LA SANTA FAMIGLIA DI NAZARETH E L’EDUCAZIONE ALL’AMORE

Relazione al Convegno sulla famiglia

Premessa

Il Discorso di Paolo VI, tenuto a Nazareth, il 5 gennaio 1964, ci consegna alcune coordinate significative per affrontare questo tema che motiva l’identità di una famiglia. Essa è il luogo in cui si apprendono relazioni, fondate sull’amore. La sponsalità è la prima dimensione affettiva, dalla quale prendono le mosse, a diversi livelli, la genitorialità e la fraternità. Ispirandoci alla famiglia di Nazareth, la vita familiare – sottolinea Paolo VI – è una scuola, nella quale si apprendono gli elementi fondamentali della vita. Occorre pertanto guardare alla famiglia di Nazareth, per dare alle nostre famiglie un’identità discepolare. Essa è modello ispirativo che motiva scelte e decisioni.

  1. Conoscendo Gesù si impara a crescere

La famiglia di Nazareth ci introduce alla conoscenza di Gesù, e, pensando a Maria e a Giuseppe, i genitori sono i primi catechisti dei figli. Essi hanno il compito di trasmettere la fede, accanto ad altri aspetti significativi per la maturazione umana e spirituale dei figli. Le modalità di conoscenza del Signore, come ci esorta Paolo VI: «Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella», diventano criteri per rivedere le nostre relazioni familiari, per imparare a vivere l’affettività in modo equilibrato. La sequenza verbale: osservare, ascoltare, meditare, penetrare, ci fa capire che i nostri rapporti sono spesso superficiali e distratti.

Questa sequenza verbale ha una forte incidenza etica, si incarna nella nostra vita, imparando ad imitare Gesù. Ancora Paolo VI: «Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo». L’espressione «impariamo il metodo» ci fa capire che, attraverso la conoscenza di Cristo, si assimila un modo di incontrare l’altro, accogliendolo per quello che è. Imparare ad amare l’altro anche nelle sue fragilità non è facile. Imitando Gesù, si assimila un metodo che consiste in un approccio concreto, costituito dai seguenti passaggi:

  1. si osserva l’altro;
  2. lo si ascolta con attenzione;
  3. si scorgono gli aspetti positivi;
  4. si interagisce con amorevolezza.
  1. Il valore della disciplina

Questa sequenza, che si apprende a forza di imitare Gesù, è una disciplina. Paolo VI parla di «disciplina spirituale». Non c’è differenza, almeno nel pensiero del Papa, tra umano e spirituale. Il termine richiama la crescita della persona che non è mai a compartimenti stagni. La dimensione spirituale riguarda anche quella umana e culturale. Il senso allora è olistico. La vita spirituale di una persona è interazione di aspetti diversificati, ove non è facile distinguere e separare. Paolo VI, parlando di disciplina, evoca la necessità di sottoporsi ad una dottrina, cioè a delle regole che sollecitano un cambiamento. Per lui la dottrina che si custodisce nella famiglia di Nazareth è «la dottrina del vangelo». È interessante ciò che qualifica questo tipo di dottrina, di cui dovremmo essere edotti e che costituisce il basamento giusto, per affrontare la vita e vivere bene le affettività. Il vangelo è questa dottrina nuova che si apprende, guardando alla famiglia di Nazareth. Essa è – rammenta Paolo VI – «la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine». La duplice definizione consente di fare qualche considerazione:

  1. vivere il vangelo per apprendere la «vera scienza della vita»;
  2. il vangelo è una sapienza che viene dall’alto (Gc 3,17);
  3. dalla relazione con Gesù si apprende un modo di vivere evangelico;
  4. per assimilare il vangelo, occorre umiltà. È la virtù che ci rende piccoli del regno;
  5. il vangelo ci fa amare con senso di maturità.

Alla scuola della famiglia di Nazareth intuiamo pertanto che il vangelo, che educa e forma le nostre relazioni familiari, genera una rivoluzione di tenerezza. Proviamo a capire cosa accade dal momento in cui esso interagisce con le nostre quotidiane relazioni. Gli sposi scoprono di amarsi, come se fosse la prima volta. Il loro amore, segnato dalla vita evangelica, mette in evidenza la positività dell’altro e quello che interessa è la felicità del partner. I genitori mantengono indistinto il loro ruolo. È importante per i figli che il padre sia padre e la madre sia madre. Questi aspetti non sono scontati. Inoltre, il vangelo trasmette ai figli alcune virtù importanti per crescere in sapienza e acquisire discernimento: docilità, attenzione, ascolto. L’ubbidienza è una virtù evangelica che aiuta i figli a recepire insegnamenti utili per la vita. È quello che si riscontra, contemplando e imitando Gesù nella famiglia di Nazareth.

