- La scelta discepolare verso la croce
La chiamata vocazionale è risposta ad un preciso monito di Gesù: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). Queste parole sintetizzano una prassi di sequela (cfr. Mc 1,16-20; 2,13-14; Gv 1,35-51) che implica due aspetti correlati: la consapevolezza di essere scelti e il mandato della testimonianza. Quest’ultimo aspetto, più esaltante e forse più ambito, è soltanto conseguenziale al primo che ne costituisce il basamento essenziale. La chiamata infatti è soprattutto discepolare. Lo rammenta Papa Francesco nella prima messa alla cappella Sistina, parlando ai cardinali: «Quando camminiamo senza la croce siamo mondani. Possiamo essere vescovi, preti, cardinali ma non suoi discepoli». Ciò significa che colui che fa discernimento sulla propria vocazione e vive un preciso legame con il Signore deve mettere in conto che la linfa vitale è il discepolato.
L’apostolo alludeva, con molta probabilità, a questa dinamica, quando in 1Cor 7,20 rimarcava l’importanza della chiamata nella chiamata: «Ciascuno nella chiamata in cui è stato chiamato (evn th/| klh,sei h-| evklh,qh), resti fermamente in essa». La klh/sij (chiamata) di Paolo sembra essere la condizione in cui viene a trovarsi colui che sente di essere amato e perdonato dal Signore (cfr. Rm 5,6-8). Questa chiamata, che nel verbo passivo evklh,qh (è stato chiamato) sottintende un’azione di Dio che precorre ogni nostra scelta, ha il compito di orientare, illuminare e formare le vocazioni: sacerdotale, di speciale consacrazione, matrimoniale. A fondamento di ogni vocazione c’è dunque una scelta che Dio rivolge a ciascuno, una scelta di tipo discepolare che permette di affermare ancora con l’apostolo: «Qui non c’è uno che sia greco o giudeo, non c’è circoncisione o incirconcisione, barbaro o scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti» (Col 3,11).
La misura delle vocazioni è Cristo, il cui stile di vita fonda le nostre scelte. Si può dire che Dio chiama, chiedendo di adeguare a questa norma non normata la propria vocazione. Non bisogna infatti eludere il desiderio di Dio, quello che Paolo definisce la chiamata nella chiamata, ovvero la decisione di conformare le vocazioni alla vita di Cristo. Quello che conta paradossalmente non è la vocazione, cioè lo stato di vita in cui si è, bensì quello che regola la nostra chiamata: la vita di Cristo. Si capisce così il senso delle nostre scelte. La vocazione risponde ad un preciso volere di Dio che oltrepassa quello che, di primo acchito, sembra più importante. Essere presbiteri, consacrati, sposati è solo attualizzazione di una chiamata primigenia. Lo stato vocazionale sarebbe, in senso giovanneo, il frutto della nostra adesione discepolare, prodotto dalla consapevolezza di essere stati scelti da Dio per portare frutto (cfr. Gv 15,16). E cosa vuol dire essere stati scelti, se non che la vocazione corrisponda realmente alla scelta di Dio, quella cioè di essere come Cristo, conformi al suo stile di vita.
Non si tratta di assecondare la volontà con cui Dio compie liberamente le sue scelte – questo è assodato – ma di accettare la sollecitazione di conformare la vocazione alla chiamata. Essere scelti non indica solo il fatto che Dio rivolga a qualcuno una chiamata, ma che quest’ultimo sappia capire ciò che Dio realmente desidera al momento della scelta: la conformità a Cristo stando dietro a lui. L’identità vocazionale, che si struttura progressivamente a forza di stare dietro a Gesù, è una precisa volontà di Dio. La bellezza di una vocazione si capisce infatti dal modo con cui si tende a rassomigliare al Figlio di Dio. Sembra questo il senso della frase che si legge nell’Esortazione apostolica Pastores Dabo Vobis al n. 36: «La vocazione è un dono della grazia divina e mai un diritto dell’uomo». La vocazione è un atto libero di Dio, per cui nessuno avanza la pretesa di attribuire a sé stesso l’iniziativa. Essere presbiteri, consacrati, sposati rientra in una misteriosa azione di corrispondenza e chi è chiamato contraccambia in fondo il desiderio di Dio: la somiglianza a Cristo come modus vivendi in cui si ama stare.
