Premessa
L’identità presbiterale deve la sua configurazione all’assimilazione della virtù di Cristo che è la carità pastorale. Nella misura in cui il presbitero ha chiara quest’istanza fondamentale del ministero, ogni sua attività è testimonianza della prossimità del regno di Dio. Ciò aiuta a vivere il ministero con quell’ascesi sacerdotale, da cui trapela un senso di un’inaspettata tensione, tipica di chi vive con lo sguardo proteso verso il cielo (cfr. Col 3,1-2). La carità pastorale genera nel presbitero un’intensa passione per le persone affidate e al contempo una strana sensazione di non appartenenza. Si constata quello che Gesù dice ai discepoli sull’essere nel mondo ma non del mondo (cfr. Gv 17,16). La peculiarità del servizio presbiterale sta proprio in questa straordinaria tensione di essere dentro il mondo senza appartenergli; di vivere relazioni forti e appassionate, senza essere sviati dall’attenzione riposta sul vangelo; di favorire e persino promuovere coinvolgimenti pieni nei vissuti degli altri, senza pregiudicare la pretenziosità della scelta discepolare. La carità pastorale è virtù che permette la compromissione con il mondo, affinché esso possa ritrovare i segni della visita di Dio: una compromissione che fa risaltare l’appartenenza a Dio e la totale donazione al mondo. La carità pastorale, in quanto virtù, forma ad un preciso stile di vita, che l’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis coglie nell’esistenza di Cristo pastore, paradigma di un autentico comportamento presbiterale. In Gv 10,14-16 si delineano i dettagli di tale evocazione.
- Una pastoralità nel segno della cura
Il profilo di Cristo pastore, delineato dall’autore del quarto vangelo, manifesta, fin dalle prime battute del cap. 10, peculiarità che lo accostano a Dio, pastore del suo popolo. Ciò si ravvisa nella frase di presentazione dei vv. 11.14: «io sono il buon pastore», come pure nella rilevazione della figura del mercenario (vv. 12-13). Tali riferimenti fanno capire che colui del quale si sta parlando è il figlio Dio che è nel Padre (cfr. 14,11). L’espressione: «evgw, eivmi o` poimh.n o` kalo,j (lett. io sono il pastore che è bello)» si compone di due sintagmi. Il primo evgw, eivmi (io sono) rivela la situazione di Cristo nella condizione della signoria divina che, secondo gli autori anticotestamentari, è da attribuire soltanto a Dio. Cristo sarebbe infatti il ku,rioj (Signore) che ha il potere di dare la vita e di riprenderla di nuovo (cfr. Gv 10,18). L’evocazione ha ricaduta sul secondo sintagma: o` poimh.n o` kalo,j (il pastore che è bello), che a sua volta mostra una forte enfasi letteraria: l’uso del doppio articolo determinativo con valore specificativo. Cristo non soltanto assume le peculiarità di Dio signore, ma esprime altresì aspetti che lo specificano nella condizione del messia che porta a compimento la passione d’amore di Dio per il suo popolo: «Io stesso cercherò le mie pecore – profetizza Ez 34,11-12 – e ne avrò cura. Come un pastore che passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine».
Spiega Agostino, nel Sermo XLVI,11,23 dedicato ai pastori, che quest’interessamento di Dio nasce dalla negligenza dei pastori infingardi, i quali «non si sono curate delle pecore perché non le avevano riscattate con il loro sangue». Colui invece che compie il modo di essere pastore di Dio è Cristo, figura antitetica al mercenario. La sua bellezza si deve alla prontezza di adesione al volere del Padre, come rammenta l’autore della lettera agli Ebrei: «pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,8-9), e alla giusta applicazione della pastoralità, voluta da Dio. Il doppio articolo potrebbe evocare questa situazione del Cristo pastore, ma certamente un modo di prendersi cura del gregge, in aperto contrasto con quanto viene biasimato da Dio: «Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse» (Ez 34,4).
