Desidero rendermi vicino, in un momento così importante per voi, con un pensiero spirituale di stima e affetto. Credo che, al di là delle credenze, sia necessario insistere su un tema che sta alla base delle nostre relazioni: la solidarietà fraterna. Essa è l’unica modalità possibile per attuare il sogno di Gesù sulla verità della nostra condizione umana: tutti siano una cosa sola (cfr. Gv 17,21), in quella dimensione cristiana che è la carità, dalla quale percepiamo il senso dell’amicizia con il Signore. L’attenzione tra di noi, delicata, accogliente, sincera, è già un nobile traguardo. Ma occorre che il nostro cuore si apra ai bisogni degli altri: ai poveri che il Signore addita come suoi amici privilegiati, dai quali – bisogna ammettere – l’umanità troverà modi giusti per rilanciarsi in prospettive più solidali e vere.
Perché la vicinanza ai poveri costituisce il nodo risolutivo delle sorti dell’umanità? La risposta è relativamente semplice: i poveri esercitano su di noi sollecitudine e stimolo d’amore che diventano accoglienza, carità operosa, condivisione, e tra di noi senso di accettazione e bontà reciproca. È chiaro che, nella misura in cui si esprimono tali sentimenti, la società migliora, matura e diventa più fraterna: i rapporti si purificano per diventare forme di amicizia sincera. Tra i poveri, ovviamente, vi sono i bambini. Quanta solitudine nei loro volti, quanto desiderio di amore vero e di autentica promozione.
A noi dunque il compito, o meglio il mandato di realizzare la fraternità sociale a partire dai piccoli: i poveri e soprattutto i bambini. Quali sono le virtù da rivestire? Attenzione, delicatezza, comprensione, ascolto, e dentro questi sentimenti di solidarietà, il coraggio di saper stare con loro collocandoci sul piano della loro infanzia. Tutto questo è coraggio di osare di più, perché nessuno di noi, purtroppo, ha tempo per stare con i nostri bambini, ragazzi, adolescenti, per incrociare il loro sguardo e comunicare affetto e cura. Arroccati come siamo nei baluardi della nostra adultità, non capiamo che la nostra condizione di educatori è anche di educati. Il processo della coeducazione si mette in moto, se accettiamo di relazionarci con loro, lasciando maturare in noi la virtù pedagogica per antonomasia: l’umiltà.
Rosario Gisana