È questa la ragione che porta a distinguere la vocazione dalla scelta discepolare. Se la chiamata è risposta ad una scelta preposta da Dio, la vocazione è uno stato di vita che si forma con il «dono della grazia divina», quel dono che la rende fruttuosa, mentre si cresce nella consapevolezza dell’essere stati scelti. Può accadere che questo stato di vita, che è la vocazione, non esprima sempre la scelta discepolare. Ciò succede – è assurdo – quando c’è ostinatezza, chiusura, negligenza, quando non si corrisponde alla chiamata di Dio sulla conformazione a Cristo, quando si resiste al «dono della grazia divina». Ecco perché Gesù insiste sull’importanza della scelta discepolare: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Se la vocazione non inerisce a queste istanze basilari della scelta, rischia di essere infruttuosa e di non adempiere al mandato di testimonianza. In questo senso, la vocazione rivela una sua dimensione missionaria, tesa a rappresentare Cristo nel vissuto quotidiano. Così papa Francesco nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium al n. 127: «Essere discepolo significa avere la disposizione permanente di portare agli altri l’amore di Gesù e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, nella via, nella piazza, al lavoro, in una strada».
È quello che suggerisce il racconto dei discepoli di Emmaus. La condizione di sconforto e disorientamento, espressa dal verbo hvlpi,zomen (speravamo) al v. 21, evoca lo stato d’animo di Cleopa e il suo compagno, i quali avevano smarrito il senso della scelta discepolare. La nuova congiuntura li ha scoraggiati fino a dimenticare l’esperienza di fede vissuta con Gesù. Ciò può accadere anche a noi che, pur avendo scelto il Signore e corrisposto alla sua chiamata, ci troviamo ad affrontare situazioni che possono generare scoramento e desolazione. La scelta vocazionale può essere messa a repentaglio, e, come i discepoli di Emmaus, potremmo equivocare il senso della chiamata. I due di Emmaus infatti pensavano che Gesù sarebbe stato il redentore di Israele, non cogliendo però il senso vero della liberazione (lu,trwsij = lavacro salvifico). Incorrere nell’equivoco è facile. C’è chi, per esempio, pensa di poter colmare i propri vuoti, approfittando della vocazione, e chi reputa di perseguire mete che portino alla realizzazione delle proprie aspettative. Tutto ciò fa capire come si può, ancora oggi, fraintendere il senso della lu,trwsij (lavacro salvifico), attuata da Gesù, equivalente a quello che egli riferiva ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto al posto di molti (dou/nai th.n yuch.n auvtou/ lu,tron avnti. pollw/n)» (Mc 10,45).
La liberazione riguarda Israele e tutti noi, nella misura in cui l’intervento salvifico si concepisce come servizio, o meglio come pronta disposizione a dare la vita in riscatto al posto degli altri. Ciò che fa la differenza è l’assimilazione di quest’istanza discepolare: la vocazione è sempre un dono per gli altri, ma non sempre sono visibili le modalità dell’essere dono. Occorre che si metta in conto il senso sottostante la chiamata che induce a vivere il proprio stato di vita, accogliendo l’ingiunzione di Gesù sul servizio. Se il discepolo non comprende questa precisa volontà del maestro, quella cioè di fare della propria vita un lu,tron: strumento di riscatto per le tante persone (pollw/n) che Dio pone sul suo cammino, rischia di equivocare il senso della vocazione, non permettendo a lui di attuare quello che Dio stesso, fin dalla fondazione del mondo (cfr. Ef 1,4), ha pianificato per la redenzione. Le resistenze sono variegate, e seppur non intralciano il disegno salvifico di Dio, provocano un futile rallentamento che lo costringe ad agire con magnanimità (cf. 2Pt 3,8-9).