L’accostamento di Cristo a Dio pastore, resa dal parallelismo dei due sintagmi, evgw, eivmi (io sono), che mette in evidenza la sua partecipazione alla signoria di Yhwh, e o` poimh.n o` kalo,j (il pastore che è bello), che sottolinea il compimento della pastoralità divina, consente di applicare a Gesù aspetti che, secondo l’orante del Sal 23, riguardano Dio pastore. A cominciare dall’espressione del v. 1: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla», da cui trapela quello che i discepoli pensano di Gesù: egli è il Signore, rammenta Paolo in Rm 10,9, colui nel quale «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9), e che senza di lui non si potrà fare nulla (cfr. Gv 15,5). La compagnia di Cristo è sicurezza che nasce sull’alveo della potenza della croce. Il termine tAxånUm. del v. 2 (riposi, certezze), al plurale, evoca, nella prospettiva cristiana, la relazione di Gesù con i suoi discepoli. Essi vedono in lui il compimento delle promesse messianiche, come lascia intravedere Mt 11,28: «venite a me voi che siete affaticati e appesantiti, io vi farò riposare» (Mt 11,28), un riposo speciale che è prossimità con la sua persona (cfr. Eb 4,11). Chi compie nel Salmo quest’azione di avvicinamento è Dio. E qui si scorge un chiaro parallelismo: l’evgw, eivmi (io sono) giovanneo richiama l’espressione del v. 3c del Sal: Am*v. ![;m;äl. (per il suo nome). Le attenzioni che ha Dio pastore per il suo popolo si colgono nel modo di essere pastore di Gesù. Agostino, In Joannis Evangelium, tractatus CXXIII,5, definisce quest’azione di giustizia di Dio, che si rivela pienamente in Cristo: «officium amoris». Si tratta della carità pastorale che il presbitero impara dal modo con cui Gesù accoglie le persone e cerca quelle bisognose: un atteggiamento di solidarietà che evoca quello di Dio che «conduce premurosamente la mia anima» (v. 3a), commenta l’orante del Salmo; è quella carità pastorale che svela la natura misericordiosa del Padre, nell’esercizio della giustizia che è accompagnamento solerte ed attento: «mi accompagna tra sentieri della giustizia» (v. 3b); ed è quella carità pastorale che è presenza di chi illumina, conforta e orienta quanti vivono cupe solitudini, atteggiamento vivamente presente in Gesù come anche in Dio: «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male» (cfr. v. 4a).
L’acme della carità pastorale di Cristo si ravvisa nella sintomatica espressione del v. 4b del Salmo: «perché tu sei con me», mediante cui l’orante confessa la vicinanza di Dio che è consolazione (cfr. v. 4c: ynImu(x]n:)y>). Quest’atteggiamento di attenzione, di misericordia, di consolazione è attestato dall’immagine del pastore che con il bastone e il vincastro assicura al gregge il suo sostegno. Egli lo accompagna con premurosa diligenza, come specifica l’espressione del v. 4c: «sono essi a consolarmi», e come lascia trapelare il senso di accoglienza che si coglie nel v. 5. Gesù dirà ai suoi discepoli di pregare il Padre, affinché mandi loro «un altro consolatore» (Gv 14,16), lasciando intendere che la sua presenza è già un dono di consolazione, sia perché essi sono stati introdotti alla conoscenza piena della paternità divina (cfr. Gv 1,18; Rm 8,14-17; Gal 4,1-7), sia perché il suo accompagnamento ha significato la certezza della sollecitudine di Dio nella sua persona. Gesù infatti assicurerà i discepoli dicendo: «Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20): affermazione questa che richiama in filigrana il senso del v. 4b del Salmo. Il sintagma ds,x,äw” bAjÜ (bontà e grazia) del v. 6a, parallelo a quello più ricorrente tm,ªa/w<÷ ds,x,î (misericordia e fedeltà), sottintende la trasmissione della sapienza (cfr. Sal 25,10; 61,8; 85,11; 86,15; 89,15; 117,2; Pr 3,3; 14,22; 16,6; 20,28) nella prospettiva della creazione. Il termine bAjÜ (bontà), che non è tm,ªa/ (fedeltà), evoca infatti l’azione ordinatrice di Dio creatore, un atto benevolo che mette ordine e dà felicità alla vita. Tale rivisitazione ha avuto compimento con Gesù Cristo, come attesta Paolo in 2Cor 5,14.17: «L’amore del Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti […]. Quindi se uno è in Cristo è una creatura nuova (kainh. kti,sij) le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove», e in Tt 3,4-5: «Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo».
