Il raggiro di Dio

Ritiro di clero di Nicosia

L’incarnazione del Verbo di Dio è un mistero che ci avvolge nel fascino di una speciale rivelazione. Quello che è accaduto con la nascita di Gesù oltrepassa il senso del compimento (cfr. Eb 1,1-2). È vero che in lui si sono attuate le promesse messianiche, ma è altrettanto vero che l’assunzione della carne dell’uomo lascia trapelare qualcosa d’indicibile. A spiegarlo è Leone Magno, nel sermone XXII dedicato al Natale. Pensando alla nascita di Gesù siamo pervasi da un profondo sentimento di gratitudine verso Dio, perché «è spuntato per noi il giorno che significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna». Sarebbe forse questo «il giorno del Signore» preconizzato dai profeti (cfr. Am 5,18; Is 13,6; Sof 1,14; Mal 4,5)? Le parole di Leone Magno fanno capire che l’incarnazione del Verbo inaugura la «pienezza dei tempi» (Gal 4,4), ovvero un tempo di salvezza irrepetibile nel quale l’uomo è invitato a constatare la certezza della prossimità di Dio. È ardimentoso confessare che la redenzione divina abbia avuto bisogno d’innovazione, che la nascita verginale di Gesù abbia disposto ad una gioia duratura (cfr. Gv 15,11) e che quello che è stato annunciato sia stato profezia. Ma è così. La presenza del Figlio di Dio nell’esistenza umana è già un’innovazione; essa cela qualcosa di sconvolgente, insito proprio nell’assunzione della carne dell’uomo: la carne di peccato (cfr. Rm 8,3), destinata alla corruzione, è santificata dalla decisione del Verbo a nascere nel cuore dell’umanità.

In questo giorno così luminoso, nasce colui che dà all’umanità l’occasione di ritrovare la sua piena dignità. Si tratta di un giorno che se da una parte pone i termini per risaltare le nostre contraddizioni, dall’altra lascia un’intensa scia di letizia che oltrepassa le gioie transitorie, legate al soddisfacimento dei propri bisogni: «In questo giorno – continua Leone Magno – è giusto che noi elevati in alto i cuori adoriamo il divino mistero, affinché sia celebrato dalla Chiesa con grande letizia quel che si compie per munifica generosità di Dio». La nascita verginale di Cristo è certamente frutto della misericordia di Dio. Essa manifesta la magnanimità di Dio e ne attesta il suo cuore grande. Lo afferma Paolo ripensando il percorso della sua conversione, legato al dono gratuito dell’amore di Cristo: «Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna» (1Tm 1,15-16).

Per Leone Magno tutto ciò è un «mistero», vale a dire manifestazione del sacramento della misericordia divina, attestazione definitiva del “cuore grande di Dio”. Per tale motivo egli puntualizza che questa nascita, protesa unicamente alla salvezza, «si è attuata nel tempo stabilito per durare fino alla fine». È l’incarnazione a stabilire, nel tempo indeterminato dell’uomo, il kairós della visita di Dio (cfr. Lc 1,78): il tempo propizio per sperimentare la concretezza dell’amore divino, giacché, nel momento in cui è apparso nella storia il Verbo di Dio, il tempo ha assunto la preziosità del momento opportuno. Questo tempo ha reso speciale per sempre l’incontro dell’uomo con Dio, ogni singolo momento in cui l’uomo possa accogliere la visita circostanziata di Dio. Colpisce l’espressione «per durare fino alla fine», quasi a dire che l’incarnazione, collocatasi in un tempo della storia, protrae i suoi frutti di redenzione fino alla maturazione di quell’uomo perfetto (cfr. Ef 4,13), presente in ciascuno, che impara a riconoscere la sollecitudine di Dio. L’incarnazione è svelamento del divino compiacimento, o per meglio dire la definitiva vicinanza «di Dio onnipotente e clementissimo, la cui natura è bontà, la cui volontà è potenza, la cui azione è misericordia». Le parole di Leone Magno specificano ancora meglio l’azione di misericordia che si cela nella nascita verginale di Cristo. Quest’ultima è, a pieno titolo, svelamento della vera identità di Dio. Se Cristo rivela all’uomo il senso genuino della sua esistenza, egli è anche artefice della conoscenza di Dio che lo si apprende nel suo ruolo di Padre (cfr. Gv 1,18).

