Premessa
È importante comprendere il senso della consolazione e come essa si possa coniugare con la misericordia. Ne parla esplicitamente Benedetto XVI nella Lettera enciclica Spe Salvi al n. 38: «Accettare l’altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale c’è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell’amore. La parola latina con-solatio, consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine». Si può dire che la consolazione rientra nelle dinamiche della misericordia, perché:
- a) compie un atto di accoglienza dell’altro;
- b) raggiunge l’altro in una situazione difficile (qli/yij = sofferenza in genere);
- c) assume la sua sofferenza;
- d) la sofferenza diventa “condivisa”;
- e) la sofferenza è attraversata dalla luce dell’amore.
Ciò significa che la sofferenza che provoca per definizione forme di angoscia e solitudine, supportata dalla misericordia, dispone alla con-solazione, ossia ad essere con l’altro nella solitudine.
- L’origine della consolazione
L’apostolo Paolo indica che l’origine della consolazione è Dio, nella sua condizione di Padre. La paternità di Dio è da rileggere nelle indicazioni che dà Gesù, in particolare nelle allusioni che si colgono dalle parabole lucane della misericordia (cfr. Lc 15,4-32). Risaltano tre aspetti:
- a) la sensibilità amorevole e sapiente del pastore;
- b) la puntigliosità sollecita della donna;
- c) l’attesa agognante del padre buono.
Stando all’espressione di 2Cor 1,3b: «Padre delle compassioni (tw/n oivktirmw/n) e Dio di ogni consolazione (pa,shj paraklh,sewj)», si capisce che le compassioni di Dio, che evocano la sua paternità, hanno a che fare con la consolazione (para,klhsij). Essa rimanda chiaramente all’azione messianica di Cristo, secondo la quale Dio stesso, attraverso Gesù di Nazareth, si premurerà di consolare il suo popolo, attuando la speranza messianica. Paolo, a tal riguardo, fa una trasposizione di significato: l’opera della consolazione, che è liberazione messianica mediante cui Dio interviene per liberare il suo popolo, è affidata a Gesù che l’attua con il dono della sua vita. Tutto questo si ravvisa nel parallelismo compassione (oivktirmo,j) – consolazione (para,klhsij). Da specificare che il termine compassione (oivktirmo,j) ha a che fare con il sentimento di Gesù che è la commozione viscerale. La consolazione inaugura pertanto l’atto di liberazione del popolo, non soltanto perché essa rientra nella dinamica della tenerezza di Dio, ma anche perché è il modo personale di Dio di avvicinare quanti sono nella sofferenza. La consolazione sarebbe pertanto un atto di liberazione. Lo attesta chiaramente il profeta Isaia, inaugurando il tempo della redenzione messianica: «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati» (Is 40,1-2). Ecco allora l’equivalenza: la consolazione sta alla liberazione come entrambi stanno alla redenzione.
- La consolazione di Cristo
Per l’apostolo Paolo quindi la consolazione è un atto di liberazione, attraverso il quale Dio manifesta la sua paternità. Si può anche dire che la consolazione è quell’atto di misericordia con cui Dio mostra apertamente la sua sollecitudine verso le creature che gli sono figlie. Questa sfumatura della natura di Dio è attribuita, per il mandato messianico, a Cristo. È lui il redentore «il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato sé stesso in riscatto per tutti» (1Tm 2,5-6), colui che ha portato a compimento l’atto di liberazione di Dio. È la ragione perché l’apostolo puntualizza che Dio è padre «del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 3a). Non si tratta di una rivelazione nella rivelazione. La testimonianza di Gesù è in continuità con la rivelazione primigenia: essa ne è pure il compimento (cfr. Eb 1,1-3). Pertanto, Dio è padre di Cristo, perché gli affida un preciso compito che riguarda la sua presenza nella qli/yij (sofferenza) degli uomini e delle donne. È probabilmente il senso del participio presente «colui che consola» (o` parakalw/n), rammentando quanto è detto in Eb 2,18: «In esso [nel popolo] infatti egli stesso, essendo stato messo alla prova, ha sofferto, per poter venire in aiuto a coloro che sono nella prova». Gesù libera, condividendo le sofferenze degli altri, accompagnando e soffrendo assieme a coloro che sono nella prova. Chi comprende questo è capace di consolare alla maniera di Dio, di comunicare a chi soffre la certezza di una speranza che non delude (cfr. Rm 5,5): la speranza che la morte, somma di tutte le sofferenze, non ha l’ultima parola sull’umanità (cfr. 1Cor 15,54-58).