La carità pastorale di Cristo, in continuità con quella di Dio che l’orante del Sal spiega mediante l’uso della coppia, bontà e misericordia, si lega essenzialmente ad un atto d’amore, che è attestazione della consolazione divina. È interessante il verbo che regge quest’azione misericordiosa di Dio: la bontà e la misericordia inseguono (@dr) l’orante, proprio alla maniera di Cristo che «è venuto nel mondo per salvare i peccatori in– e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità (makroqumi,an)». (1Tm 1,15-16). È questo cuore grande (makro-qumi,a) di Gesù che spiega il senso dell’ultima battuta dell’orante: «abiterò nella casa del Signore per la lunghezza dei giorni» (v. 6b), ove il verbo yTiîb.v;, essendo un infinito costrutto può essere inteso con abitare (bvy; cfr. Sal 84,11) oppure più coerentemente con riposare (tbv; cfr. v. 2a). Tenendo conto del termine hx.nUm. (riposo) al v. 2, è probabile che l’orante crei qui un’inclusione letteraria, per rimarcare l’esito della compagnia di Dio. La consolazione, o meglio questo nuovo stato di «riposo» riguarda la presenza di Dio nella vita dell’orante. L’espressione ~ymi(y” %r,aoål. del v. 6b (per la lunghezza dei giorni), sottintende il riposo scaturito dalla relazione con Dio, un riposo infinito che durerà per tutta la vita; ed è ciò che ha attuato Gesù con la sua morte in croce, presentando al Padre quanti confessano la fede in lui: «Per mezzo di Cristo infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito» (Ef 2,18; Eb 10,19-20).
- La mediazione di Cristo e la conoscenza del Padre
Questa nuova condizione di pastoralità, inaugurata da Gesù, è letta dall’autore del quarto vangelo, in termini di conoscenza. Essere introdotti alla presenza di Dio, frutto della carità pastorale di Cristo, significa concretamente conoscere chi è Dio. La passione d’amore di Cristo non soltanto ripristina una relazione tra Dio e l’uomo riconciliato (cfr. 2Cor 5,18-21), ma diventa altresì svelamento del modo con cui Dio si relaziona. L’orante del Salmo non aveva colto questa sfumatura così significativa della misericordia divina, ravvisata in tutta la sua pienezza nella mediazione di Cristo che annuncia la paternità di Dio (cfr. Gv 1,18). Qui infatti si intravede il senso pieno dell’espressione o` poimh.n o` kalo,j (il pastore che è bello), giacché, come pastore dalle potenzialità divine, è l’unico a poter rivelare chi è veramente Dio. Egli fa conoscere la vera natura di Dio e per conseguenza la nuova condizione in cui si trova il discepolo: essere figlio di Dio alla maniera di colui che è primogenito tra molti fratelli (cfr. Rm 8,29). Quest’istanza si profila nella relazione che Cristo pastore ha con le pecore: «conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre» (vv. 14b-15a). Questa frase è da leggersi probabilmente in parallelo con quanto l’autore afferma in 15,9: «come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi: rimanete nel mio amore». La conoscenza è una relazione d’amore, voluta da Gesù, dando lui per primo la vita. I due verbi ginw,skein (conoscere) e avgapa/n (amare) sono sinonimi nel pensiero giovanneo e lasciano capire, attraverso il modo di amare di Cristo, la paternità di Dio, ovvero il suo modo d’amare ampiamente generoso: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (3,16). Ciò che conoscono le pecore è il loro pastore che si dona senza condizioni, rivelatore dell’amore di Dio padre.
L’amore di Cristo, dono totale di sé alle pecore, altro non è che l’amore stesso del Padre. Le pecore conoscono quest’amore nell’amore di Gesù. Lo suggerisce l’evidente parallelismo delle espressioni ginw,skousi, me (esse conoscono me) e ginw,skw to.n pate,ra (io conosco il Padre). Le pecore conoscono di Cristo quello che egli conosce del Padre: la sua paternità, unica, straordinaria, irrepetibile, che si rivela e si esprime nell’amore donante del figlio. Questa conoscenza è connotativa di uno stato di cui si prende consapevolezza stando dietro a Gesù: la figliolanza divina. Ma di quali pecore l’autore sta parlando? L’espressione ginw,skousi, me ta. evma, (lett. conoscono me, quelle mie) pone l’accento sull’ultima battuta ta. evma, (quelle mie), forse per distinguerle da quelle che non sono di quest’ovile (cfr. v. 16), ma certamente per evidenziare quelle che vivono una relazione permanente con Gesù: i discepoli, diventati depositari dell’amore del Padre, quell’amore che rigenera e dà vita.
