Premessa
A distanza di sei mesi dall’insediamento, credo che sia necessario un confronto tra noi presbiteri e diaconi, per considerare alcuni orientamenti pastorali e pianificare ciò che è utile per la nostra Chiesa locale. Non è opportuno rilevare questioni di particolare impellenza, considerando il tempo appena trascorso. Ciò che rende significativo il nostro incontro è ritrovarsi assieme, da fratelli nel presbiterato e nel diaconato, per condividere idee e prospettive pastorali. La gioia di stare assieme è l’aspetto più piacevole del nostro incontro, incrociando ora quel confratello che ha bisogno, ora quell’altro con il quale non ci si intende, ora quell’altro ancora, anziano o giovane, che si conosce appena. Mi chiedevo se fosse più importante la Diocesi con tutti i suoi bisogni pastorali, o il singolo presbitero e diacono, secondo il monito di Gesù: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27). La domanda non è retorica: essa intende rimarcare il valore della relazione tra vescovo e presbitero e tra presbiteri nella formazione del presbiterio. Tutto ciò in rapporto alla Chiesa locale. Quello che conta nel ministero non sono le attività pastorali, seppur necessarie, ma l’attenzione che riponiamo nella relazione tra di noi e di noi con le comunità che il Signore ci ha affidato. Lo scopo della nostra fraternità presbiterale è il dono dell’amicizia (cfr. Gv 15,14-15), che diventa credibile, se diamo testimonianza del modo come ci si accoglie nella fraternità presbiterale.
Sono pertanto grato al Signore, per avermi scelto di camminare con voi. Non conoscevo quasi nessuno, ma ho subito colto la vostra amabile fraternità: una sensazione forte che ha sollecitato particolarmente la mia umanità. Concepirsi dentro una relazione fraterna, ove l’atteggiamento prioritario, richiesto dal Signore, è quello di padre, è stupefacente. Un mix spirituale che prelude ad una buona collaborazione per il bene della nostra Chiesa locale. Essere costituito padre e apostolo in mezzo a fratelli sottintende una realtà generativa stupenda. Non si sceglie di essere padre: lo si diventa perché si ama intensamente una persona. L’innamoramento discepolare, che ha sempre connotato il mio rapporto con Gesù, assume oggi una dimensione generativa, alla quale mi sottometto, accettando i percorsi spesso esigenti di maturazione. Questa gratitudine, che elevo al Signore, diventi gioiosa riconoscenza, per aver avuto in dono la vostra fraternità. Tale benevolenza possa tramutarsi in pazienza e comprensione, per i tanti limiti che caratterizzano la mia vita. Confido nella vostra sincera accoglienza, in virtù dell’amore per il vangelo che ci accomuna e di cui siamo servitori. Non si tratta semplicemente di accettarci come siamo, bensì di riconoscerci l’uno per l’altro, nel mistero della sponsalità ecclesiale: tu oggi sei «carne della mia carne e osso delle mie ossa» (Gen 2,24).
- La centralità della Parola di Dio
La lettura della sacra Scrittura, nella forma della lectio divina, è un aspetto fondamentale della vita di fede delle nostre comunità. Questa pratica dovrebbe strutturare pastoralmente le attività diocesane e promuovere i cambiamenti che ad esse si correlano. Prendendo spunto da quello che l’orante del Sal 119,105 afferma: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino», ritengo che la Parola di Dio debba diventare il nostro referente principale nel cercare soluzioni, pianificare attività, decidere prospettive. Bisogna avere il coraggio di porre a Dio le domande giuste a partire dalla sua Parola, nella quale troviamo sapienza e lungimiranza. Tale modalità, che interessa il munus gubernandi, può forse apparire ingenua e poco concreta. Ma c’è una verità che sta sullo sfondo: la pastorale nella Chiesa si conduce non per stimoli emotivi, ma ascoltando lo Spirito di Dio. Ciò obbliga a cercare soluzioni solo nella Parola di Dio, sottomettendoci ad essa nella forma della verifica per una seria conversione. Certe cambiamenti nella Chiesa sono possibili e soprattutto efficaci, se abbiamo l’umiltà di porci in ascolto della Parola di Dio.
