La grandezza del sacerdozio ministeriale si coglie nelle modalità con cui il Signore agisce nella nostra storia. La chiamata al sacerdozio, come accade oggi, è simile alla dirompenza delle elezioni profetiche. Non dobbiamo dimenticare che la scelta di Dio, mediante cui una persona è resa partecipe di un progetto che interessa la redenzione dell’umanità, si manifesta con la straordinaria inabitazione dello Spirito di Dio. Nel momento in cui don Filippo ha deciso, con piena libertà, di seguire il Signore, accogliendo la chiamata sacerdotale, egli è stato investito di un’azione consacratoria che con la celebrazione odierna giunge al suo compimento. Si tratta, appunto, dell’inabitazione divina, confermata mediante il battesimo, ma strutturatasi lungo la sua esistenza, mediante stili diversificati, nella vocazione sacerdotale.
L’espressione, che abbiamo appena ascoltato dalla Parola di Dio, «lo Spirito del Signore è su di me» (Is 61,1), ci dà il giusto orientamento. Dio ha scelto don Filippo in piena libertà, rendendolo partecipe di un mistero grande, un’elezione che vede intrecciarsi due storie: quella di Dio, a partire dalla quale non si capisce la ragione perché egli ci sceglie; quella di don Filippo, nella quale si colgono elementi di convenienza. La scelta di Dio è sempre un atto di misericordia: alla gratuità divina consegue il vantaggio della ricezione umana. Ciò accade perché la nostra corrispondenza, soverchiata dal bisogno di affermazione, non esprime a sufficienza la verità che soltanto in Dio c’è il senso pieno della nostra identità.
L’atto consacratorio, che equivale alla chiamata profetica di Dio, è un’unzione. Il verbo ebraico māŝaḥ rammenta, oltre al mandato dei profeti, la conferma dei doni messianici. Quando lo Spirito di Dio irrompe sull’eletto, lo inabita e il suo accompagnamento lo rassicura con doni che hanno incidenza sul proprio comportamento, sul proprio sentire relazionale in favori dei bisogni altrui. Così, per esempio, lo spirito di sapienza (cfr. Is 11,2) s’incarna nell’eletto non soltanto rendendolo capace di agire con sagacia nelle vicissitudini della vita, ma anche sostenendolo nell’essere lui stesso personificazione della sapienza divina. Sicché quelli che vedono la sua testimonianza colgono, nelle parole e nei gesti, la presenza stessa di Dio.
I doni messianici gli sono profusi copiosamente, e diventano nella sua vita forma e stile di una testimonianza coraggiosa di fede. Pertanto, il dono del consiglio lo rende accompagnatore spirituale; quello della fortezza coraggioso testimone; con il dono della scienza diventa interprete degli eventi; il dono della sapienza lo fa araldo del regno di Dio; quello della conoscenza gli consente di mediare i misteri celesti; ed infine con il dono del timore diventa testimone della compagnia del Signore. È stupefacente quello che Dio intende compiere nella vita di don Filippo. Non si tratta soltanto di un’assistenza ad tempus, legata a qualche ufficio privilegiato, ma è un atto definitivo, un’unzione che pervaderà per sempre la sua vita. E questo in virtù del mandato di oggi, intersecato dal memoriale dell’incarnazione del Verbo. L’unzione infatti fa presbitero don Filippo e lo rende partecipe dell’azione messianica, innestata nell’evento dell’incarnazione.
Sembra, carissimo don Filippo, che a questo alluda l’autore della lettera agli Ebrei, con l’espressione «essendo anche lui rivestito di debolezza» (Eb 5,3). Con l’incarnazione Cristo ha innovato il sacerdozio. L’unzione colma l’eletto dei doni messianici e lo rende partecipe del sacerdozio di Cristo: quel sacerdozio che è assunzione delle debolezze altrui. Di questo sacerdozio diventerai fra qualche istante mediatore, testimone e garante. L’autore della lettera agli Ebrei, nell’introdurre il tema del sacerdozio di Cristo, fa esplicito riferimento allo stato di fragilità che caratterizza l’esistenza di un presbitero. Il sacerdozio di Cristo muta radicalmente l’antica oblazione: la sacerdotalità presbiterale diventa offerta delle debolezze altrui, avendole il presbitero assunte totalmente, assimilate a sé fino alla compromissione della sua stessa vita. Egli infatti porta su di sé, oltre alle proprie fragilità, quelle di coloro che il Signore gli affida, di chi non riesce ad offrire, di chi ignora il valore dell’offerta e di chi denigra la testimonianza dell’offerente.