La conoscenza di Cristo è dunque misura per conoscere l’amore di Dio padre, in una duplice modalità. La prima riguarda l’assimilazione della vita dell’altro a sé, come è suggerita dal v. 15b: «offro la mia vita per le pecore». L’autore preferisce al verbo di,dwmi (donare: cfr. v. 28), più classico per indicare la donazione, il verbo ti,qhmi (collocare, porre). Ciò rivela una sfumatura interessante dell’atto oblativo di Gesù: la compromissione nel vissuto altrui. Si tratta di un atto sconvolgente che fa della propria vita uno spazio di rinascita per l’altro. Somigliare a Gesù, in questa forma eccedente di donazione (u`pe.r tw/n proba,twn), significa mettere concretamente in gioco la propria vita, perseguendo l’ideale d’amore della paternità di Dio. Questa tipologia di donazione (th.n yuch,n mou ti,qhmi) trasforma la vita in uno luogo d’accoglienza, ove tutti indistintamente posso trovare conforto, sollievo, refrigerio. Collocare significa pertanto, in questa prospettiva, rinunciare, restringersi, cedere, diventare spazio, giacché, dal momento in cui si colloca la vita per qualcuno in modo eccedente (u`pe,r), alla maniera di Gesù, si attua un atto importante che è la rigeneratività dell’altro, frutto di un benevolo e libero ritrarsi per dare spazio. Gesù, tra le righe, lo raccomanda ai discepoli: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà» (Mc 8,35). Il senso finale della sequela sta proprio in quest’atto di ricollocazione della propria vita, cioè del coraggio di saper ritrarsi, il coraggio di fare della propria vita uno spazio di felicità per l’altro, sulla falsariga dell’eccedenza d’amore di Cristo. È qui che la carità pastorale, che è passione d’amore, trova la giusta prospettiva: una scelta, quella della compromissione, che comincia dentro di sé, una scelta interiore che si lascia permeare dal sentimento di tenerezza di Gesù. L’atto del collocarsi infatti è più esplicativo dell’atto del donarsi, perché esso dà l’idea di una solidarietà che va oltre la condivisione. Si percepisce o meglio si vive uno scarto voluto e scelto: essere privato di qualcosa, del ritrarsi per lasciare che la propria vita divenga spazio accogliente per l’altro.
La seconda modalità riguarda il fine della compromissione. L’autore riferisce, nel v. 16, che vi sono pecore che non appartengono a quest’ovile. Il termine auvlh,, che sta ad indicare l’atrio di un’abitazione, è utilizzato in questo contesto forse per evocare un luogo simbolico. Si tratterebbe probabilmente del cortile del sommo sacerdote (cfr. 18,5), ove Gesù subirà le prime accuse del processo e soprattutto farà esperienza del rinnegamento di Pietro: un luogo in cui egli manifesterà benevolenza nei confronti di chi non merita. Inoltre, l’uso, che fa la Lxx di questo termine, è di tipo sacrale. Si tratta dell’atrio in cui era collocata la tenda della testimonianza. Qui i sacerdoti consumavano il resto delle oblazioni presentate a Dio (cfr. Lv 6,9), e, secondo Lv 6,19, il sacerdote consumava la vittima di peccato per la purificazione. Quest’allusione ulteriore spiega il senso che ha auvlh, (atrio) nel quarto vangelo. Il cortile del sommo sacerdote sarebbe probabilmente l’atrio sacrale in cui sta per attuarsi il sacrificio per antonomasia, quello di Gesù: «vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2,2). Egli infatti espierà il peccato di Pietro che sta per tradirlo, dei giudei che non hanno colto il senso del compimento messianico e dei pagani che ignorano l’inaugurazione della salvezza estesa a tutti. Questa compromissione di Gesù, che suppone il sacrificio della sua persona, è intesa dall’autore in una triplice prospettiva:
- Condurre le pecore. Si tratta di un gesto ordinario che un pastore compie con le sue pecore. L’espressione giovannea dei/ me avgagei/n (è necessario che io conduca) è ricca però di significato. Essa lascia trapelare l’ansia di chi tiene molto alle sue pecore, sperando che non se ne perda neppure una. È l’atteggiamento di un pastore attento, premuroso, alla maniera di Dio, del quale le profezie attestano una particolare dedizione di delicatezza, sensibilità, amorevolezza: «Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna e porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40,11). Questa sollecitudine si scorge con maggiore veemenza nel cercare, secondo Ez 34,16, le pecore perdute, nel ricondurre quelle smarrite, nel fasciare le pecore ferite e nel curare quelle malate. Gesù, che compie queste profezie, attribuisce a sé il comportamento di Dio pastore.