Quest’orientamento è importante, perché, affidandoci alla guida della Parola di Dio, si ha la certezza che il confronto potrà essere proficuo per la crescita della nostra Chiesa locale. Ciò infatti consente di attribuire allo Spirito del Signore e non a noi le decisioni, le istanze e le prospettive pastorali. Capiamo che è necessario, forse anche urgente, formarci ad una mentalità biblica, non per essere degli accademici, ma per leggere la nostra storia alla luce della sapienza di Dio. Mi chiedo perciò quale spazio ha la sacra Scrittura nella vita personale di noi presbiteri e diaconi, negli organismi di partecipazione (Consiglio Pastorale Diocesano, Gruppo di Coordinamento Pastorale Cittadino, Consiglio Pastorale Parrocchiale) e negli organi di governo (Collegio dei Consultori e Consiglio presbiterale). Da più parti mi giungono richieste di cambiamento: revisione dei confini parrocchiali, mobilità del clero, pastorale integrata. In queste situazioni ed in altre ancora che ruolo ha la Parola di Dio? Essa accompagna e illumina le nostre decisioni? È norma per le nostre scelte? Tale apertura richiede conversione, ascolto assiduo, coraggio nell’assimilare le sue istanze e obbedienza nell’accettare gli stimoli di cambiamento. È probabile che questo percorso sia lento e forse poco vantaggioso. Non deve però interessare l’efficienza, bensì la certezza che quello che facciamo viene dall’ascolto della Parola del Signore.
- L’essenza della pastorale ecclesiale
La pastorale di una Chiesa locale deve ispirarsi al modo con cui Gesù ha vissuto le sue relazioni terrene. Osservando con attenzione gli esordi della sua pastorale, si colgono tre aspetti importanti, essenziali e orientativi. Il primo aspetto è l’attenzione di Gesù ai poveri. Esso, stando a quello che si legge in Lc 4,16-22, costituisce un nodo fondamentale della sua attività per il regno di Dio: un criterio pastorale, dal quale debbano scaturire iniziative e attività, sia parrocchiali che diocesane. È risaputo che i poveri, nell’accezione più larga, sono al centro della vita di Gesù e del suo annuncio. Dovendo avviare un piano pastorale diocesano che possa aiutare le comunità a concepirsi discepole del Signore, penso che non si possa eludere tale priorità. La beatitudine rivolta ai poveri costituisce da sempre un pungolo di responsabilità che spinge a rivedere il modo come svolgere le opere pastorali. Credo che sia importante fare attenzione all’accoglienza reciproca e al tipo di testimonianza che diamo agli altri. Per imparare a fare spazio ai poveri, occorre anzitutto essere poveri, ovvero capaci di lasciarci guidare dalle istanze della Parola di Dio. Ciò permetterà di essere credibili nelle nostre scelte e pertanto di vivere la nostra relazione con i poveri in maniera coerente. Ci si chiede allora quale spazio hanno i poveri nelle nostre assemblee liturgiche, il tipo di sostegno che assicuriamo, gli strumenti con i quali accogliamo e soprattutto l’atteggiamento con il quale ci rapportiamo. I poveri sono davvero al centro del nostro interesse pastorale, al punto che, tutto quello che viene organizzato, è frutto di tale predilezione? Rassomigliamo a Cristo nel suo modo di essere povero, accettando di disciplinare la nostra vita con l’essenziale e in grande sobrietà? Non si tratta di essere miseri, bensì di contrastare lo stile del mondo, contrapponendoci ad una cultura borghese. La ricerca dell’essenziale, ispirata alla vita di Gesù, potrebbe esprimere un modello di povertà presbiterale a testimonianza della signoria del regno di Dio.