L’ineffabilità di quest’atto è legata, per Leone Magno, alla sua efficacia. Egli considera l’incarnazione «la medicina della misericordia divina», mediante la quale l’uomo è guarito dalla paura della morte. L’apostolo in effetti rassicurava che la vita di Cristo nell’esistenza umana avesse comportato la liberazione dalla schiavitù del peccato, da quella condizione di confine che concepiva il peccato preambolo di morte (cfr. Rm 6,22-23). Ebbene, con l’incarnazione Dio ha compiuto un atto inaudito, mai fino adesso ascoltato: egli ha raggirato «colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo» (Eb 2,14), nel senso che – spiega Leone Magno – «Dio, immutabile, la cui volontà è inseparabile dalla benignità, adempisse con segreta economia e con occulto mistero il suo primo disegno di grazia ai nostri riguardi, affinché l’uomo, caduto in colpa per l’insidia del maligno diavolo, contrariamente al piano di Dio non perisse».

Quest’intuizione è stupefacente. La nascita di Cristo ha reso inabile l’azione subdola del diavolo e con lui quelle spire di sgomento che assalgono di fronte al limite della morte. Dio, in altri termini, ha colto nell’uomo la sua insipiente avventatezza, come rammenta l’orante del Sal 77,39: «Dio ricordava che essi sono di carne, un soffio che va e non ritorna», obbligandosi in tal modo a preparare una “medicina” che potesse non soltanto alleviare il peso di dolore che gravava sull’esistenza umana (cf. Eb 2,18), ma potesse altresì debellare l’azione subdola del male: «La malizia del diavolo con il veleno del suo odio ci sottomise alla morte, tosto indicò all’inizio del mondo la medicina che la sua misericordia metteva a disposizione per risollevare il genere umano». Ciò è accaduto grazie al Verbo di Dio, il quale «ha nascosto sotto il velo la gloria della sua maestà, assumendo la natura del servo. Dio, inviolabile, non ha sdegnato di assoggettarsi al dolore; l’immortale non ha rifiutato di sottomettersi alla legge della morte».

La nascita di Cristo, per nulla apparente, ha liberato l’uomo dalla morte, raggirando il diavolo che pensava – commenta Leone Magno – «avesse trovato sollievo alle proprie pene nel compagno di peccato e si gloriava che l’uomo, da lui ingannato, fosse stato privato dei doni divini e, spogliato dell’immortalità, fosse assoggettato a dura sentenza di morte; in più si gloriava  perché Dio, secondo le esigenze della giustizia, era stato costretto a cambiare proposito riguardo all’uomo che egli aveva creato insignito di grande dignità».

Con l’incarnazione Cristo ha raggirato perspicacemente il maligno, il quale non poteva immaginare che Dio avesse assunto la carne dell’uomo, cioè la carne di peccato. Da qui si capisce la ragione perché Dio tra l’altro decise che la nascita di Cristo fosse verginale. D’altronde, non poteva non essere così, dato che era necessario salvaguardare la purezza divina e al contempo circuire colui che aveva competenza nell’irretire l’uomo. Il diavolo – afferma Leone Magno – «ha osservato la natura di lui, simile alla nostra, e ha creduto che egli fosse compreso nella condanna di tutti gli altri. Non comprese che era estraneo ai ceppi, procuratici dalla disobbedienza, colui che non vedeva libero dall’umana debolezza». Questo singolare “segreto messianico”, iscritto da sempre nel progetto salvifico – come suggerisce ancora Leone Magno che afferma: «Egli voleva che il diavolo ignorasse la nascita del Salvatore del genere umano; così, ignaro dello spirituale concepimento, il maligno non avrebbe pensato a una nascita diversa da quella degli altri uomini, perché lo vedeva non differente dagli altri» – questo segreto messianico dunque ha permesso all’incarnazione di manifestare con forza la sua portata redentiva che non soltanto ha liberato e risanato l’uomo, ma ha pure convinto quest’ultimo sulla debolezza del diavolo: le sue sterili malie che illudono e prostrano, che esaltano e avviliscono.

In effetti – puntualizza Leone Magno – a Dio non mancavano modalità per innovare l’atto creativo e coinvolgere l’uomo; nella sua misericordia «Egli ha scelto questa via della redenzione per seguire un criterio di giustizia, anziché fare uso della sua potenza nel distruggere il male compiuto dal diavolo». La nascita di Cristo pertanto non poteva che essere verginale. Anzi, è stata proprio quest’imprevedibile scelta a circuire il diavolo, poiché «dalla madre fu assunta la natura dell’uomo, non la colpa. La natura di servo è stata fatta senza portare con sé condizione servile. L’uomo nuovo è stato misurato sul vecchio in modo da assumere la realtà della natura e da escludere l’antico peccato».

