Gela - Parrocchia S. Maria di Betlemme

Presentazione della Lettera pastorale, «Camminate nella carità»

Una comunità in uscita

Questa lettera pastorale sul tema dell’abitare è in sintonia con il cammino della Chiesa italiana, che a breve avvia il convegno di Firenze, e con quanto indica Papa Francesco nell’Esortazione Evangelii gaudium. L’abitare infatti sollecita ciascuno di noi a uscire dalle nostre sicurezze pastorali ed essere prossimi a chi è nel bisogno. Afferma infatti Papa Francesco: «La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte è come il padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà» (EG 46).

Il verbo «abitare» nella lingua italiana ha valore transitivo, ma il senso che si coglie nel contenuto di questa lettera è quello intransitivo, cioè l’abitare di una comunità all’interno di un territorio per essere prossima nella carità. È impensabile pertanto ipotizzare una situazione statica della comunità. Essa, per aver incontrato il Signore, è sottoposta a conversione, cioè a quella forma dinamica che interessa il processo dell’inculturazione. La nostra vita cristiana, se da una parte è abitata dal Signore, d’altra tende ad in-abitare i vissuti degli altri, proprio come Gesù che continua ad abitare le nostre fragilità umane, trasformandole in perle d’amore per sé stessi e per gli altri. Le fragilità, in questo senso, costituiscono il nostro bagaglio prezioso per concepire in noi il pensiero della misericordia di Dio, sia nei nostri confronti, imparando il difficile cammino dell’accettazione, sia nei confronti degli altri, lasciando svanire sul nascere ogni possibilità di giudizio e accusa. Abitare pertanto evoca il mistero dell’incarnazione del Verbo divino, come peraltro ci ricorda l’autore del quarto vangelo: «Il Verbo si fece carne, e venne ad abitare il mezzo a noi» (Gv 1,14). Se lui, il Verbo divino, ha concepito l’assunzione della natura umana come un processo di abbassamento (cfr. Fil 2,7), quanto più noi dovremmo dare testimonianza d’inabitazione, abbassando noi stessi per dare agli altri l’opportunità di venire esaltati dai loro luoghi di umiliazione?

È il compito di ogni cristiano: un mandato da parte di Cristo per tutti noi discepoli che, avendo incontrato il Signore, abbiamo compreso che il vangelo si concretizza abitando le «periferie esistenziali». La modalità di salvezza, che Dio ha scelto per vincere l’egoismo del mondo, è l’attenzione misericordiosa alla debolezza dell’altro. È questa la misura della nostra santificazione in Cristo, come ci ricorda l’autore di 1Pt: «Santificate il Signore, Cristo nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). Tale apertura è l’amore che diamo agli altri, testimoniando la prossimità di Dio con la nostra vicinanza e portando in noi stessi le loro angosce e difficoltà. Lo ribadisce con forza la Costituzione pastorale, Gaudium et spes, al n. 1: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo». Questo significa in-abitare che induce tutti noi ad uscire. Papa Francesco è dell’avviso che una comunità cristiana, se non è in uscita con le porte aperte, rischia di perdere la sua identità missionaria; rischia di essere un’associazione filantropica che strumentalizza i gesti di carità. La tensione verso l’altro, che legittima la nostra permanente condizione in uscita, ci libera dall’insidia dell’autoreferenzialità, dall’illusoria ricerca del senso a partire da sé stessi. È praticamente impossibile essere testimone di una carità attiva ed efficiente, esaltando la propria persona. Ogni gesto, che riconduce narcisisticamente a sé stesso, è un atto menzognero, oltre che fallace, che cerca soltanto il proprio interesse, vanificando così la bellezza del gesto caritativo. La pedana di lancio, per una pastorale efficace, sta nella carità che sintonizza intelligenza e cuore. Si tratta di una forma di «razionalità evangelica», che si forma praticando le virtù Cristo. Papa Francesco suggerisce che occorre maturare virtù adeguate per andare incontro ai bisogni dell’altro, per gestire e praticare la carità con intelligenza e sapienza. Per essere una comunità in uscita, occorre essere una comunità virtuosa, che si ispira, conformandosi a Cristo, alle sue virtù (cfr. Mt 11,29).

La prima virtù da praticare è «rallentare il passo». Una comunità in uscita deve imparare a battere il passo di chi cammina lentamente e zoppica. Ciò significa rispetto, attenzione, colpo d’occhio, senso di accompagnamento. Nella misura in cui sappiamo rallentare il passo per affiancarci a chi cammina con difficoltà, la carità assume valenza generativa. Accompagniamo chi stenta a camminare; aiutiamo chi ha difficoltà ad incontrare il Signore; stimoliamo chi è scoraggiato nel desiderare Dio; sosteniamo chi è rimasto deluso nella ricezione della fede. A quest’atteggiamento misericordioso si aggiunge – continua Papa Francesco – la capacità di dominare l’ansia nel perseguire un traguardo. Quello che più conta è accompagnarsi vicendevolmente portando l’uno i pesi dell’altro (cfr. Ef 4,2). E se non dovesse mettersi in moto il dinamismo della reciprocità, tipico della vita fraterna, accogliere l’altro nella sua diversità diventerebbe un’occasione propizia per essere ancora di più segno della bontà di Dio.

La capacità d’ascolto è un’altra virtù pastorale che dimostra l’identità di una comunità in uscita. L’ascolto è da intendersi come rispetto del cammino dell’altro, o meglio, come spiega Papa Francesco, una forma singolare d’accoglienza che consente di com-patire l’altro nella sua condizione di fragilità. Il com-patire sta infatti ad indicare un ascolto, coinvolgente e autentico, un ascolto che permette di sentire gli aneliti, le angosce e i gemiti dell’altro. Questo modo di mettersi in ascolto, rammenta il Papa in Evangelii gaudium al n. 171: «ci aiuta ad individuare il gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori».

Ed infine la capacità «rinunciare alle urgenze», a quelle idee preconfezionate che talvolta obbligano a percorrere itinerari di maturazione al di là delle nostre forze. Questa virtù aiuta a capire che nel rapporto con l’altro non bisogna mai imporre le proprie idee e soprattutto occorre ammettere che la verità è sempre frutto di un incontro, nel quale si rinuncia volentieri a qualcosa di sé, per fare spazio all’idea dell’altro. Ciò che conta, nell’abitare il vissuto dell’altro, è la benevolenza nei suoi confronti, senza condizionamenti e pregiudizi e soprattutto con il desiderio di incontrarlo per sostenere la sua edificazione. Dall’abitare con la carità scaturiscono benefiche spinte d’amore, sull’esempio di Gesù che si è abbassato (cfr. Fil 2,7) ed è venuto per servire e dare la vita per noi (cfr. Mc 10,45). Questo modo di abitare il vissuto della gente non soltanto rivela la nostra compromissione, ad imitazione di Gesù, ma attua pure le operazioni del Regno di Dio nella storia, facendo delle nostre comunità segni del dirompente amore di Dio per l’umanità.

 

 

@ Rosario Gisana

 

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