Passare oltre alla paura della stasi

Messaggio di Pasqua

La festa di pasqua, con forti valenze aggregative di tipo sociale e religioso, impone una riflessione sulla necessità del cambiamento. Non sempre è chiara l’adesione all’annuncio che sottostà a questo momento celebrativo. Il folclore pasquale, molto vivido nel sentimento comune, può talvolta distorcere il senso del messaggio, che interessa sia l’attestazione dell’amore di Dio, manifestatosi in Cristo, sia l’esemplarità di quest’ultimo come proposta di vita evangelica, per un umanesimo che ha bisogno di essere innovato. La questione riguarda allora l’individuazione di percorsi che dispongano a tale cambiamento. Non sarebbe difficile, stando al significato del termine «pasqua», raccogliere le dinamiche soggiacenti al processo di rinnovamento. Secondo il testo di Es 12,12, il passare oltre del Signore ha generato nel popolo eletto la certezza che da lì a breve sarebbe cambiata la sua condizione. La pasqua si lega pertanto a forme propositive di mutamento, essendo essa una festa che sollecita passaggi di liberazione. Occorre essere consapevoli che nella vita vi sono passaggi da tracciare con decisività, tentando a qualsiasi costo di intraprenderli, giacché solo la pressione del passare oltre può dischiudere cambiamenti concreti: può rivelare sensi di vita che promuovono entusiasmo e creatività.

La schiavitù d’Israele, al tempo della tirannia egiziana, fa eco ad una forma di paura che interessa l’odierna esistenza, segnata per lo più da un’assurda condizione di passività, o per meglio dire dall’inerzia di stare a guardare senza osare di più. Questa ritenzione di tipo esistenziale, assai deleteria, riguarda propriamente la frustrazione della capacità poietica di cui è dotato lo spirito umano. Come può il cambiamento stimolare l’estrosità dell’agire, il coraggio del condividere, l’esultanza del partecipare, se si continua a prediligere l’atteggiamento di chi, spaventato dall’azione dello spossessamento, reputi vantaggioso stare al di qua? È un’illusione promuovere cambiamenti senza rinunciare a sé stessi. La pasqua, che ritorna annualmente, sollecita invece un modo di pensare audace, la cui caparbietà non è fascino per il rischio, bensì verace comprensione della forza che si cela nella debolezza.

Le relazioni quotidiane costituiscono un autentico banco di prova, ove si constata la possanza rigenerativa del cambiamento, secondo l’orientamento che dà Gesù sul tema della rinuncia a sé stessi: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). La condizione di un’esistenza generativa nasce dalla docilità a lasciarsi rigenerare mediante il dono gratuito di sé. È questa la misura del cambiamento, non facilmente assimilabile dalla cultura narcisistica che propina l’ethos del possesso. La pasqua è festa di gratuità: momento esaltante in cui il valore del dono assume gradazioni superlative, benché si sia consapevoli che il perseguimento di tale apertura dipende unicamente dalla sottomissione al passare oltre. Non si può sperimentare la gioia della pasqua al di fuori dell’obbligato senso del passare oltre: del passare cioè dalla morte alla vita attraverso quel maturo dimenticarsi assumendo la cura dell’altro.

È quello che ha fatto Gesù lasciando un preciso esempio (cfr. 1Pt 2,21), la cui esistenza è colma di riferimenti sul passare oltre. Persino la risurrezione, estro divino di supremo cambiamento, può essere compresa dentro l’impulso del passare oltre che fonda un numero considerevole di passaggi liberatori, i quali, l’uno dopo l’altro, enunciano reiterati spossessamenti. Origene, scrittore cristiano del sec. III d. C., spiega così il passare oltre di Gesù: «Colui infatti che è passato sopra i confini posti da Dio a causa della disobbedienza di Adamo, è il Signore che ha smussato il pungiglione della morte e distrutto la sua potenza, dando modo agli spiriti custoditi nell’Ade di saltar oltre mediante la predicazione del Vangelo, o altrimenti anche procurando una via di ascesa al cielo mediante la sua ascesa, sollevandosi le porte e i portali a motivo della sua entrata» (Sulla Pasqua II,48).

A forza di assumere le debolezze degli altri, Gesù ha compiuto un triplice passaggio redentivo. Il primo riguarda proprio l’attraversamento di quel confine che rimarca per l’uomo la lontananza da Dio. Il peccato segna il limite dell’inimicizia tra l’uomo e Dio, quel limite estremo che Gesù ha eliminato, passandogli sopra ed oltre. Tale confine poteva essere valicato soltanto da uno che aveva fatto della sua vita un dono (cfr. Rm 5,8), o per meglio dire un luogo di accentramento dei bisogni altrui. Egli non avrebbe potuto attraversare questo limite, se non avesse accolto, nel volere del Padre, la decisione di prendere su di sé quanto era di scarto nella società (cfr. 2Cor 2,21). Accadendo questo, le altre operazioni della pasqua si compiono naturalmente, e sono anch’esse frutto di passaggi. Gesù infatti passa oltre la morte, espungendo la sua vigoria; l’attraversa dall’interno, provando in sé stesso l’estensione del suo atto disperatorio. Quello che però dà alla pasqua la connotazione di festa nel tripudio di una straordinaria contemplazione, è il terzo passaggio: l’attraversamento dell’angusto spazio tra i custodi dell’ade o inferno, ove Gesù annuncia il vangelo (cfr. 1Pt 3,18-22). Quest’annuncio, come si sa, era per tutti; ma che esso riguardasse pure coloro che vivono nell’eterno allontanamento da Dio, è una novità che trasfigura ulteriormente l’umano, sprigionandolo nella sua totale bellezza.

La celebrazione della pasqua è dunque ricezione di un annuncio, quello del vangelo, che educa a vivere passando oltre. A partire anzitutto dal coraggio di attraversare i confini che delimitano le relazioni quotidiane, affinché si generino in esse nuove modalità d’incontro. Sarebbe auspicabile che la pasqua eliminasse quest’anno il confine dell’odio, del risentimento, della malvagità, facendoci aprire alla comprensione, alla tolleranza, alla discrezione. Vivere la festa con il perdono nel cuore significa attraversare con decisività il confine di quell’inferno di male che produce attorno a noi povertà, sopruso, emarginazione: un male eterno che si nasconde nel benessere non condiviso, che approfitta, con lo sfruttamento a diversi livelli, della genuinità dei molti, che si impone violentemente, con la forza bruta o con il plagio occulto, nell’intento di far nascere paura e sgomento. La pasqua è festa di gioia che riscatta dalla stasi della rassegnazione e dalla percezione che nulla potrà mai cambiare. Passando oltre assieme al Signore, si attraversa il male sopraffatto da lui e si prepara l’avvento, già introdotto, di «un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi […]. Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,1.4).

Rosario Gisana

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