È significativo quello che Giovanni Paolo II afferma nella Lettera apostolica Salvifici doloris al n. 20: «La partecipazione stessa alla sofferenza di Cristo trova, in queste espressioni apostoliche, quasi una duplice dimensione. Se un uomo diventa partecipe delle sofferenze di Cristo, ciò avviene perché Cristo ha aperto la sua sofferenza all’uomo, perché egli stesso nella sua sofferenza redentiva è divenuto, in un certo senso, partecipe di tutte le sofferenze umane. L’uomo, scoprendo mediante la fede la sofferenza redentrice di Cristo, insieme scopre in essa le proprie sofferenze, le ritrova, mediante la fede, arricchite di un nuovo contenuto e di un nuovo significato». Il Papa spiega che la sofferenza, spazio privilegiato della presenza di Dio, è il momento più importante dell’esistenza, perché in essa si fa esperienza della misericordia e della sollecitudine di Dio. E questo accade per l’atto di liberazione, operato da Cristo. Egli infatti:
- a) ha fatto conoscere, soffrendo, la sua sofferenza all’uomo;
- b) ha fatto capire che le sofferenze non sono a fondo perduto;
- c) ha raccolto nella sua sofferenza tutte le sofferenze umane, in virtù dell’incarnazione;
- d) ha rivelato all’uomo che nella sofferenza del messia sono sunteggiate tutte le sofferenze;
- e) ha sostenuto l’uomo sofferente, dimostrandogli che la sua sofferenza, arricchita dalla sofferenza di Cristo, è dinamicamente protesa alla redenzione.
Questo è l’atto di liberazione, vaticinato persino dai profeti: colui che soffre non è lasciato solo, e la sua sofferenza, redenta dalla sofferenza del messia, coopera all’atto redentivo di Dio. L’espressione del v. 5a è difficile da capire: «abbondano le sofferenze di Cristo verso di noi». Che cosa s’intende per sofferenze di Cristo? Si tratta di un genitivum auctoris, secondo cui le sofferenze sono quelle che Cristo ha provato nella sua esistenza terrena. Ciò significa che nella nostra sofferenza sperimentiamo una forte partecipazione all’esperienza dolorosa di Cristo, con una sfumatura importante: la conformazione, in senso discepolare, alla sua morte. Cosa s’intende per conformità alla sua morte? L’apostolo lo spiega chiaramente con l’aggiunta di un termine: «La comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte» (Fil 3,10). È quello che provoca la sofferenza di Cristo nelle nostre sofferenze: la piena comunione con lui. È il dinamismo del pa,qhma (sofferenza) di Cristo, vissuto con fede nei nostri momenti di sofferenza. È questo un aspetto significativo della consolazione di Dio: la comunione alle sofferenze di Cristo, come piena unione con lui. Tutto questo in abbondanza, grazie all’amore misericordioso di Dio che, in Cristo, ha donato la sua vita per noi.
- La consolazione fraterna
Nella frase di Paolo (cfr. 2Cor 1,5a) risalta il pronome di prima persona plurale «noi» (h`mei/j). L’allusione è chiaramente al corpo di Cristo che è la Chiesa. Essa è il luogo per antonomasia della consolazione. Lo rammenta Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium al n. 114: «La chiesa dev’essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del vangelo». La vita buona del vangelo è testimonianza di fraternità, a partire dalla quale ciascuno dà prova di saper accogliere l’altro, incoraggiandolo, sostenendolo, amandolo. La vita fraterna nasce dalla consolazione vicendevole, le cui dinamiche affondano le sue radici nell’atto di liberazione di Cristo. Nella misura in cui si è consapevoli di quest’azione messianica, si forma nella Chiesa la comunione fraterna. Ed è qui che la consolazione diventa manifestamente misericordia.
In questo luogo speciale di koinwni,a (comunione), che è la Chiesa, la con-solatio è, a pieno titolo, misericordia. Nella Chiesa s’impara ad essere fratelli, assimilando i sentimenti di Cristo (cfr. Fil 2,5), portando il peso della sofferenza degli altri (cfr. Ef 4,2), sostenendo i pusillanimi (cfr. 1Ts 5,14), incoraggiando chi è senza speranza (cfr. Eb 10,23). In una parola: venendo incontro alle sofferenze degli altri, si forma la vera comunione, quell’essere-con nella solitudine dell’altro. Quest’aspetto costituisce il vero atto di misericordia, perché ciascuno nella propria solitudine trova la compagnia dell’altro. Questa è la chiesa, afferma Giovanni Crisostomo nell’omelia quinta In genesim: «Se uno giunge in piazza e vi trova un solo amico, tutta la sua tristezza sparisce. Ma noi non andiamo in piazza, bensì in chiesa: vi incontriamo non uno solo, ma molti amici, ci uniamo a molti fratelli, a molti padri. Non dovremmo dunque allontanare ogni nostro scoraggiamento e riempierci di letizia? […] Qui in chiesa […] ogni discorso inutile è bandito ed ogni insegnamento spirituale ha il suo posto. Parliamo della nostra anima e dei beni che interessano l’anima, della corona che c’è riposta nel cielo, della rettitudine nella vita, della bontà di Dio, e della sua provvidenza per tutto il mondo, e ancora di tutte le cose che ci riguardano, il motivo per cui siamo stati creati e la sorte che ci aspettiamo quanto ce ne partiamo da quaggiù, e la situazione che verrà per noi decisa».
Rosario, vescovo