Quest’azione redentiva, che «ha giocato l’astuzia del nemico», ha prodotto in noi un cambiamento radicale, rendendo pregevole la nostra esistenza. Lo stupore prende le mosse proprio dalla trasposizione cui si sottopose, con la nascita di Gesù, la nostra umanità: «A te, una volta prostrato ed escluso dal Paradiso, a te, destinato a morire ininterrottamente durante un lungo esilio e dispeso alla stregua della polvere e della cenere, a te, senza speranza di vivere, è stata data con l’incarnazione del Verbo la facoltà di tornare dal lontano luogo ove eri al tuo Creatore, di riconoscere il tuo Padre, di passare dalla servitù alla libertà, di essere innalzato dalla condizione di forestiero alla dignità di figlio». Leone Magno è dell’avviso che l’incarnazione è, tra le opere divine, l’atto più sorprendente, mediante il quale Dio ha persuaso l’uomo ad apprezzare l’umanità. In essa si coglie la coesistenza del peccato con la grazia, lo svelamento di quest’ultima, in maniera sovrabbondante, nelle variegate debolezze (cfr. 2Cor 12,7-10) e, ancor di più, la possibilità di protrarre l’effetto benefico dell’incarnazione.

Questa sublime nascita non può essere ridotta ad evento, pur sconvolgente, della storia dell’umanità. L’assunzione della carne da parte del Verbo ha rigenerato l’uomo: gli ha dato l’occasione di capire a fondo il senso della sua umanità, quale luogo di privilegio ove si impara ad amare come il Figlio di Dio; gli ha suggerito il modo come continuare ad ingannare il diavolo, operando il bene con azioni irrepetibili di contrasto nei confronti del male; gli ha permesso di capire che la sua umanità è totalmente invasa dalla misericordia di Dio, al punto che vale quello che l’umanità stessa è: abitazione divina (cfr. Gv 3,14), ove l’uomo accoglie gratuitamente il dono della divinizzazione

Il cammino di conversione, sostenuto e accompagnato dall’incarnazione del Verbo, è segno di una strabiliante condizione in cui l’uomo constata la bellezza dell’umanità redenta. E quest’ultima è davvero superiore alla condizione angelica, non soltanto perché – rammenta l’orante del Sal 8,6 – Egli «ci ha fatti poco meno di un dio», ma soprattutto perché in essa si coglie la stupefacente meraviglia dell’atto creativo ex nihilo. Come è possibile che dalla natura umana, alterata dal peccato, possano rifiorire con soavità i frutti della divinizzazione? L’esortazione allo stupore nasce proprio da quest’inusitata verità che Leone Magno così commenta: «A te, nato dalla carne corruttibile, è stata data la facoltà di rinascere dallo Spirito di Dio e di ottenere per grazia ciò che non avevi per natura, in modo che riconoscendoti, mediante lo Spirito di adozione, come figlio di Dio, possa ardire di chiamare Dio tuo padre».

Con l’incarnazione del Verbo, l’uomo è stato posto di fronte alla bellezza dell’umanità redenta e, in particolare, gli è stato dato l’avvio per cooperare all’opera della nuova creazione che si è attuata dal momento in cui – ricorda Paolo – il Verbo di Dio ha scelto la via dell’umiliazione per esaltare l’uomo dandogli la dignità di figlio: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9).  Quest’opera di divinizzazione prende le mosse, secondo Leone Magno, dalla consapevolezza, maturata nell’uomo per l’incarnazione del Verbo, «di essere stato sciolto dal reato della cattiva coscienza». L’uomo cioè, da quel momento in cui è giunta «la pienezza dei tempi» (Gal 4,4), è reso capace di pensare Dio, di desiderarlo e di evocare la divina presenza, attraverso la testimonianza di opere buone.

Tale aspirazione, che vede l’umanità rivestita della misericordia divina, è frutto certo dell’imitazione del Verbo, il quale con l’incarnazione ha manifestato uno stile di vita che esalta il genere umano di dignità divina; ma è altresì frutto di un nutrimento che sostenta il cammino di conversione, ispirato dall’esemplarità del Verbo incarnato. Leone Magno lo specifica con un’esortazione: «nùtriti della virtù di una sostanza immortale». L’espressione richiama il nutrimento sostanziale della parola di Dio e dell’eucaristia, come accompagnamento della grazia che assicura la vittoria sul male e l’incontro da figlio con il Padre: «Combatti con sicurezza contro le tentazioni ostili in ossequio alla confessione di fede in Dio […], e sii certo che sarai incoronato per la vittoria nei campi trionfali dell’eterno Re, quando la risurrezione, preparata ai cultori di Dio, ti investirà per innalzarti alla società del regno celeste».

Rosario Gisana

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