Messaggio per Piccola Casa della Misericordia

Carissimi Membri dell’Associazione e del Movimento “Dives in misericordia”,

mi colpisce il titolo che avete voluto dare a quest’iniziativa. La Piccola Casa della Misericordia trova il suo parallelo nella Casa di Nazareth, anch’essa piccola, ove la presenza di Gesù ha aiutato Giuseppe e Maria a capire il senso discepolare della carità evangelica. Bisogna infatti distinguere tra carità nel senso generico del termine e carità evangelica, equivalente al termine biblico agápē. La carità, che apprendiamo dall’annuncio del vangelo, è abbassamento verso chi ha bisogno, un modo concreto di tendere la mano all’altro che sta di fronte, risollevandolo dalla propria miseria. Mi pare che quello che la Piccola Casa della Misericordia si propone in favore dei poveri s’ispiri a questo ideale. Ma non basta soltanto ispirarsi, occorre che il vangelo, donato da Gesù ai poveri, divenga sempre più il nostro vangelo. La condivisione non è elemosina, sebbene essa sia necessaria in tutte le circostanze di bisogno. Per attuare la vera condivisione, è importante che, nel dividere, si abbia consapevolezza che qualcosa manca pure a noi. Gli altri vengono beneficiati non a partire dal nostro superfluo, bensì per quello che abbiamo saputo con-dividere, dando loro più dignità.

L’annuncio del vangelo, che è annuncio del regno di Dio, è trionfo di una giustizia che viene dal basso, poiché, a realizzare il bene comune, sono le piccole esperienze d’amore fraterno che sorgono, in modo silente, nella nostra società. La vostra presenza nella città di Gela e nella Diocesi non deve scaturire dal frastuono, nella logica di quella mondanità che attira onori solo verso sé stessi. Il servizio alle famiglie povere, svolto con discrezione e dignità, confermerà la giustizia di Dio, quella, appunto, che scaturisce dal vangelo: essa si fisserà indelebile nella mente delle persone che vedranno il vostro esempio, persone anche non credenti. Sono dell’avviso che la vostra carità, a forza di sostenere, con piccoli gesti, le famiglie bisognose, aiuterà a capire l’importanza dei valori umani, a favore di una società che dovrà nel tempo aprirsi alla forza costruttiva del bene. Occorrono fiducia e speranza. E l’apostolo precisa che entrambe necessitano dell’amore, dell’agápē (cfr. 1Cor 13,13), giacché soltanto l’amore fraterno, che si apre alla condivisione e solidarizza con chi non ha nulla, mostra un atteggiamento fiducioso nelle potenzialità nascoste dell’uomo, e fonda aperture e prospettive nuove.

L’amore evangelico tuttavia ha bisogno di essere alimentato. Esso è una virtù teologale che cresce nella persona umile. Si può senz’altro asserire che l’amore è quella virtù che più di tutte favorisce la santificazione propria e degli altri, o per meglio dire il processo della divinizzazione: della realtà dell’uomo nuovo che comincia con il battesimo. L’accadimento di questo processo è legato al nutrimento dell’amore che è la misericordia. Nella misura in cui l’amore evangelico si riveste della sollecitudine di Dio, dello stile d’amore manifestatosi in Gesù, che è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la vita per molti (cfr. Mc 10,45), la solidarietà si concretizza nei gesti fraterni e per conseguenza nell’apertura a chi è nel bisogno. Qui si capisce la ragione perché l’amore e contagioso: esso tende ad elevare la dignità dell’altro, nell’accoglienza e nel dono di sé senza condizioni. Misericordia e amore vengono dal cielo (cfr. Sal 85,12); investono la terra, affinché essa, nonostante la sua caducità, si avvicini al cielo. La Piccola Casa della Misericordia possa davvero essere un piccolo segno della grande utopia del vangelo, per il quale cielo e terra, Dio e uomo, condividono il desiderio di attuare la creazione nuova (cfr. 2Cor 5,17), che Gesù ha inaugurato con il dono della sua vita all’umanità.

Rosario Gisana

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