L’equivoco dei due discepoli prende le mosse da un palese disorientamento. Essi andavano nella parte opposta a Gerusalemme, luogo in cui Gesù aveva chiesto ai discepoli di ritrovarsi. Inoltre il dettaglio sulla distanza, con valore circostanziale, non sembra marginale. Esso lascia intendere la decisione dei discepoli ad allontanarsi volutamente dal luogo della rivelazione del Christus patiens. A Gerusalemme la sequela assume chiaramente l’istanza della croce. Nella redazione sinottica infatti risalta il termine o`do,j (cammino, strada), con senso quasi sempre metaforico, per esprimere il cammino di Gesù verso la croce. Ciò sta ad indicare che nel discepolato bisogna mettere in conto questa tipologia di cammino. Lo rammenta l’evangelista Marco, riportando la storia del cieco Bartimeo: «e subito vide oltre e prese a seguirlo sulla strada (evn th/| o`dw/|)» (Mc 10,52).
La combinazione del verbo della sequela avkolouqei/n (seguire) con il termine o`do,j (cammino, strada) è sintomatica. Essa lascia trapelare che il giusto orientamento della sequela è seguire Gesù lungo la strada che porta all’adempimento della volontà di Dio. Bartimeo appare fedele alle parole di Gesù sul discepolato, ubbidiente nell’accogliere il mistero della croce: «Se qualcuno vuol seguire dietro di me (tij qe,lei ovpi,sw mou avkolouqei/n) rinneghi sé stesso, prenda la sua croce, e mi segua (avkolouqei,tw moi)» (Mc 8,34). Il verbo avkolouqei/n (seguire), ripetuto due volte, è supportato da un’aggiunta significativa, ovpi,sw mou (dietro di me), che lascia intendere la volontà del discepolo a seguire Gesù, accettando in sé stesso l’adempimento del suo destino. Su questa strada poi non si è mai soli: si percorre una traiettoria già battuta. Il discepolo infatti è chiamato, come rammenta l’autore di 1Pt 2,21, a calcare le orme stesse di Gesù, quelle orme che lo renderanno somigliante a lui.
I due discepoli dunque sono sulla strada della sequela, ma nel verso opposto. Si può ipotizzare che, allontanatisi da Gerusalemme, essi avevano deciso, in cuor loro, di rigettare la proposta di Gesù, quella cioè di assimilarsi al Christus patiens. Definitivamente? L’uso del verbo perifrastico h=san poreuo,menoi (stavano per andare) fa capire che si tratta di una decisione ancora tentennante, non risoluta. Tale evocazione rimanda a quello stato di crisi vocazionale che si sperimenta nei momenti di scoraggiamento. Può accadere infatti che la vocazione si disorienti e, con il passare del tempo, subisca serie alterazioni, perdendo di vista il senso della scelta discepolare. L’agitazione dei due discepoli scaturisce probabilmente da un ragionamento: come può il Christus patiens attuare le misericordie di Dio e salvare l’umanità? Quando la vocazione smarrisce il senso della scelta discepolare, provocato da crisi varie (culturale, spirituale, pastorale), è facile intraprendere il cammino nel verso opposto.
La vocazione, espressione dell’iniziativa di Dio, si alimenta e si rafforza, maturando la scelta di somigliare a Cristo crocifisso. Se i discepoli di Emmaus, come peraltro qualsiasi chiamato, avessero maturato la dimensione kerygmatica del regno di Dio e avessero custodito la scelta discepolare, restando a Gerusalemme, avrebbero sperimentato gli effetti benefici della croce. Essi avrebbero colto la verità dell’opera salvifica di Dio che, secondo l’apostolo, si rivela sempre dal basso dentro quel misterioso fenomeno dello spogliamento che è stoltezza e genera nel mondo fraintendimento: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono» (1Cor 1,27-28). Autorealizzazione, apprezzamento di sé, autoesaltazione: la vocazione, che si concepisce alla luce della scelta discepolare, è riverbero del Christus patiens, spazio privilegiato in cui Dio agisce con potenza nella debolezza e nel fallimento (cfr. 2Cor 12,9). Capire così il senso della chiamata significa accogliere realisticamente la verità sottostante ad ogni vocazione: essere scelti da Dio per partecipare alla gloria di Gesù sulla croce.