- Ascoltare la voce. Il sintagma avkou,ein th/j fwnh/j (ascoltare la voce) è giovanneo (cfr. 3,8.29; 5,25.28.37; 10,3.16.27; 18,37), con una variante in 10,4-5, ove l’autore utilizza in sinonimia il verbo oi=da (conoscere). Tale combinazione aiuta a capire il senso dell’espressione: «ascolteranno la mia voce» (v. 16b), da cui trapela una relazione confidenziale, molto simile a quell’intimità d’amore che si legge in Ct 2,8, ove la voce, riconosciuta dall’amata, è quella del diletto (ydIêAD lAq). Ciò significa che il rapporto, instaurato tra il pastore e le pecore, è così profondo da evocare un forte attaccamento l’uno all’altro, alla maniera di chi ama ed è amato. Sarebbe probabilmente questo il senso della frase in 18,37: «chiunque è dalla verità ascolta la mia voce», che Gesù riferisce a Pilato. Essere dalla verità significa riconoscersi in un rapporto d’amore che nasce dal dono che questo pastore fa della sua vita. E in 8,31-32 l’autore mette in bocca a Gesù: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». La libertà discepolare nasce da una relazione d’amore, che è ascolto docile della voce del pastore, fedele ascolto della sua parola.
- L’unità del gregge. Il desiderio di unità costituisce un aspetto precipuo della pastoralità di Gesù. Egli affida al Padre la custodia dei suoi discepoli, perché essi sperimentino quella comunione che connota il rapporto tra lui e Dio. Quando egli prega per l’unità dei discepoli, chiede con forza che essi siano «una cosa sola, come noi» (17,11: i[na w=sin e]n kaqw.j h`mei/j). L’enfasi della preposizione comparativa kaqw,j (come) spiega bene il senso del numerale neutro e]n (uno). Si tratta di un’unità che interessa il rapporto tra Gesù e il Padre: un’unità ontologica. Quando Gesù richiama questo legame, come in 10,30: «io e il Padre siamo una cosa sola» per indicare che la sua missione pastorale è in perfetta sintonia con il volere di Dio, fa intendere una comunione che l’autore spiega in 14,11 con l’espressione: «io sono nel Padre e il Padre è in me». Essere una cosa sola significa porre a fondamento della vita fraterna quella dimensione di alterità che riconosciamo nel rapporto tra Gesù e il Padre. La richiesta di Gesù è esplicita. I discepoli edificheranno questa comunione e non un’altra, ove si compie quell’alterità che dà senso alla relazione fraterna, basata sull’unicità di Dio, cioè il suo modo di essere in relazione. Ciò non coinvolge soltanto i discepoli: tutti potranno partecipare di questa comunione, in virtù della testimonianza che essi stessi daranno dell’unità trinitaria in loro (cfr. 17,20-21). Come può accadere questo? L’espressione «diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (v. 16c) verte enfaticamente a rilevare l’ultima battuta: un solo pastore (ei-j poimh,n). Essa evoca le parole di Caifa, che profetizzano sulla morte di Gesù: «È conveniente per voi che un solo uomo (ei-j a;nqrwpoj) muoia per il popolo e non vada in rovina la nazione intera», e questo per «riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (11,50.52). Il dono della vita da parte del pastore è parametro di unità per il gregge, la cui comunione è affidata anche all’impegno di quelle pecore che, ascoltando la voce dell’unico pastore, accetteranno di vivere la medesima passione d’amore. Questa comunione, che è ontologica perché nasce dall’alveo della Trinità, s’impianta ipostaticamente, cioè in un modo di essere, nella vita dei discepoli.