  1. Un modo di vivere in famiglia

La famiglia di Nazareth è un modello di vita. Vale la pena osservare con attenzione quello che accade in questa famiglia speciale. Le relazioni sono amalgamate da un senso di reciproca comprensione e nel loro modus vivendi regna il silenzio. Si tratta di un aspetto che Paolo VI evidenzia in modo particolare, perché esso, oltre a permettere incontri più essenziali e veri, stimola a condividere una certa dimensione della vita spirituale. Tale apertura non è così frequente, perché – sottolinea Paolo VI – «siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo». Tendere al silenzio significa recuperare una dimensione che per l’apostolo è segno di vita nuova: «Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 1,2). Desiderare le cose di lassù non vuol dire alienazione: la dimensione dello spirito fa nascere in noi modi di vivere più pacificati, essenziali e soprattutto tesi ad edificare rapporti di autentica fraternità. Il silenzio è importante, perché spinge ad ascoltare, ad accogliere, a rispettare. Il dono del silenzio, stando a quello che afferma Paolo VI, fa cambiare il modo di incontrarsi, di osservare le cose, di scorgere l’essenziale, di scartare ciò che è inutile e vano. Il silenzio genera:

  1. pensieri buoni e opportuni;
  2. intenzioni rette che servono ad edificare il rapporto;
  3. introspezione e vita interiore;
  4. capacità di ascolto e contemplazione.

Ci si domanda allora come recuperare il silenzio nei nostri rapporti quotidiani. La famiglia è il luogo privilegiato, ove si vive la quotidianità e si impara a gestire momenti che si ripetono, forse con monotonia e banalità. Il modo come fugarli è il silenzio al quale ci si educa, praticando alcune attività dello Spirito. Paolo VI è dell’avviso che il silenzio, come elemento di raccordo familiare, prende le mosse da una prassi che predilige «lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera». Si tratta di momenti relazionali che permettono di vivere gli incontri quotidiani, mirando all’essenziale.

Il silenzio è fondamentale per vivere i rapporti in comunione. Esso avvia processi di accettazione vicendevole che permettono ai componenti familiari la conoscenza di aspetti rimasti fino a qual momento ignoti. Questo modo di vivere in famiglia – spiega Paolo VI – ci ricorda «cosa è la famiglia, cosa è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro inviolabile». Il silenzio aiutare a scorgere la bellezza interiore di chi sta accanto, la cui presenza sovente è percepita scontata e prevedibile. Grazie al silenzio si impara a capire che i rapporti avviano processi educativi di edificazione vicendevole tra sposi, genitori e figli e persino dei figli con i genitori anziani. È in famiglia che si apprende – ripete Paolo VI – «la sua funzione naturale nell’ordine sociale». La frase è sintomatica. Dal silenzio nasce la capacità di comunione e quest’ultima consente di rivelare le risorse di cui l’altro non è a conoscenza. Ed è questa scoperta che fa del componente familiare una persona valorizzata, capace di dare il suo contributo in società.

La famiglia pertanto svolge un ruolo fondamentale nella crescita della società. Essa – rammenta Giovanni Paolo II – è cellula vitale che promuove ed incrementa, sostiene ed edifica, genera e dà prospettive (cfr. Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie Gratissimam sane, 17). In famiglia si impara – afferma ancora Paolo VI – il senso del sacrificio, dell’abnegazione, dell’altruismo: aspetti questi che maturano facendo esperienza concreta della fatica umana. Immaginando Gesù a lavoro con Giuseppe, Paolo VI coglie una dimensione che è conseguenziale all’etica del silenzio: saper vivere in modo equilibrato il peso della fatica quotidiana, mai finalizzato a sé stesso e proteso ad uno scopo più elevato: la cooperazione all’operosa attività di Dio.

Conclusione

L’insegnamento, che possiamo trarre da questa riflessione sulla famiglia di Nazareth, è molteplice. Il punto nevralgico sta nel recuperare rapporti affettivamente sani ed equilibrati, tenendo conto del valore che ha la relazione, alla luce di alcune coordinate. Occorre anzitutto imparare a superare quella forma di edonismo che si reputa illusoriamente fondamento e senso della vita. Quest’ultima invece ha la sua scaturigine redentiva proprio nel sacrificio, vertice di ogni grandezza e valorizzazione dell’umano. Nella contemplazione della famiglia di Nazareth si comprende, in forma attualizzata, la prospettiva discepolare delle beatitudini, a partire dalla quale si scorge lo spazio familiare, quello vero e sensato, che innova e rilancia la società. Ecco perché noi «preferiremo essere oppressi che oppressori, se avremo fame di una progrediente giustizia; […] se per il regno di Dio, nel tempo e oltre il tempo, sapremo perdonare e lottare, operare e servire, soffrire e amare. Così ci sembra di riudire la sua voce, oggi. Allora era più forte, più dolce e tremenda; era divina. Ma cercando di raccogliere qualche risonanza delle parole del Maestro, abbiamo l’impressione di diventare i suoi discepoli e di essere, non a torto, pieni di nuova sapienza e di coraggio» (Paolo VI).

Rosario Gisana

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