- I rimedi per una scelta coerente
Il testo lucano specifica al v. 33 che i due discepoli ritornarono a Gerusalemme. Il verbo utilizzato u`postre,fein (tornare indietro) lascia intendere un percorso di conversione in cui si ripropone con forza la meta discepolare che è la croce. Persino l’espressione «tornarono verso Gerusalemme (u`pe,streyan eivj VIerousalh,m)», che l’evangelista Luca ripete nel contesto dei suoi scritti cinque volte (Lc 2,45; 24,33.52; At 1,12; 12,25), rimanda a questo significato. In che modo Cleopa e il suo compagno si sono rimessi in strada, accettando di assimilarsi al Christus patiens? Non è infatti possibile vivere la propria vocazione nella dimensione kerygmatica del discepolato, se non ci si orienta alla croce. L’autore notifica che, mentre i due discepoli conversavano e discutevano sui fatti accaduti, si affianca Gesù che «camminava accanto a loro» (v. 15). Il senso di questo verbo composto, suneporeu,eto (con-camminava) all’imperfetto, evoca un primo rimedio correttivo, il cui intento è orientare la vocazione nel verso giusto. I due discepoli, come si evince dal v. 33, ritornarono a Gerusalemme, dando testimonianza di aver incontrato il risorto: «essendosi alzati da risorti» (avnasta,ntej), o meglio partecipi essi stessi del mistero della risurrezione (cfr. 1Cor 15,54-58).
Questo rimedio è legato alla consapevolezza della prossimità di Cristo, del suo affiancamento che è certezza di una compagnia «fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Ciò significa che, nel ricomprendere la propria vocazione, Gesù deve avere un posto centrale nella nostra vita di chiamati: una con-presenza che è trasmissione di grazia. Ma questo non sempre è così chiaro. Può infatti accadere di preferire a Dio, da cui nasce la vocazione, il nostro io, cedendo a illusioni e fraintendimenti. Gesù tuttavia non abbandona coloro che chiama ad annunciare il vangelo per essere suoi testimoni «fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). La presenza di Gesù accanto a questi due discepoli lo dimostra. È la presenza di Cristo risorto che, mediante un processo rieducativo di ascolto della Parola di Dio, li aiuta a capire il senso della loro scelta discepolare. Si tratta di un’azione maieutica che orienta l’esistenza verso prospettive nuove, che preconizzano l’irruzione in atto della signoria di Dio. L’accompagnamento di Cristo infatti non è semplice assistenza che mette in moto un processo di ricomprensione. Egli, aiutando a capire i discepoli il mistero della croce, genera in loro la consapevolezza che la chiamata è lo spazio dove si colloca il Risorto. Ciò è inteso dall’uso del verbo sumporeu,esqai (con-camminare) al v. 15, lasciando intendere un grande atto di solidarietà che Gesù compie per i discepoli: l’inabitazione nella loro debolezza. Questo rimedio è necessario per capire che la vocazione, al di là di fallimenti e debolezze, è luogo di inabitazione di Cristo, con gli effetti pluriformi della risurrezione.
