La festa in onore di Maria Santissima delle Vittorie rappresenta per la comunità piazzese un momento evocativo importante: essa svela l’essenza di una spiritualità di tipo mariano. Si può dire che ogni credente di questa città coglie in Maria il senso della propria adesione a Cristo. Se infatti volessimo tratteggiare la figura del vero discepolo, alla luce di alcune indicazioni che gli evangelisti sunteggiano nei loro scritti (cfr. Lc 9,57-68) e soprattutto sulla base del monito di Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34), non possiamo che ricondurre alla Madonna l’azione di un discepolato perfetto, segnato dalla virtù che fonda la sequela. Basterebbe pensare, per esempio, al modo con cui Maria si è posta di fronte all’evento dell’incarnazione. La sua generosa ricezione rammenta quello che l’orante del Sal 37,7, dopo previa constatazione che il giusto vedrà a suo tempo il meriggio, afferma senza esitazione: «sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui». La virtù dell’ascolto costituisce il basamento prezioso su cui edificare la propria relazione con Cristo; da essa nascono proposte sapienti che sanno custodire il patrimonio culturale di questa città, e da essa si formano esempi di vita per un rilancio creativo e rispettoso dell’ambiente, come suggerisce papa Francesco nella Lettera enciclica Laudato sì al n. 5: «L’autentico sviluppo umano possiede un carattere morale e presuppone il pieno rispetto della persona umana, ma deve prestare attenzione anche al mondo naturale […]. La capacità dell’essere umano di trasformare la realtà deve svilupparsi sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio».
E’ possibile capire e accogliere la diversità dell’altro, se si progredisce in questa disciplina del custodire che fa maturare apertura verso le persone e attenzione verso le cose. Tale disciplina prende le mosse dalla consapevolezza che tutto ciò che esiste dentro e fuori di noi è dono di Dio. Maria non avrebbe potuto comprendere l’arcano mistero dell’incarnazione, se non avesse accettato di sottoporsi alla disciplina del custodire che è ascolto obbediente di quello che va compiendosi in lei. Ciò è attestato dalla redazione lucana proprio con l’uso del verbo «custodire», ripetuto due volte in maniera differenziata: in Lc 2,19, «Maria custodiva (suneth,rei: letteralmente con-custodiva) tutte queste cose gettandole nel suo cuore», il cui senso sarebbe quello di custodire qualcosa assieme ad un altro; e in Lc 2,51, «Sua madre, custodiva (dieth,rei: letteralmente per-custodiva) tutte queste cose nel suo cuore», il cui senso sarebbe quello di custodire qualcosa passata al setaccio del discernimento. La duplice referenza, sfumata da questo molteplice significato, lascia intendere che Maria ha dovuto esercitare proprio questa disciplina: il difficile atto dell’ascolto che consiste nella prontezza a custodire gli eventi della propria storia, dentro una doppia fase di comprensione. La prima è di custodire tutto quello che accade, fidandosi unicamente della Parola di Dio. Tale operazione consiste nell’accostare un fatto con quanto Dio ispira attraverso la lettura meditata della sua Parola. La seconda fase tende a compiere un’azione ermeneutica sul modo come la Parola di Dio orienta a legge il fatto in questione.
L’ascolto discepolare, che è ubbidienza a ciò che Dio rivela attraverso i fatti della vita, si svolge pertanto dentro questa duplice fase di comprensione che è di affidamento serio e di intelligenza operosa. Leggiamo qui un suggestivo vessillo che Maria Santissima delle Vittorie intende porre alla nostra attenzione. Maturare questa disciplina, vessillo di vittoria per un credente, è necessità ineluttabile, affinché ciascuno possa scorgere nei fatti il senso giusto e capire come essi interagiscano con l’autocomunicazione di Dio. L’ascolto discepolare apre alla comprensione della propria storia e ancor di più a intravedere l’efficacia dell’azione di Dio in ogni circostanza, sia in quella sconvolgente e paradossale, sia in quella naturale e scontata. Comprendiamo che Dio con la sua parola di benevolenza non è lontano da noi: «non è nel cielo, perché tu dica: chi salirà per noi, per prendercelo e farcelo udire […]. Non è al di là del mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire […]. Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (Dt 30,12-14). L’operosità di questa Parola, così prossima alla nostra vita quotidiana, sta proprio nell’offrire a ciascuno il giusto orientamento nella vita, celato talvolta dalla nostra incapacità a discernere i fatti. Maria, al contrario, ha capito che, sottoponendo alla Parola di Dio un determinato fatto, le è stata data la possibilità non soltanto di cogliere il modo come esso sia accaduto, ma anche di contemplare attraverso di esso l’accompagnamento di Dio, verso una comprensione più esaustiva e profonda. L’ascolto, che richiede docile attuazione di quello che suggerisce la Parola di Dio, consiste in quest’aspetto singolare di interazione con i fatti della vita: la vicinanza di Dio è sempre benedizione su quello che cerchiamo di discernere; ne vale lo straordinario svelamento della vita stessa, che racchiude in sé un potenziale creativo, iscritto nel suo codice genetico al momento della primigenia apparizione.