- La dignità del ministero sacerdotale
Questa passione d’amore, che Cristo pastore condivide con le pecore, coinvolge in modo speciale il ministero sacerdotale. La configurazione a Lui si concretizza, per un presbitero, nella piena somiglianza al suo essere pastore che dà la vita per le pecore. Se egli non impara ad assimilare, in piena coscienza, questa modalità di vita che è poi uno stile di servizio, rischia di non capire il senso della chiamata al presbiterato. Non è infatti possibile che un sacerdote veda spegnere in sé stesso quello zelo pastorale, che è desiderio di donarsi agli altri, condivisione nella gioia piena del servizio al vangelo, testimonianza di comunione fraterna nell’amicizia con il Signore. Papa Francesco, nel Discorso all’apertura della 69a assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana (16 maggio 2016), lo ribadisce, rispondendo ai vescovi italiani sulla vera identità del presbitero: «Il Regno – la visione che dell’uomo ha Gesù – è la sua gioia, l’orizzonte che gli permette di relativizzare il resto, di stemperare preoccupazioni e ansietà, di restare libero dalle illusioni e dal pessimismo; di custodire nel cuore la pace e di diffonderla con i suoi gesti, le sue parole, i suoi atteggiamenti». Questa prospettiva, che pone il regno di Dio come misura nel servizio pastorale, consente di evidenziare alcuni aspetti che motivano il senso dell’essere presbiteri. Nel Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri (11 febbraio 2013) al n. 3, si legge: «La vita ed il ministero del sacerdote sono continuazione della vita e dell’azione dello stesso Cristo. Questa è la nostra identità, la nostra vera dignità, la sorgente della nostra gioia, la certezza della nostra vita». L’essenza del ministero sacerdotale sta proprio in questa partecipazione alla vita di Gesù. Sapere che un presbitero, mentre si adopera nelle variegate attività, sta prolungando in sé stesso l’azione pastorale di Cristo significa dare senso e splendore ad un servizio che sta coinvolgendo la propria vita e quella degli altri. Questo pensiero dà fervore al nostro ministero. Il presbitero imita Gesù sempre, in qualsiasi circostanza della vita, e lo rende presente attraverso parole e gesti che animano le sue relazioni ordinarie.
Tale consapevolezza dà dignità alla sua vita, segnata talvolta da ferite molto profonde che stentano a rimarginarsi. Ma è qui che si scorge il paradosso dell’amore di Dio: la vita di un presbitero è resa dignitosa dal mandato che Dio gli consegna, al di là delle sue capacità, per averlo scelto nella condizione delle sue fragilità. La chiamata infatti rivela la sovrabbondanza del perdono di Dio, da cui si intuisce, se si vuole, la vera ragione perché siamo inviati. Il presbitero, per le sue fragilità accolte e perdonate da Dio, è in primo luogo mediatore della misericordia divina, alla maniera dell’apostolo che vede sovrabbondare in sé stesso, senza alcun merito, l’amore di Cristo (cfr. 2Cor 12,9-10; 2Cor 5,21). La dignità sacerdotale nasce da quest’atto di misericordia, che dà forza, pienezza di senso e motivazione al presbiterato. Il celibato, l’ubbidienza, la povertà trovano, nella gratuità di Dio verso di noi, la giusta prospettiva, da cui ovviamente dipende il fervore apostolico. Dal momento in cui si comprende che la vita presbiterale è luogo di grazia per sé e per gli altri, svanisce ogni desiderio non corrispondente a quello di Dio. Così deve essere un presbitero: colui che – raccomanda Papa Francesco nel Discorso già citato – «non cerca assicurazioni terrene o titoli onorifici, che portano a confidare nell’uomo; nel ministero per sé non domanda nulla che vada oltre il reale bisogno, né è preoccupato di legare a sé le persone che gli sono affidate. Il suo stile di vita semplice ed essenziale, sempre disponibile, lo presenta credibile agli occhi della gente e lo avvicina agli umili, in una carità pastorale che fa liberi e solidali».