L’eloquio tra i discepoli di Emmaus e Gesù, nella forma di un atto di fede, è l’altro rimedio che l’autore evidenzia nel recupero della scelta discepolare. La conversazione con lui sulle cose che riguardano Dio e il suo mistero redentivo, dispone i discepoli ad un ascolto ricettivo e ubbidiente. L’azione maieutica di Gesù mira a ravvivare la memoria sul senso della sequela. Nella domanda del v. 19 «che cosa? (poi/aÈ)», posta con perizia da Gesù, si coglie chiaramente l’intenzione di comunicare le giuste categorie discepolari, che serviranno a rileggere il mistero della sua morte e risurrezione. Cleopa, per esempio, è costretto a ripetere un breve simbolo di fede (cfr. vv. 19-21), che gli consente di sintonizzarsi con il pensiero del maestro. L’attestazione su Gesù profeta potente, che agisce «in opera e parola» (v. 19: evn e;rgw| kai. lo,gw|), lascia trapelare la dimensione kerygmatica dell’annuncio sulla signoria divina, mentre l’evocazione della passione, alla maniera delle predizioni di Cristo (cfr. Mc 8,31-32; 9,31; 10,33-34), aiuta i due di Emmaus a recuperare le categorie giuste, per inquadrare e capire il messianismo di Gesù: il mistero del Christus patiens. Ciò consente di acquisire, per così dire, una metodologia di lettura per collocare la vocazione nel contesto della scelta discepolare. Tale rimedio si completa con l’atto di affidamento a Dio, la cui opera è un evento che sconvolge. L’annuncio sulla risurrezione da parte delle donne e la prova del sepolcro vuoto fanno capire che, nel ripristino della scelta, i discepoli non possono dubitare di ciò che fonda, struttura e motiva la vocazione. Alla maniera di Gesù, anch’essi devono sottomettersi al volere del Padre, il cui atto salvifico passa attraverso il mistero della croce che è prontezza ad assimilare a sé l’altro nella sua debolezza. In quest’ottica di fede, il chiamato recupera il senso della scelta discepolare che è piena somiglianza a Cristo crocifisso.
Il terzo rimedio, secondo l’autore, è legato al monito di Gesù sull’insipienza e la lentezza di cuore dei due discepoli: «O stolti e lenti nel cuore a credere alle parole che i profeti hanno pronunciato» (v. 25: w= avno,htoi kai. bradei/j th/| kardi,a| tou/ pisteu,ein evpi. pa/sin oi-j evla,lhsan oi` profh/tai). È questo un altro atto educativo con cui Gesù stimola Cleopa e il compagno ad assumere un atteggiamento compunto. È proprio della compunzione far maturare e capire il grande valore della scelta discepolare nella vocazione. Clemente Romano, attribuendo tale dinamismo al dono dello Spirito Santo, spiega così il senso della compunzione: «Teniamo lo sguardo fisso sul sangue di Cristo e comprendiamo quanto è prezioso per suo Padre, dal momento che è stato versato per la nostra salvezza e ha portato a tutto il mondo la grazia del pentimento […]. Perciò obbediamo al suo magnifico e glorioso volere, e supplicando la sua misericordia e la sua bontà, prosterniamoci e ritorniamo alla sua compassione» (1Clem 70-130).
Questo momento è importante per i due discepoli ed anche per noi, quando si perde il senso vero della vocazione. Occorre avere l’umiltà di assimilare il mistero della passione di Cristo, pensando al modo con cui Dio ha mostrato in Gesù la sua benevolenza. Lo indica chiaramente l’autore del quarto vangelo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Quello che stupisce è l’effetto straordinario di questo dono: oltre a sentire il senso del pentimento, colui che accetta la compunzione, fissando lo sguardo su Cristo crocifisso (cfr. Eb 12,2), s’imbatte con il sentimento di Dio che è la commozione viscerale. L’assimilazione di tale sentimento dipende dalla pronta ubbidienza «al magnifico e glorioso volere» di Dio, proprio come Cristo, il quale – riferisce il testo lucano – «bisognava che patisse tutte queste cose per entrare nella sua gloria» (v. 26).
I due discepoli pertanto si sottopongono ad un serio cammino penitenziale che li porterà ad avere un «cuore ricco di sapienza» – direbbe l’orante del Sal 90,12 – per connettere il proprio stato vocazionale alla scelta discepolare. Essere consapevoli della propria stoltezza (avno,htoj), cioè del fatto di non avere in sé stessi il pensiero (nou/j) di Cristo (cfr. 1Cor 2,16), e ammettere la propria ostinatezza (bradu,j th/| kardi,a|), che è indugio ad esercitare l’ermeneutica del cuore, consentono di assumere un atteggiamento compunto che dispone alla ricezione delle virtù di Cristo (cfr. Mt 11,29). La compunzione infatti sprona a convergere in quel fulcro discepolare che è il Christus patiens. Essa ravviva la memoria sulla verità messianica di Gesù, il quale, nel donare sé stesso agli altri nell’atto solidale sulla croce, rivela l’onnidebolezza di Dio che è attestazione della sua magnificenza e potenza. Per Isacco di Ninive, lo spirito di compunzione è utile, perché colloca la vocazione dentro l’ampio raggio del piano salvifico di Dio: «Quando sarai giunto alla regione delle lacrime [cioè la compunzione], comprendi che la mente ha posto i piedi sulla via del mondo nuovo. Ora incomincia a respirare l’aria meravigliosa di là, ora incomincia a versare lacrime. Quando il tempo della nascita è giunto, la mente percepisce qualcosa di quel mondo, come un tenue profumo. E poiché non può sostenere ciò che è inconsueto, essa muove il corpo col pianto misto ad una gioia che supera la dolcezza del miele […]. Percepirai quella trasfigurazione che l’intera natura riceverà in futuro nel rinnovamento di tutte le cose» (Isacco di Ninive, Discorsi ascetici/1, XIV, p. 166-167).