L’autore di Apocalisse fa intendere quest’aspetto essenziale della sequela con l’esemplificazione di un segno grande nel cielo: «Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo, una corona di dodici stelle», quasi a voler indicare che con Maria anche noi possiamo attuare quest’operazione non facile di rivisitazione dei fatti della vita, accogliendo docilmente la Parola di Dio. Il senso simbolico della frase si rivela nella sovrapposizione Maria-Chiesa, al punto che quanti seguono Cristo non possono che tratteggiare il cammino di sequela intrapreso, in modo eccellente da Maria. Non esiste altro paradigma nella mimesi cristiana, oltre al fatto che tutti siamo chiamati a conformarci a Cristo, della proposta discepolare della Madonna. L’autore non avrebbe lasciato intendere, tra le righe, che quanto è detto di Maria bisogna affermarlo dei credenti. La donna vestita di sole è certo la Madonna, adombrata dal luminoso fulgore dello Spirito Santo (cfr. Lc 1,35); ma è pure la Chiesa: la comunità di coloro che amano il proprio Signore, la quale vive e sperimenta, sotto l’azione dello Spirito di Gesù (cfr. At 2,1-4), la comprensione dei fatti della vita. Lo splendore del sole, che nella simbologia dell’autore è Cristo, illumina proletticamente Maria: in lei si è compiuto in modo definitivo lo svelamento della misericordia di Dio; ma il medesimo splendore illumina ancora i credenti, giacché, nella misura in cui essi aderiscono a Cristo, constatano il compimento dell’agire di Dio nella storia, in quei fatti che interessano lo svolgimento del loro quotidiano.
La dimensione dell’ascolto è espresso ancora meglio dall’immagine della luna sotto i piedi e della corona di dodici stelle sul capo. Ciò infatti sta ad indicare che la disciplina del custodire, cioè l’ascolto ubbidiente della Parola di Dio, permette di compire un importante atto contro il male, equivalente peraltro al mandato di Gesù di sottomettere Satana e ogni sua forma di manifestazione (cfr. Mc 3,14). Anche se la metafora della luna è un esplicito rimando a Gen 3,15, «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe; questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno», il cosiddetto protovangelo che annunzia l’invio del redentore, l’allusione alla Chiesa fa capire che una prerogativa del discepolato è proprio la lotta contro il male. Da qui si capisce come la devozione a Maria Santissima delle Vittorie includa un aspetto significativo della testimonianza cristiana: ciascuno non deve eludere l’impegno di contrastare con forza le subdole insidie del maligno, le cui operazioni nascono da incomprensibili atti di divisione. Le comunità ecclesiali siano pertanto vigilanti, perché il vizio dell’invidia, da cui provengono maldicenze e giudizi, induce ad amalgamare relazioni di sospetto, amicizie non trasparenti, e forme di comportamento ove, purtroppo, si insinuano modalità di relazioni amicali tendenti alla corruzione e talvolta persino alla dissolutezza.
Ciò è ravvisabile di fatto nel contesto di una società, ove si non si dà spazio a Dio, mentre interesse e tornaconto reggono gestualità egoistiche contro i poveri, gli ammalati e gli anziani. Tale situazione non deve verificarsi nelle comunità ecclesiali che hanno la luna sotto i loro piedi, come la Madonna. La Chiesa, per questa straordinaria identificazione con la Madre di Dio, è chiamata a rivaleggiare contro Satana che oggi, attraverso variegate forme di macchinazione, tende ad intristire famiglie che vivono povertà e disoccupazione; bambini che vengono formati a ripensare la propria identità di genere; ammalati e soprattutto anziani che si trovano a vivere meschine tolleranze, relegati in spazi d’accoglienza che rammentano il doloroso egoismo familiare. La devozione mariana, sospinta dall’ardore dell’ascolto, se non contrasta l’attiva azione satanica, che ha raggiunto strutture istituzionali solide, come la religione, la politica e la cultura, rischia ampiamente di restare fatua venerazione di un’immagine che appartiene ad un atavico patrimonio culturale. Affinché Maria Santissima delle Vittorie ispiri una devozione che strutturi concretamente la vita di ciascuno in vista di una conversione permanente, è necessario che la Chiesa rifletta le risonanze della propria adesione a Cristo alla maniera della Madre di Dio, la quale, in ascolto del vangelo, ha permesso che quest’ultimo potesse fare breccia in ogni parte della sua esistenza. L’espressione, che denota apertura a Dio: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38), mette in rilievo la disposizione interiore della Madonna a lasciarsi trasformare dalla misericordia divina, in seguito alla quale ogni rapporto e contatto sono segnati dall’azione catartica di Dio. Ciò deve accadere anche alla Chiesa, cioè alla comunità dei discepoli che, nella devozione a Maria, ritrovano la connotazione della propria appartenenza trinitaria e dell’azione fervente sul mondo che attende tale trasformazione.
