dio ha voluto rivelare compiutamente mediante l’incarnazione del Verbo. Non è un caso che gli antichi pensatori cristiani posero accanto al parallelo Adamo-Cristo anche quello di Eva-Maria.
Il compimento salvifico, inaugurato dall’azione del Verbo che assunse «la carne di peccato» (Rm 8,3) dell’uomo, è corroborato in maniera superlativa dall’adesione di Maria, della quale sorprende il grado di umiltà non rinvenibile nelle santificate esistenze dei testimoni di fede. Nessuno da Abramo ai Dodici ha raggiunto il livello di umiltà della madre di Dio. La sua purezza è data dall’apertura di ubbidienza alla Parola di Dio, ove per ubbidienza si intende quell’affidamento d’ascolto che è fiducia piena nell’azione portentosa della parola che esce dalla bocca di Dio. Santità e purezza, nell’ottica dell’integrità morale, costituiscono attributi che i credenti hanno riconosciuto nella madre di Dio non soltanto per aver ella accolto il Verbo, ma anche per essere stata la prima a credere nella forza del vangelo. Questa fede umile ha consentito a Maria di generare il Verbo, infondendo nei credenti la gioia di poter con lei rigenerarlo nella propria esistenza convertita e aperta alla grazia divina.
L’opera di Mario Zuccarello si pone in continuità con questa testimonianza. L’argomentazione sulla Theotokos, prendendo le mosse da un’ampia riflessione storico-teologica, è frutto di una silente confessione di fede in Maria di Nazareth. La devozione alla madre di Dio, attestata dalla venerazione dell’icona intitolata a Maria SS.ma delle Vittorie, risale in verità alla trasmissione della fede, germinata nella sua storia familiare e cittadina. Si può dire che in ogni cittadino piazzese scorre “sangue mariano”, nel senso che l’attenzione alla Madonna costituisce l’essenza di un’identità. Ciò pone una riflessione non tanto sul modo come questa devozione si sia divulgata, quanto sull’assimilazione graduale di quest’aspetto della fede cristiana, caratterizzando un’identità discepolare di tipo mariano.
Risalta così il valore di questa fatica che, al di là della sintesi storica e dell’annesso sviluppo teologico, mira a risvegliare un sentimento che il Piazzese porta dentro di sé e che potrebbe assopirsi, se egli praticasse il culto della Madonna in modo del tutto marginale. Non basta infatti onorare la madre di Dio con devozione, anche se coinvolgente. Occorre piuttosto scorgere la sostanza dalla forma, assimilando il grande messaggio che propugna la pratica del culto mariano: l’essere discepoli dietro a Gesù. L’autore intende – e ciò è particolarmente rimarcato dalla sezione teologica – sollecitare questo sentimento autentico di sequela, in continuità con la tradizione mariana della Chiesa.
Guardando a Maria di Nazareth allora si colgono alcuni criteri che danno alla vita cristiana una connotazione evangelicamente discepolare. Sarebbe pressoché impossibile esprimere un modo di vivere secondo il vangelo, senza tener conto della testimonianza della madre di Dio. Le indicazioni non sono numerose, stando ovviamente alle attestazioni dei redattori biblici, ma essenziali per comprendere che l’agire credente necessita di perseguire alcuni principi strettamente evangelici, al di là dei quali si rischia di non capire adeguatamente l’annuncio che Gesù ha voluto consegnare con la predicazione del Regno di Dio (cfr. Mc 1,15). È facile infatti travisare il messaggio del vangelo, edulcorando le esigenze della sequela. Occorre invece sottolineare che quest’ultima è caratterizzata da un atteggiamento di fondo che è l’affidamento a Dio, lasciando che si adempia il volere divino.
L’esortazione a prendere la croce, che Gesù stabilisce come principio di relazione con lui, sta ad indicare che l’esistenza consegnata da Dio “donata” si rinnova “donante”, nella totale abnegazione di sé per l’affermazione di una fraternità solidale. Ciò è ravvisabile proprio nell’esistenza della Madonna. Benché le narrazioni evangeliche scelgano la via apofatica sull’esistenza di Maria, i redattori hanno trasmesso alcuni particolari che aiutano ad individuare gli elementi precipui della sequela Christi: dettagli che si intravedono nell’opera di Zuccarello e che è opportuno rilevare, affinché la devozione alla madre di Dio si arricchisca di quegli elementi spirituali che fanno di una festa la lode inneggiata alla grandezza di Dio salvatore.
La custodia della Parola di Dio è sicuramente il primo elemento che connota l’identità della madre di Dio. Maria è madre del Verbo divino, incarnato nel suo grembo, perché ella ha saputo accogliere e soprattutto assimilare con la sua intelligenza credente la parola della Legge del Signore. Ciò significa che ogni discepolo, la cui identità è quella di colui che impara a seguire con docilità la volontà di Dio, non può prescindere dall’attenzione alla parola divina: quella scritta che si traduce, grazie alla sottomissione ad essa, in atti che lasciano trasparire la gioia di essere autentici credenti. La testimonianza del vangelo necessita di un’ascesi spirituale che sollecita un contatto vivo con questa parola, un contatto di tipo mariano, che va generando relazioni nuove, capaci di mutare gli orientamenti odierni della società.
Un altro elemento che appartiene alla devozione marina è la presenza di Maria presso la croce di Cristo, dalla quale traspare, in filigrana, non soltanto l’atto glorioso della redenzione, ma anche quella consegna di consolazione che nella madre di Dio si coglie come essenza di vita discepolare. Non è facile vivere il vangelo, contrastando un modo di pensare egoista e indifferente, le cui azioni talvolta pigre e inoperose disorientano e soffocano prospettive di bene che potrebbero elevare concretamente la condizione dell’umanità e in specie quella dei cittadini di Piazza Armerina. Se costoro, devoti come sono della Theotokos, riuscissero a far proprie le istanze evangeliche trasmesse dalla Vergine Maria, apporterebbero un incremento sociale sorprendente, al punto da poter essere referenti di bene per esperienze similari sul territorio. Molto dipende dalla consapevolezza di una trasposizione: la devozione a Maria Santissima delle Vittorie divenga sempre più desiderio di imitazione del vangelo, quell’imitazione che scaturisce dalla sequela della croce di Cristo.
In quest’opera di Zuccarello s’intravede la testimonianza della sua fede mariana che è invito a far sì che il culto alla Madonna divenga desiderio di sequela. L’autore infatti intende qualificare il culto mariano dei cittadini di Piazza Armerina, rammentando loro di far proprie le ragioni storiche dell’icona che raffigura Maria Santissima delle Vittorie, il cui titolo non può che richiamare un monito: crescere nell’alveo di una storia segnata dalla redenzione di Cristo, secondo quanto suggerisce l’autore della prima lettera di Giovanni: «Chi è che vince il mondo se non colui che crede che Gesù è il figlio di Dio» (1Gv 5,5).
✠ Rosario Gisana