Il secondo aspetto è conseguenziale al primo. La prassi pastorale di Gesù è legata all’incontro personale con la gente. La visita nelle case o la presenza nelle piazze fa pensare ai nostri compiti presbiterali più importanti. È la pastorale della visita, che comporta attenzione, sollecitudine, cura, a catalizzare le principali attività parrocchiali. Non si tratta di mettere in secondo piano la pastorale dei sacramenti. La visita, che è contatto diretto con le persone, fa della parrocchia una comunità evangelizzatrice che «si mette mediante opere e gesti – afferma Papa Francesco in Evangelii gaudium al n. 24 – nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo». Bisogna superare lo steccato di una pastorale, incentrata soltanto sulla celebrazione dei sacramenti. La gente desidera vicinanza, comprensione, ascolto, e le opere sacramentali possono costituire un vantaggio per far sentire la nostra presenza, appunto, la visita. Occorre che si recuperino altre modalità d’incontro, oltre quelle già attestate, che permettano di tradurre in pratica l’ideale di una Chiesa in uscita (cfr. EV nn. 24 e 46). Ciò mette in campo un’istanza che reputo essenziale: ognuno non può fare tutto. Occorre saper collaborare, partendo da quello che ciascuno sa fare meglio. La pastorale è uno spazio diversificato, ove più presbiteri potrebbero lavorare assieme, condividendo capacità e risorse. C’è chi, per esempio, è portato per i giovani, chi invece per le famiglie e un altro per la predicazione. Tale cooperazione diventa un potenziale di testimonianza che, se da una parte ci solleva da un lavoro troppo gravoso, dall’altra ci custodisce dal bisogno di surrogati. Ciò sarà possibile se convertiamo il nostro modo di essere pastori, lavorando assieme, soprattutto lavorando assieme: venendoci incontro l’uno con l’altro e chiedendo la corresponsabilità dei fedeli laici.
Il terzo aspetto riguarda il nostro impegno per la predicazione. Gesù avvia la sua pastorale, annunciando il regno di Dio a tutti e in particolare a coloro che sono nel bisogno. Evangelizzare, con gli strumenti che abbiamo: omelia, catechesi, insegnamenti, costituisce un aspetto della vita pastorale che un pastore non può e non deve trascurare. È impensabile che, dopo aver ascoltato le pagine sante con la propria comunità, non si debba condividere anche un breve pensiero. Dovremmo dare più importanza all’omelia, perché essa, oltre ad essere un prezioso spazio di formazione alla vita di fede, stimola all’incontro personale con il Signore: sono parole che fanno ardere il cuore (cfr. EG n. 142). È auspicabile che le persone, a forza di ascoltare la Parola del Signore, mediata dalle nostre parole, sentissero il bisogno di aprirsi ad essa con la meditazione. Siamo consapevoli che i comportamenti migliorano non con le ingiunzioni, bensì con l’esempio e con l’annuncio della Parola di Dio, pregata, assimilata e vissuta.
- Il fascino della comunione
L’impegno per la comunione sta alla base delle nostre relazioni presbiterali. La concordia, che in 1Pt 3,8 è definita homophrónesis ed indica l’assimilazione del pensiero di Cristo, è la virtù che realizza la vera fraternità e consente di essere credibili nell’accompagnamento di fede delle nostre comunità. Siamo stati mandati per annunciare il vangelo. Occorre però che tale servizio, legato alla nostra chiamata sacerdotale, sia sostenuto dalla pratica di questa virtù che traduce, in senso relazionale, la comunione tra di noi. È quello che più conta, considerando che al resto ha sempre provveduto l’opera diretta dello Spirito Santo. Siamo consapevoli che le nostre comunità – rammenta l’apostolo in 1Cor 3,9 – sono «campo di Dio, edificio di Dio». A noi tocca seminare, piantare, irrigare: operazioni che impegnano, ma soprattutto richiedono esempio, sapendo che colui che fa crescere è Dio (cfr. 1Cor 3,7). Egli agisce efficacemente nella crescita della Chiesa, chiedendo a noi di essere esempio di fraternità con gesti concreti di comunione. È un aspetto della nostra vita presbiterale che non possiamo dare per scontato e al quale nessuno è dato di potersi tirare indietro. Afferma, a tal proposito, l’apostolo: «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole» (Rm 13,8).
Ogni azione pastorale è riflesso della comunione trinitaria (cfr. 1Gv 1,3), la quale nella nostra vita relazionale si ravvisa attraverso la concordia dei presbiteri. Qui vale quello che afferma Johann Adam Möhler: «Nella vita della Chiesa sono possibili due posizioni estreme, entrambe egoistiche: quando ognuno oppure quando uno vuole essere ogni cosa. Nel secondo caso, il vincolo dell’unità diventa così stretto e l’amore così bollente che non si può evitare l’asfissia; nel primo caso, tutto si disgrega e si raffredda al punto da congelare; un tipo di egoismo genera l’altro; ma non è necessario che uno o ognuno voglia essere ogni cosa; solo tutti insieme si può essere ogni cosa e solo l’unità di tutti può essere un tutto. Questa è l’idea della Chiesa cattolica». L’impegno che ci attende, prima di ogni altra attività pastorale, è la comunione tra di noi, la quale assume forme di collaborazione ed apertura vicendevole, nella misura in cui accettiamo, consapevoli di ubbidire alla volontà di Dio, di superare incomprensioni e talvolta anche pregiudizi. E mentre impariamo ad accettarci reciprocamente, ad incrementare la fraternità al di là delle simpatie, a giustificare l’altro, capendolo nelle sue debolezze e sostenendolo con la preghiera e l’affetto, la koinōnía trinitaria mostra le sue operazioni di unità nelle nostre modeste attività pastorali. Ciò rivela una verità: la Chiesa nasce dalla koinōnía trinitaria e si manifesta credibilmente madre nella fratellanza dei suoi figli.
