La devozione a Maria Santissima delle Vittorie rispecchia l’identità della cittadinanza piazzese: un vessillo di fede che nei secoli ha persino plasmato la tipicità del carattere civico e religioso. Ogni cittadino di Piazza sente verso la Madonna un grande interesse, quasi un impulso naturale, che lo sollecita nel desiderio di conoscenza del mistero di Dio. Sarebbe stupefacente che, oggi, ciascuno di noi, sospinto da tale devozione, sentisse il desiderio di accogliere il medesimo mistero che ha investito l’esistenza di Maria di Nazareth. Il rischio, sempre alto, è quello invece di compiacersi di ciò che si gestisce con superficialità, consapevoli che la conoscenza di Dio esige disciplina, impegno, verifica, cambiamento.
La prova tangibile di una devozione che tende all’esteriorità, o per meglio dire che pratica una religione civile, non evangelica, scaturisce da una pietas religiosa che manifesta nei confronti di Dio un sentimento di ossequio, ma non di conversione. Per esemplificare tale atteggiamento, è sufficiente evocare un preciso stile di vita che, nella chiesa antica durante il suo passaggio a chiesa di stato, era definito «demi-chrétienne» (mezzo credente): un cristiano pervaso dalla mondanità, la cui fede non è era in sintonia con le esigenze dell’evangelo. La fede in Dio non si coniuga con un certo tipo di etica secondo cui l’opinione è norma per le relazioni umane; c’è sempre qualcosa a cui aderire e di cui fidarsi: qualcosa che appartiene ad una realtà più grande che ci sovrasta, ci guida e ci addita le giuste misure per un’esistenza sempre nuova nel tempo presente.
Non esiste quindi testimonianza cristiana autentica che prescinde dall’ubbidienza alla volontà di Dio, da ricercare, in ogni circostanza, in modo prioritario e vitale. Guardando a Maria, cogliamo insidioso il rischio di mostrarci incoerenti e persino ipocriti: nessuno di fatto può dirsi devoto della Madonna, senza lasciarsi coinvolgere dal suo sentimento di fede, dalla sua incondizionata adesione a Dio, certa del suo amore misericordioso. È quello che, appunto, scorgiamo nella vita di Maria: una donna speciale non soltanto per le grazie ricevute e la sua umiltà, ma anche per la sua disponibilità a consegnarsi totalmente a Dio, una donna vera e umana. È certo il suo stato di immacolata concezione e assunzione al cielo; ma è altrettanto certa la sua apertura a Dio, nella consapevolezza di essere creatura e serva, umile e fedele. Ciò significa, per essere concreto, che possiamo essere buoni devoti, se educhiamo la nostra coscienza credente alla ricerca della volontà di Dio, considerandola misura unica per edificare il bene comune, fondamentale per sostenere ridenti prospettive di sviluppo della nostra città.
Nasce qui la domanda sul modo come educare la nostra coscienza credente al desiderio della volontà di Dio. Siamo consapevoli che la conoscenza della volontà di Dio e l’adesione ad essa, alla maniera della Madonna, permettono il passaggio da un’etica dell’opinione ad un’etica della condivisione, da un modo di comportarsi, interessato ed egoista, ad un altro, ove la norma vigente è l’utilità comune (tò symphéron: cfr. 1Cor 12,7). La devozione a Maria sollecita tutti noi a confrontarci con la sua coscienza di donna e madre credente, consapevole del valore che ha la conoscenza del volere divino nella storia d’Israele. È possibile educare la nostra coscienza credente, osservando con attenzione colei che ci precede in questo cammino di rinascita, in cui cominciamo a dare importanza al volere di Dio. Maria di Nazareth, maestra e modello di vita esemplare, ha imparato a disciplinare il proprio sentire, risvegliando in sé stessa il desiderio di conoscere questo volere divino, unico, eccelso, carico di sapienza; ha imparato ad intercettare nella sua vita quotidiana la presenza di Dio, cogliendone il valore e costatandone il bisogno.
È quello che dovremmo desiderare anche noi, invocando oggi, nella solennità della nostra Madre Santissima delle Vittorie, la sua mediazione di grazie e facendo sì che la sua esperienza di fede possa diventare per noi vessillo di vittoria: impegno a risvegliare la nostra coscienza credente al desiderio di bene che coincide – occorre dirlo – con la conoscenza del volere di Dio. Se accettiamo questa sfida, la nostra città troverà il modo per incrementare il bene pubblico, superando debolezze e contraddizioni che l’affliggono particolarmente la povera gente. Sembra assurdo, ma non lo è. Chi risveglia la propria coscienza credente a quest’esigente ricerca del volere di Dio, si dispone alla ricezione creativa di forme nuove che allieteranno la convivenza di una città aperta alla rinascita.