Questo modo di essere sacerdote è frutto di una scelta personale, che si matura a forza di capire come Dio stia perdonando le colpevolezze remote e stia sollecitando l’affidamento a Lui che renderà fecondo il nostro servizio. Il Direttorio definisce questo stato di consapevolezza «sorgente della nostra gioia e certezza della nostra vita». Ciò dipende da una relazione: stare con il Signore, cercandolo e desiderandolo con tutte le nostre forze. Le modalità di questa apertura, alquanto variegate, sviluppano nel presbitero un profondo senso di amicizia con Gesù (cfr. Gv 15,13); essa gli consentirà non soltanto di superare le tante contraddizioni e compromessi che si riscontrano nel ministero, ma di capire che il servizio sacerdotale, al di là dell’efficacia, è frutto unicamente della benevolenza divina. La gioia, che infiamma il nostro zelo pastorale, non è legata al successo, bensì alla constatazione di essere amati nelle proprie fragilità ed accolti nella relazione d’amicizia con Gesù. Lo conferma Benedetto XVI in uno stralcio della veglia, tenuta a conclusione dell’anno sacerdotale (10 giugno 2010): «La relazione con Cristo, il colloquio personale con Cristo è una priorità pastorale fondamentale, è condizione per il nostro lavoro per gli altri». Il servizio sacerdotale non può dunque che essere gioioso, perché ha la sua scaturigine nella relazione con Gesù, accogliendo da lui alcune implicazioni della sua pastoralità.
L’implicazione più suggestiva è che Gesù rende partecipe il presbitero della sua bellezza di pastore. L’espressione giovannea evgw, eivmi o` poimh.n o` kalo,j (io sono il pastore che è bello), trasferisce nella testimonianza sacerdotale la potenzialità dell’evgw, eivmi, che rammenta, come si è visto, l’autorivelazione di Dio, e l’incisività dell’ o` poimh.n o` kalo,j da cui si evincono i tratti della pastoralità divina. Il presbitero infatti sente agire in sé stesso la forza di Dio che non soltanto lo assiste, lo incoraggia, lo accompagna, ma permette altresì di compiere azioni che oltrepassano le sue capacità. La verifica di quest’unzione sacerdotale si scorge, per esempio, nelle numerose testimonianze di persone che ringraziano per una parola o per un gesto che le ha spinte alla conversione; nelle tante parole di grazia che fluiscono dalla predicazione e soprattutto nella comunicazione della misericordia di Dio, durante il sacramento della riconciliazione. Stupisce infatti come possa nascere, nell’accompagnamento spirituale, per mezzo nostro, cioè per mezzo di un ascolto sapiente, attento, benevolo, misericordioso, una grande nostalgia di Dio. E ancora: la forza dell’evgw, eivmi in noi s’intravede ogniqualvolta rendiamo presente Gesù con la nostra vita.
È detto che il presbitero sia “uomo di Dio”, non soltanto per il bene che egli trasfonde con la sua testimonianza, segnata talvolta da incoerenze, ma anche per l’unzione sacerdotale che gli è donata. Lo spiega espressamente Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis al n. 75: «I presbiteri sono chiamati a prolungare la presenza di Cristo, unico e sommo pastore, attualizzando il suo stile di vita e facendosi quasi sua trasparenza in mezzo al gregge loro affidato». L’incidenza delle potenzialità dell’evgw, eivmi nella vita di un presbitero scaturisce chiaramente dalla gratuità della chiamata sacerdotale: egli rappresenta Cristo in ogni circostanza, partecipa con i suoi gesti e le sue parole della rivelazione della signoria del Padre. È chiaro che tutto questo strutturerà la nostra identità di presbiteri, se lasciamo crescere in noi il desiderio di conformazione a Gesù pastore. La bellezza della pastoralità di Cristo rifulge nella vita di un presbitero, allorché egli si dispone ad apprendere, come umile discepolo, il suo modo d’essere pastore: il modo di accogliere che diventa nostalgia per quanti desiderano incontrare Dio, consolazione e sostegno per quanti si scoraggiano nella ricerca; il modo di testimoniare che sollecita il superamento di circostanze difficili e complesse; il modo di incontrare che infonde speranza e fiducia, persino compagnia che rassicura, pacifica, incoraggia, ammonisce, come rammenta l’apostolo in 1Ts 5,14: «Correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti»; il modo di sperare che trasfonde nell’altro il coraggio di osare per rilanciare la propria vita. Egli è rimando costante a Dio, riverbero di una presenza che cambia la vita delle persone e infonde in loro il senso della gratitudine e del perdono.