L’autore aggiunge poi un altro elemento che esplica il senso di questo vessillo discepolare che è l’ascolto: «La corona di dodici stelle sul capo». Il simbolo apocalittico lascia intendere che la donna vestita di sole è ulteriormente illuminata da dodici stelle che rappresentano, con molta probabilità, i dodici apostoli o comunque la totalità della Chiesa celeste illuminata dalla sapienza del vangelo, quella Chiesa che non soltanto è purificata dal sangue dell’Agnello (cfr. Ap 7,14) e quindi partecipe della forza della risurrezione, ma è altresì supportata dalla potenza di una Parola che arricchisce di sapienza le relazioni umane. Si tratta, in altri termini, del cosiddetto «vangelo eterno», come suggerisce lo stesso autore in Ap 14,6, quel vangelo il cui annunzio è concessione da parte di Dio del suo stesso modo di pensare e agire nella storia. Questo vangelo pervade l’esistenza della donna vestita di sole e per somiglianza anche l’esistenza della Chiesa, a partire dalla quale l’annuncio assume, come per Maria, la concretezza di un dono: il redentore si offre al mondo per la salvezza estesa a tutti. Questa suggestiva nascita, che vide in Maria l’incarnazione del Verbo di Dio, si perpetua nella vita di ogni discepolo, mediante l’ascolto del vangelo, appunto, quel «vangelo eterno» che prende corpo nella vita del discepolo, al fine di persuadere il mondo sulla verità di giudizio che è perdono, misericordia e amore.
In questo senso la Chiesa assomiglia a Maria, perché, illuminata dalla totalità della sapienza, ha il compito di ra-ppresentare al mondo il Verbo, essendo egli «irradiazione della gloria di Dio e impronta della sua sostanza» (Eb 1,3). Ma cosa vuole dire tale ra-ppresentazione se non il fatto che nel processo di evangelizzazione, ascoltando i moniti del vangelo, la Chiesa genera nei cuori degli uomini quella Parola che un tempo, fattasi carne in Maria, continua ad ascoltare i gemiti di quanti si trovavano lontani da Dio? L’ascolto alla maniera di Maria, che connota l’identità del discepolo, non può che essere gravido della Parola di Dio, che ha assunto la carne dell’umanità, in particolare quella carne che il mondo giudica e accusa, la carne simile a quella del peccato (cfr. Rm 8,3). Tale disposizione porta ciascuno ad invocare la Madonna con le parole di Papa Francesco nella parte conclusiva dell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium: «Tu vergine dell’ascolto e della contemplazione, madre dell’amore, sposa delle nozze eterne, intercedi per la Chiesa, della quale sei l’icona purissima, perché mai si rinchiuda e mai si fermi nella sua passione per instaurare il Regno»
L’ascolto della Parola di Dio, che è vessillo di vittoria sulla stoltezza del mondo, consente di generare in noi il Verbo incarnato. L’idea è suggerita da Ambrogio che, nel suo commento al vangelo di Luca, così spiega la fede di Maria ostentata dalla cugina Elisabetta: «Beata tu che hai creduto. Beati anche voi che avete udito e avete creduto: infatti ogni anima che crede, concepisce e genera il Verbo di Dio e ne comprende le operazioni. Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria ad esultare in Dio: se, secondo la carne, una sola è la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo». È chiaro che l’esaltazione di questo divino parto accade in noi mediante le opere di carità. Nella misura in cui ci adoperiamo per sostentare il povero indigente, siamo davvero discepoli che custodiscono l’immagine eccelsa del Verbo. Ancora Ambrogio: «perciò quando l’anima opera qualche cosa di giusto e di santo, esalta quella divina immagine, conforme alla cui somiglianza è stata creata; e mentre la esalta, più si sublima […], tanto da riprodurla in sé stessa con le splendide iridescenze delle buone opere». Sì, la carità che quotidianamente pratichiamo in favore dei poveri, degli ammalati, delle persone sole, quell’attenzione che volgiamo al bisogno degli altri è iridescenza dell’amore di Dio, mediante cui le menti sono illuminati sulla verità del Regno.
In quest’anno giubilare, dedicato alla misericordia di Dio, chiediamo a Maria Santissima delle Vittorie di accompagnarci nel desiderio di restare perpetuamente gradivi di quella Parola che, concepita nell’ascolto, prende corpo nel gesto misericordioso d’amore verso chi soffre tristezza ed emarginazione in questo mondo. Basta soltanto concedere un po’ di tempo a chi è solo, tendere la mano a chi vacilla, colmare la speranza del pusillanime e di colui che dispera, attestando che è possibile dare una svolta radicale alla propria vita con piccoli gesti di convivialità fraterna. La carità diventa così misericordiosa: essa nasce da quell’atteggiamento di ascolto che, alla maniera della Madonna nell’atto di visitare la cugina, reputa importante l’altro nella sua diversità e bisogno. Quando è così, la disciplina del custodire, che è vessillo di vittoria sulla mutevolezza dell’egoismo, assume l’eloquenza del gesto misericordioso che annuncia la prossimità di Dio e la certezza che il Verbo della vita continua ad essere generato, per il prodigale succedersi di uomini e donne generosi e pregni della presenza amorevole di Dio.
Rosario Gisana