- La sinodalità: uno stile di vita pastorale
La riflessione sulla sinodalità sta diventando un luogo comune. Dappertutto si utilizza il termine sýnodos (cammino fatto assieme) talvolta persino a sproposito. L’impressione è che si parli di stile sinodale, senza coglierne il significato più profondo che consiste, secondo il mio punto di vista, nel ripensare il modo di fare pastorale. Se è vero che la Chiesa nasce dalla comunione, occorre, almeno tra presbiteri e diaconi, capire che non è possibile avviare attività al di fuori di questo modo di essere Chiesa. La sinodalità è uno stile di vita ecclesiale, tipico della chiesa antica, che potrebbe connotare l’attuale cammino di conversione. Quest’orientamento darebbe alla nostra Diocesi un’incisività pastorale sorprendente, sia a livello spirituale che sociale ed economico. La gente infatti ha bisogno di essere sollecitata nella speranza, nella riscoperta di una fratellanza ad ampio respiro. Ciò potrà attuarsi se decidiamo assieme di intraprendere questo modo di fare pastorale, appunto, in forma sinodale, cioè camminando assieme (sýnodos). Lo stile pastorale della Chiesa non po’ che essere sinodale, nel senso che ogni gesto ecclesiale, attività ed iniziative, debbano scaturire da questo modo di vivere la pastorale.
Cosa vuol dire concretamente «camminare assieme» (sýnodos)? L’espressione sottintende qualcosa di entusiasmante: il convenire di fedeli laici, presbiteri, diaconi e consacrati che, nel confronto, ricercano la volontà di Dio: quello che lo Spirito Santo proferisce in comunione tra di noi, per rilanciare la vita di fede delle nostre comunità, chiamate a dare testimonianza della propria sequela di fronte al mondo. Immagino questo stile nella vita pastorale delle parrocchie e dei vicariati. Sarebbe questa una virata ecclesiale interessante per la nostra comunità diocesana. Potremmo affrontare, per esempio, l’organizzazione odierna della prassi sacramentale, il ruolo che ha la catechesi nel difficile processo d’iniziazione cristiana, l’angolatura di fondo della nostra pastorale a partire dai poveri, la rivisitazione della pietà popolare, la testimonianza di fede delle confraternite con le molteplici forme di devozioni, includendo ovviamente il dramma sociale della disoccupazione, che impone una particolare riflessione sinodale. Anche se quest’aspetto non sembra toccare direttamente l’azione pastorale della chiesa, non possiamo esimerci dal condividere questa piaga che caratterizza il vissuto quotidiano della nostra gente (cfr. il grave fenomeno dello spopolamento). Lo stile sinodale permetterebbe a tutti noi di fermarci, per pregare, discernere, confrontarci e decidere. Il risultato, nella forma di orientamenti o proposizioni, nascerebbe da questo sentire comune, ove appunto non prevale l’opinione di alcuni, ma l’impegno di tutti, nel rispetto e ascolto fraterno, nel confronto sincero e leale, nell’attenzione a coloro che non hanno voce e sono i piccoli del regno di Dio.