- Un messaggio inaudito
L’autore conclude, al v. 35, con un dettaglio significativo: «Ed essi raccontarono quelle cose che accaddero lungo la strada (ta. evn th/| o`dw/|) e come fu conosciuto da loro nello spezzare il pane (evn th/| kla,sei tou/ a;rtou)». È interessante l’accostamento del termine o`do,j (cammino, strada) con l’espressione kla,sij tou/ a;rtou (lo spezzare del pane), quasi a voler dire che la croce di Cristo, fondamento della scelta discepolare, è inseparabile dall’esperienza eucaristica. Il riconoscimento di Gesù allo spezzare del pane sarebbe il momento principale in cui i due discepoli si rendono conto del valore che ha la croce nell’istanza discepolare. Cristo, prendendo le mosse dal segno della kla,sij (lo spezzare del pane), mostra ai suoi discepoli il senso della sua morte in croce, e quindi l’importanza che ha l’assimilazione al Christus patiens nel cammino vocazionale. Non basta infatti dire: sto seguendo il Signore. È importante imparare a far propria la modalità eucaristica della sequela: la donazione gratuita di sé che, nell’Eucaristia, è segno esplicativo della croce. È la ragione perché l’autore al v. 31 puntualizza: «egli divenne non visibile a loro (auvto.j a;fantoj evge,neto avpV auvtw/n)».
Il termine «non visibile» (a;fantoj) è un hapax in tutta la bibbia. Esso, utilizzato in questo contesto, sottintende forse un nuovo modo di incontrare Cristo, in quei luoghi esistenziali che sono i piccoli del regno: «nel modo con cui avete fatto qualcosa (evfV o[son evpoih,sate) – riferisce Mt 25,40 – ad uno di questi miei fratelli che sono più piccoli, l’avete fatto a me». La costruzione avverbiale evfV o[son (nel modo con cui) chiarisce il senso di questo gesto di solidarietà. Nel momento in cui si compiono gesti d’amore nei confronti dei piccoli del regno, si incontra Cristo, facendo esperienza del mistero della sua morte e risurrezione, quel mistero che si compie apertamente nel sacrificio eucaristico. L’attenzione ai piccoli del regno, nella modalità dell’amore gratuito, costituirà la giusta prospettiva per incontrare Cristo, conformandosi mediante le loro sofferenze alla sua morte (cf. Fil 3,10).
La croce di Cristo è dunque rivelazione dell’amore gratuito di Dio, ravvisabile dai due discepoli al momento dello spezzare il pane. Ciò fa capire che la scelta discepolare si riveste ancora di un particolare significativo: la dimensione di gratuità, insita nella benevolenza di Dio, a fondamento di ogni vocazione. Qui si capisce il senso della scelta di Dio e lo scopo perché egli chiama. L’Esortazione apostolica, Pastores dabo vobis, al n. 36, parlando della vocazione sacerdotale e probabilmente di ogni vocazione, mette in risalto l’importanza della gratitudine che un chiamato deve saper sperimentare, riconoscere e praticare: «È così escluso in radice ogni vanto e ogni presunzione da parte dei chiamati. L’intero spazio spirituale del loro cuore è per una gratitudine ammirata e commossa, per una fiducia ed una speranza incrollabili, perché i chiamati sanno di essere fondati non sulle proprie forze, ma sull’incondizionata fedeltà di Dio che chiama». La vocazione, che è compagnia di Dio nella consapevolezza di vivere la sua volontà, non può che esprimersi in gratitudine e riconoscenza per quello che si è e per quello che è stato donato.
