Presentazione del convegno di Firenze

Una chiesa che si rinnova

Incontri presbiterali vicariali

Il Convegno di Firenze rappresenta per la nostra Chiesa locale un’occasione importante per cogliere alcune istanze dell’ecclesialità credente. Basterebbe pensare al fatto che comunità, con differenti percorsi di conversione, s’incontrano nella ricerca comune della conoscenza di Cristo. L’esperienza del convenire è già un momento di crescita: è un tempo forte di rilancio nello zelo della testimonianza. La comunione della Chiesa è massimamente sospinta dallo stupore di accogliersi, il cui atto scaturisce dall’estasiante condizione della riconciliazione con l’uomo voluta ed attuata da Dio. Lo rammenta Paolo, facendo intravedere la scaturigine del nuovo umanesimo: «Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione» (2Cor 5,19). Si può supporre che nell’atto riconciliativo di Dio, accaduto una volta per sempre mediante Cristo, si sia dischiusa la forma di un umanesimo che va plasmandosi fintantoché il vangelo trova dimora nella storia di ogni uomo e donna. L’annuncio del Regno di Dio è infatti legato allo svelamento di questa novità di vita: in Cristo l’umanità ha ricevuto, senza alcun merito, il dono della benevolenza divina, la cui operazione concerne l’azzeramento delle colpevolezze e la disposizione a riprendere il cammino verso Dio, con l’amalgama di amicizie vere che tendono a tramutarsi in fraternità tra popoli.

Si può dire che quest’impegno di conversione è affidato a quanti abbiano conosciuto il Signore, a quanti cioè, avendolo incontrato, abbiano accettato di seguirlo lungo quella strada che porta alla donazione di sé. L’innovazione passa attraverso questa condizione di vita credente, ovvero attraverso il desiderio di somiglianza a Cristo che è conformazione alla sua morte in croce (cfr. Fil 3,10). È il senso dell’espressione paolina: «parola della riconciliazione», la quale sottintende una via, l’unica possibile, per un rinnovamento radicale che si perpetui e si concretizzi nella successione delle epoche. È vero che la Chiesa dovrà misurarsi con i variegati mutamenti socio-culturali, ma è altrettanto vero che essa ha ricevuto dal Signore il mandato discepolare di imitare il suo atto oblativo. Finché la comunità dei credenti non percepirà il senso di questo monito, il nuovo umanesimo, che è poi identità dell’umano che vive qui ed ora la propria interazione epocale, non troverà modalità adeguate per autoesprimersi. Esso resterà paradossalmente aldiquà, soggiogato dalla paura del cambiamento e intimidito dalle sfide della storia che muta.

L’umano deve liberarsi da un duplice condizionamento: dal rischio sempre costante dell’alienazione e dalla tendenza a restare per sé stesso implosivo. E ciò dipende dalla prodigalità della comunità dei credenti, dalla munifica apertura ad imitare il proprio Signore che, nel donare sé stesso, ha tracciato la via di quell’umanesimo che va rinnovandosi mentre i popoli, a qualsiasi razza, cultura o religione appartengono, trovano percorsi nuovi di dialogo ed incontro. Non è esagerato pensare che quanti confessano il Signore possono, nelle condizioni attuali, favorire il progresso della fraternità universale, considerando che quest’ultima è in fondo l’immagine reale dell’umanesimo agognato dalla società odierna. Con l’umile confessione di fede che induce a perseguire le orme di Cristo, il quale «insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia» (1Pt 2,23), la comunità dei credenti prova a tracciare i lineamenti basilari che dovranno strutturare le modalità dell’umanesimo epocale. È un ruolo predominante quello che essa è chiamata a svolgere nella società?

Sulla scia dell’autodonazione di Cristo, l’impegno della comunità dei credenti è – per usare le parole dell’autore dell’Ad Diognetum – simile a quello che «l’anima è per il corpo» (VI,1). I credenti non appartengono a questo mondo (cfr. Gv 17,14), ma, offrendo la propria vita sull’esempio del loro maestro, favoriscono la crescita di questo mondo: il suo miglioramento e più di ogni cosa l’inabitazione in esso di quell’elemento divino che lo redime nelle quotidiane relazioni. È chiaro che questo può accadere soltanto perché la comunità dei credenti, proprio come l’anima nel corpo, sperimenta, al di là delle comode tolleranze, il dono gratuito del proprio impegno in favore del mondo. E mentre quest’ultimo la disprezza, essa lo ama infinitamente affinché il mondo scorga il percorso d’amore dell’umanesimo innovato. Lo spiega meglio l’autore dell’Ad Diognetum qualche riga più avanti: «L’anima ama la carne che la detesta e le sue membra; allo stesso modo, i cristiani amano senza riserve coloro che li odiano. L’anima è sì chiusa dentro il corpo, ma lo mantiene unito; i cristiani sono trattenuti nel mondo come in un presidio, ma è così che essi sostengono il mondo» (VI,6-7).

La presenza dei credenti nel mondo è dunque risolutiva per la rigenerazione dell’umano, la quale dipende dalla sua prontezza ad accogliere il monito di Cristo. L’apostolo lo specifica con la frase: «affidando (thémenos) a noi la parola della riconciliazione» (2Cor 5,19). Stando al senso del verbo greco títhēmi (porre, collocare), non sembra che Paolo parli qui di “consegna”, ma di “riposizione”, nel senso cioè di qualcosa che viene messo al posto giusto. L’oblatività, quale atto che porta al vero umanesimo, è pertanto riposta nel luogo ove si decidono le scelte fondamentali: nel il cuore dei credenti dal momento in cui essi accolgono la sequela di Cristo. L’imitazione dell’atto oblativo nasce dal potenziamento dell’amore umano, operato da Cristo che, appunto, ripone nei cuori dei credenti il suo modo d’amare. Lo chiarisce ancora l’apostolo in Rm 5,5: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato».

Quest’amore altro non è che quello di Cristo, mediante il quale, riconciliando l’umanità con Dio, traccia la via del nuovo umanesimo. Ciò è accaduto nel momento in cui egli, nonostante le fragilità dell’umano, è morto per coloro che vivono nell’empietà (cfr. Rm 6,6.8). Ciò significa che l’amore redentivo, cioè quell’amore che dispone al nuovo umanesimo, è quello svelato da Cristo e riposto da lui nei cuori dei credenti. Esso è una parola: il lógos primordiale, con il quale si svolge la sintassi delle relazioni umane. L’amore di Cristo è infatti questo lógos che trasfigura le esistenze, rendendole capaci di comunicazioni vere. Esso rilancia, con moti del tutto innovati, forme luminose d’accoglienza che generano in coloro che le assimilano senso di pienezza. È il lógos d’amore che sollecita le comunità dei credenti a verificare la propria identità discepolare, optando per quella via humilitatis che è il percorso scelto da Dio: il rinnovamento della storia dell’umanità partendo dagli ultimi.

 

 

✠ Rosario, vescovo

 

 

 

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