- Un presbiterio che cresce
Il seminario è un altro ambito su cui vorrei attirare la vostra attenzione. Tale sensibilità si deve probabilmente al servizio che ho svolto nella diocesi d’origine. Ma, in questo contesto, reputo necessaria una riflessione organica. La presenza del seminario è per una Diocesi vitale e stimolante, per ripensare il tipo di presbitero che, nelle circostanze attuali, ha bisogno la Chiesa. L’amore e l’interesse per il seminario dovrebbero coinvolgere la nostra relazione tra presbiteri e di presbiteri con il gruppo dei giovani che si preparano al presbiterato. Tale attenzione potrebbe avviarsi con l’avvicinare i seminaristi laddove vivono, accompagnandoli con il nostro affetto e preghiera e sostenendoli nel vitto e nelle tasse di studio: piccoli gesti che li aiuterebbero ad inserirsi, in un prossimo futuro, nel presbiterio. Non dobbiamo dimenticare che la fraternità presbiterale inizia dal seminario. Quando un giovane, in discernimento, viene a contatto con un presbitero, si accorge subito del senso di accoglienza che quest’ultimo esprime in nome della fraternità presbiterale. A questo si aggiunga pure il sostegno che dovremmo manifestare a coloro che hanno il compito della formazione. Anche se i superiori hanno il dovere di renderci partecipi dei percorsi di formazione che stanno facendo i nostri seminaristi, ciascuno, in maniera responsabile, si senta coinvolto nella crescita di questi nostri ragazzi, secondo le modalità di conoscenza, amicizia, ruolo. Non possiamo dimenticare che essi sono i nostri fratelli minori, ai quali – è giusto che sia – dobbiamo mostrare senso di attaccamento.
Tale attenzione aiuterà anche i giovani presbiteri a sentirsi più parte del nostro presbiterio. È questo un altro aspetto che non dobbiamo trascurare, richiamandoci a quel senso di responsabilità fraterna che impone una riflessione sul rapporto del clero giovane con quello anziano: un rapporto non facile, causato da molteplici motivazioni (formazione, nostalgie, pregiudizi, età). Non bisogna scoraggiarsi né tanto meno gettare la spugna di fronte alle evidenti difficoltà di rapporto. Il rischio di abbandonare la presa è forte, se non addirittura esiziale, mandando alla deriva ogni tentativo pastorale, pensato e proposto con generosa dedizione alla nostra Chiesa locale. Ciò reclama da noi adulti un surplus di attenzione e sacrificio, pazientando sulle lacune dei nostri giovani e sollecitando con il nostro esempio le conversioni di entrambi. Ascoltarsi a vicenda, senza l’appannaggio del pregiudizio, dispone ad una relazione sana tra presbiteri: giovani, adulti e anziani. Il giovane impara ad avere stima dell’anziano, cogliendo in lui saggezza e ponderatezza; l’anziano si impegna a volere bene il giovane, sollecitandolo ad assumere, con abnegazione e gratuità, le responsabilità della vita pastorale.
Nasce infine una domanda: quale tipo di presbitero per la chiesa di oggi? Non c’è dubbio: il presbitero, secondo il mio punto di vista, deve essere un pastore che ha cura del gregge affidatogli dal Signore. Egli è chiamato ed inviato, stando alla nostra spiritualità diocesana, per servire una comunità, per farla crescere nella relazione con il Signore e darle la gioia di poter esprimere i doni dello Spirito Santo, nella testimonianza di una fede per la santificazione del mondo. La formazione del clero pertanto deve essere alta, spiritualmente e culturalmente, giacché esigente è la società con la quale un presbitero è chiamato a confrontarsi e alla quale è mandato per annunciare il vangelo. Immagino un pastore, dedito quotidianamente al servizio della sua comunità e capace di coniugare la fede con la cultura; pronto a mediare i contenuti della fede alle persone che il Signore gli affida, sia quelle semplici e incolte che quelle erudite e dotte. La preparazione culturale, costituita anche da titoli accademici, non contrasta con il servizio pastorale; anzi, è opportuno che la sua cultura teologica sia eccellente, affinché la parola, che egli medierà, raggiunga tutti indifferentemente. Essa è sempre al servizio del vangelo e il compito è quello di elevare i cuori e le menti della gente al Signore. A questo aspetto importante della formazione si aggiunge quello spirituale. L’annuncio infatti è impegnativo e pertanto bisognoso di testimoni e maestri: qualità che si acquisiscono con la preghiera personale. Penso all’importanza che hanno, nella vita di un presbitero, la Liturgia delle Ore e la lettura quotidiana della sacra Scrittura, meditata e pregata, oltre ovviamente alla celebrazione dell’Eucaristia. Occorre che l’incontro con il Signore sia assiduo, quotidiano, da innamorati, sostenuto dallo studio della Teologia. Preghiera e studio: due coordinate essenziali, perseguite con grande impegno, affinché la nostra testimonianza, potenziata dal lógos divino, attui quanto è raccomandato da 1Pt 2,15: «santificate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi».
Rosario Gisana