Un’altra implicazione della pastoralità di Cristo è il dono del Padre. Far conoscere la paternità di Dio è uno dei compiti più specifici della sacerdotalità ministeriale, ed è pure segno concreto della partecipazione all’azione di Cristo. Il presbitero infatti lo fa conoscere con le medesime modalità del Figlio di Dio, attraverso cioè quel duplice approccio che lo pone consapevolmente nella condizione di sentirsi lui per primo figlio di questo Padre. A partire anzitutto dalla percezione che si ha di questa conoscenza. Egli impara ad accoglierlo, attraverso l’invocazione di Gesù, come presenza intima e familiare. L’accezione gesuana «Abbà» (Mc 14,36) gli consente di accostarsi a Dio in modo personale, fino a lasciar trasparire dalla sua testimonianza sacerdotale un’unione d’amore che dovrà essere per ogni discepolo. È importante quest’aspetto del ministero: esso costituisce, alla stregua della rivelazione di Gesù, un nodo sacerdotale significativo. Lo ha fatto Gesù che – come riferisce Papa Francesco nella Lettera enciclica Laudato si’ al n. 96 – «invitava a riconoscere la relazione paterna che Dio ha con tutte le creature, e ricordava loro con una commovente tenerezza come ciascuna di esse è importante ai suoi occhi», e lo fa anche il presbitero. Egli infatti è chiamato a prolungare quest’opera di rivelazione, o per meglio dire, con l’autore del quarto vangelo, di “raccontare” (cfr. Gv 1,18: evxhgh,sato) il tipo di conoscenza che Gesù ha del Padre. Questo secondo approccio pone il presbitero nella condizione di testimoniare la paternità di Dio, a partire dalla consapevolezza di essere figlio, nell’eredità del Figlio di Dio, ed essere padre, nella generatività della fede. Ciò significa che la gente imparerà a conoscere Dio come padre, dal modo di essere del presbitero, figlio e padre.
Quest’implicazione evoca ancora un’altra nota sacerdotale: la partecipazione al modo di donarsi di Cristo. Lo suggerisce esplicitamente Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis al n. 23: «Noi imitiamo Cristo nella sua donazione di sé e nel suo servizio. Non è soltanto quello che facciamo, ma il dono di noi stessi, che mostra l’amore di Cristo per il suo gregge. La carità pastorale determina il nostro modo di pensare e di agire, il nostro modo di rapportarci alla gente». Un aspetto è chiaro: il pensare, l’agire, il rapportarsi del presbitero rispondono ad una precisa scelta pastorale che è la carità di Cristo, sottintesa dalla suggestiva formula giovannea: dare la vita per le pecore. E qui l’implicazione pastorale raggiunge l’acme: il presbitero dona la vita non soltanto per con-dividere tempo, spazio, denaro, idee, sentimenti, ma anche per dare spazio agli altri, accettando che essi si collochino nella nostra esistenza. Questa dimensione sacerdotale traduce praticamente quella che s’intende per carità pastorale, e che Papa Francesco, nel Discorso ai vescovi così esplica: il presbitero «si fa prossimo di ognuno, attento a condividerne, l’abbandono e la sofferenza. Avendo accettato di non disporre di sé, non ha una agenda da difendere, ma consegna ogni mattina al Signore il suo tempo per lasciarsi incontrare dalla gente e farsi incontro. Così il nostro sacerdote non è un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione; non è consacrato a un ruolo impiegatizio, né è mosso dai criteri dell’efficienza». Queste modalità di vita sacerdotale collocano, in senso giovanneo (ti,qhmi), le persone, che il Signore affida, nella vita del sacerdote, mediante gesti di solidarietà che evocano la carità pastorale di Cristo: farsi sacrificio di peccato affinché gli altri, indipendentemente della loro corrispondenza, trovino, per mezzo del presbitero, misericordia e benevolenza in Dio. Qui riscontriamo il paramento giusto per capire il senso della nostra chiamata: assimilandoci a Cristo diventiamo spazio d’incontro, ma anche, alla maniera di Gesù, coloro che portano su sé stessi i peccati degli altri, accettando dileggio, pregiudizio, incomprensione (cfr. 1Pt 2,21-25). Ciò non è soltanto il fine di una scelta, ma anche uno stile di vita, in cui, come discepoli, confessiamo la potenza del vangelo (cfr. Rm 1,16).
Rosario Gisana