Stando alle indicazioni dell’Esortazione, la vocazione si fonda sul libero volere di Dio, e quindi su quel sentimento d’amore che rassicura e consolida la scelta discepolare. È proprio questo singolare sentimento d’amore che induce il chiamato a capire che la vocazione è finalizzata ad una scelta: rassomigliare al Christus patiens. Tale consapevolezza, che si forma con la partecipazione all’Eucaristia e con l’impegno ad incontrare Cristo nei piccoli del regno, porta a quel senso di gratitudine, per cui si gioisce di ciò che Dio ha compiuto per mezzo della chiamata. Bisogna imparare a concepire il senso della vocazione nell’ottica di questa gratuità che ci colloca nella sfera del Crocifisso. Essere scelti da Dio vuol dire cogliere questa motivazione che fonda e prepara il sentimento della gratitudine. E’ ovvio che Dio assisterà sempre il chiamato: non potrebbe essere altrimenti dato che la vocazione è frutto del suo volere. Scorgere invece la ragione della propria vocazione, nella dimensione della scelta discepolare, non è del tutto scontato: il chiamato deve compiere un atto di discernimento che prende le mosse dalla visibilità del segno eucaristico.
La vicenda dei due discepoli permette di riflettere su questo sentimento discepolare, che è la gratitudine nel dono gratuito di sé. È interessante che esso si scopra nel contesto dell’esperienza eucaristica. Al di là dell’assonanza terminologica klh/sij – kla,sij (chiamata – spezzare il pane), risalta con forza l’idea che la chiamata si nutre dell’Eucaristia. Nel Decreto sul ministero e la vita del presbiteri, Presbyterorum Ordinis, al n. 5 si legge: «Nella santissima eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra pasqua, lui il pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante dà vita agli uomini i quali sono in tal modo invitati e indotti a offrire assieme a lui sé stessi, il proprio lavoro e tutte le cose create». La dimensione sacrificale, che è l’ottica scelta dal Decreto, fa capire che la partecipazione all’Eucaristia è in fondo un atto di assimilazione a Colui che offre sé stesso, vivificando, attraverso il dono del suo corpo e del suo sangue, la vita degli uomini. Ciò significa che quanti condividono con Dio il progetto della vocazione non possono esimersi dall’accogliere questa modalità d’offerta.
Il chiamato infatti è invitato a realizzare quello che Cristo ha compiuto con la sua morte in croce: l’offerta di sé senza condizioni e nella massima gratuità. Tale modalità si attua sempre assieme a lui, facendo della scelta discepolare una bella avventura d’amore per gli altri. Non è tanto quello che si dona a fare della vocazione il luogo privilegiato dell’autodonazione, quanto la modalità d’offerta nell’ottica del Christus patiens. È quello che è accaduto ai due discepoli, nel momento in cui lo hanno riconosciuto nello spezzare il pane. L’esperienza eucaristica diede loro forza e coraggio, per riprendere il cammino nella direzione giusta, animati dalla compagnia dello spirito del Risorto (avnasta,ntej = essendosi alzati da risorti). Ciò accade anche a noi, consapevoli di aver ricevuto una precisa chiamata da Dio. Lo esplicita la Lettera enciclica, Ecclesia de Eucharistia, al n 20: «L’impegno di trasformare la vita, perché essa diventi, in un certo modo, tutta eucaristica. Proprio questo frutto di trasfigurazione dell’esistenza e l’impegno a trasformare il mondo secondo il Vangelo fanno risplendere la tensione escatologica della celebrazione eucaristica e dell’intera vita cristiana». È questa l’ottica di gratuità che dà forma ad ogni vocazione, rivelando il suo nucleo vitale che è la scelta discepolare.
Rosario Gisana