Occorre dunque svegliare la nostra coscienza credente. Un primo aspetto che possiamo definire prioritario è imparare a riconoscere la grandezza di Dio. Maria, in questa straordinaria preghiera, che Luca mette sulla sua bocca, lo fa a partire dall’anima (psyché), cioè dal profondo più intimo della sua esistenza: «l’anima mia magnifica il Signore». Il suo essere, intimo e profondo, è aperto a riconoscere qualcuno che è più grande di lei. Se nella nostra vita riuscissimo, anche solo per un attimo, a frenare la sindrome di onnipotenza di cui, purtroppo, siamo affetti a causa del nostro peccato, comprenderemmo con facilità la volontà di Dio e riconosceremmo la bellezza delle virtù altrui. Non si tratta di fugare il sentimento di finitudine che caratterizza la nostra umanità caduca, bensì di riconoscere oggettivamente che la nostra esistenza si deve a qualcuno più grande di noi, che ci accompagna, ci sostiene, ci alimenta (cfr. Sal 145,14-16). Ed anche se questa scoperta dovesse scaturire dalla consapevolezza delle nostre fragilità, esse non intralcerebbero i percorsi di rinascita, concepiti per noi dalla provvidenza. La grandezza di Dio risveglia infatti il senso creaturale non per creare dipendenza, ma per ritrovare il senso di quello che siamo: la nostra vera identità di figli di Dio. Nel cercare il Signore, ci si sottomette a lui, alla maniera della Madonna; sottomettiamo volentieri la nostra libertà, che è la nostra anima, sapendo che si attua in noi l’ens di appartenenza a Dio, la somiglianza con lui.
Al riconoscimento della grandezza di Dio segue il suo atto di misericordia. La coscienza di Maria, vigile e confidente, è stimolata dalle operazioni di Dio, secondo una certa ermeneutica della grazia. Maria infatti è in grado di discernere, in ogni circostanza della sua vita, il bene e il male, grazie alle azioni benefiche e misericordiose di Dio, il quale agisce al di sopra di tutto per ricondurre la storia alla sua origine, a quell’unità secondo cui l’uomo, non più frammentato dall’egoismo, trova gioia nel contemplarsi accanto al suo Creatore. Quando Maria afferma che «la sua misericordia è di generazione in generazione», sta evocando una verità: non esistono epoche in cui l’amore di Dio lasci l’uomo al suo destino. Fino al parossismo: l’accompagnamento di Dio si attua definitivamente nell’incarnazione di Gesù. La coscienza credente di Maria, divenuta la madre di Dio, è svegliata dallo stupore di quest’eccelsa concessione che giunge all’uomo senza alcun merito. Ciò che risveglia la nostra coscienza credente alla presenza di Dio è chiaramente il suo amore misericordioso; esso svela la sollecitudine divina ad homines, difficile da ravvisare nei comportamenti umani. È vero: «in favore di coloro che lo temono», ma nel senso di coloro che si impegnano ad essere buoni, generosi, attenti: un comportamento che scuote la coscienza credente dall’assopimento, irrorato ineluttabilmente dall’egoismo.
La coscienza credente di Maria è infine risvegliata alla ricerca della volontà di Dio da una logica speciale: quella dei poveri. L’ammonizione di Paolo, secondo cui «quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre a nulla le cose che sono» (1Cor 1,28), ci aiuta a capire le coordinate dentro cui si muove questa logica, presente in modo chiaro in Maria. Il suo dinamismo di pensiero, che prende le mosse da coloro che nella società non valgono nulla, mette esitazione. Chi decide le sorti della storia? Sono forse i potenti, plenipotenziari del mondo a diversi livelli: economico, politico, militare, che credono di manifatturare il mondo a piacimento, oppure gli umili che esercitano un’influenza energica sulle grandi domande dell’uomo odierno? Sono i ricchi che con le loro ingenti risorse finanziarie pensano di dominare l’umanità negli ambiti più consueti, come il lavoro, la famiglia, la cultura, oppure i poveri che nella loro condizione di miseria esercitano su di noi il fascino della generosità e della condivisione?
La logica dei poveri, che per il mondo è irrazionale, è rivelazione del modo di pensare di Dio. La vita esemplare di Maria ci introduce a questa logica, ci fa intendere il dinamismo del pensiero di Dio, dentro quel rovesciamento di valori che lascia sorpresi chi ancora non ha maturato la propria coscienza credente. Accettando la volontà di Dio, come misura per le nostre relazioni quotidiane, impariamo ad edificare il bene personale e comunitario. A Maria Santissima delle Vittorie questo nostro omaggio di oggi, per questo vessillo che ella ci consegna: un vessillo di vittoria che è risveglio della nostra coscienza credente. La devozione a Maria non resterà inefficace, se le sollecitazioni della sua esperienza di fede porteranno a desiderare il compimento, mediante gesti di autentica solidarietà, del bene comune: certamente assieme a Dio, cioè nella ricerca assidua del suo volere. Abbiamo bisogno di Lui, oggi e sempre più che mai. La ricerca della sua volontà, che passa attraverso questa triplice disciplina di vita, è sicuro preambolo per la vittoria del bene sul male, del superamento di quelle forme di sopraffazione subdole e persino diaboliche che ostruiscono la rinascita e soffocano, in questa città e in questo territorio, genialità nuove e creative.
Rosario Gisana