La sua vita sacerdotale diventa così luogo di rivelazione in cui misericordia e debolezza s’incontrano nel processo di grazia che Paolo, riferendosi a Gesù, così descrive: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore» (2Cor 5,21). Qui si evidenzia l’essenza del sacerdozio. L’assunzione delle debolezze altrui è un modo concreto di essere sacerdote, conforme alla grazia di Gesù: un’ubbidiente compromissione con la debolezza dell’altro, accettando persino di lasciarsi trasformare in peccato. Anche se ciascuno di noi è peccatore, bisognoso sempre del perdono di Dio, con il dono del sacerdozio ci carichiamo volentieri dei peccati degli altri, persino quelli più riprovevoli e oggetto di pregiudizio. Quanto è stupefacente, carissimo di don Filippo, cogliere questa trasformazione che si attuerà con l’unzione. È un atto di accoglienza gratuito e libero, una sorta di assimilazione di quello che Gesù ha operato nella sua esistenza terrena. Questa precisa forma sacerdotale, costituita in essentia dall’essere creatura, richiede docilità e ubbidienza a lasciarsi plasmare da Dio, a lasciare che egli faccia (poieîn) di te un sacerdote. Con l’ordinazione è confermato l’uomo nuovo, che nel battesimo ha ricevuto il crisma regale del messianismo di Gesù, quel crisma che oggi lo immette nel dinamismo sacerdotale dell’essere offerente e offerta.
Il sacerdozio, di cui Dio ci rende partecipi con l’unzione, non è più quello levitico, ma quello di Gesù, del suo messianismo redentivo, che l’autore della lettera agli Ebrei così tratteggia: «Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna» (Eb 9,12). Il presbiterato si alimenta di questa grazia e si manifesta con gesti che imitano la compromissione di Gesù. Con lui entriamo nei santuari delle esistenze umane per assimilare a noi quanto di più fragile possa esserci: la debolezza del peccato altrui, per la cui espiazione è necessaria la condivisione del sangue di Gesù. Il presbitero, scelto da Dio nella sua condizione di debolezza, partecipando all’azione sacerdotale di Cristo, diventa con Lui e per Lui strumento e mediatore di liberazione dalle tante paure che opprimono la dignità dell’esistenza umana. La debolezza umana richiama qui un duplice aspetto: essa, da una parte, riguarda la nostra condizione di peccatori, dall’altra lascia trapelare quel dinamismo di grazia che fa della sua fragilità l’occasione per avviare modalità nuove di relazione, secondo quello che ci suggerisce l’autore della prima lettera di Pietro: «Siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili. Non rendete male per male né ingiuria per ingiuria, ma rispondete augurando il bene. A questo siete stati chiamati» (1Pt 3,8-9).
Facendo nostra la debolezza degli altri, impariamo a praticare la sacerdotalità di Cristo, la cui misura, sempre copiosa, pone gesti di autentica vita discepolare. Essa apre alla comunione, superando dissidi e gelosie, praticando la fraternità a partire da coloro che hanno in comune il dono del sacerdozio ministeriale, contrastando il male e soprattutto giustificando e perdonando gli altri (cfr. Mt 7,4). Ciò è possibile, afferma Papa Francesco in Evangelii Gaudium n. 104, perché «la configurazione del sacerdote a Cristo capo – vale a dire, come fonte principale della grazia – non implica un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto. Nella Chiesa le funzioni “non danno luogo alla superiorità degli uni sugli altri».
Alla maniera di Cristo dunque il presbitero è chiamato ad esercitare un sacerdozio di liberazione e di espiazione, i cui atti inaugurano il tempo del compiacimento di Dio. Sarebbe paradossale che il presbiterato non esprimesse il dinamismo della grazia di Cristo, secondo quello che si è inteso per grazia sacerdotale: l’assimilazione a sé delle debolezze altrui. La profezia di Isaia ci aiuta ad individuare tali debolezze, in virtù delle quali l’identità sacerdotale si dispiega nella piena somiglianza al sommo ed eterno sacerdote. A partire anzitutto dall’attenzione alle persone umili, a cui si consegna un lieto annuncio. Il presbitero, carissimo don Filippo, ha questo compito importante: consolare gli umili, confermandoli nella fede, sostenendoli nella testimonianza e aiutandoli a prendere consapevolezza che la mitezza è la virtù che regola i rapporti nelle soluzioni delle grandi questioni. Gli umili – rammenta l’orante del Sal 37,11 – «avranno in eredità la terra». La loro condizione di arrendevolezza e innocenza attira la testimonianza del presbitero, il cui mandato lo esorta ad essere annunciatore di pace – come si legge in Is 52,7 – a sostegno degli umili, veri protagonisti della storia.
Il presbitero è inviato inoltre a lenire le sofferenze di coloro che hanno il cuore ferito dai soprusi, dalle ingiustizie, dalle emarginazioni. È questa un’operazione che l’orante del Sal 147 attribuisce a Dio, ma che per la grazia dell’unzione è compiuta anche dal presbitero. Non è un atto suppletivo: l’azione sacerdotale rimanda sempre a Dio che agisce per risanare e guarire (cfr. il verbo ḥābaŝ al piel). Ciò accade, per un misterioso disegno di liberazione, anche attraverso il presbitero. A quest’ultimo infatti è affidato il compito di annunciare la liberazione, come atto giubilare della misericordia di Dio. Gregorio Magno puntualizza così il compito del presbitero: noi siamo «esempio vivente per gli altri […], se con la nostra parola guadagniamo anime, se rinforziamo i deboli nell’amore celeste mettendo di fronte ai loro occhi le gioie del cielo, se scuotiamo con la minaccia tremenda delle pene infernali i malvagi e i superbi, se con nessuno usiamo un’indulgenza incompatibile con la verità, se manteniamo l’amicizia con Dio e non temiamo l’inimicizia con l’uomo» (Lettera al vescovo Domenico di Cartagine).
Rosario Gisana
