Generare nell’amore gratuito

Presentazione del libro del prof. Federico «Per una buona genitorialità»

La metafora del concepimento, da cui prende le mosse il processo della genitorialità, è letto dagli autori biblici come un’esperienza che interessa l’ambito della conoscenza. Il verbo utilizzato è «conoscere», come si legge per esempio in Gen 4,1: «Adamo conobbe (yāda‘) Eva sua moglie, la quale concepì e partorì». Altre fonti bibliche, per indicare il medesimo processo, prediligono il verbo «prendere» o «afferrare», mostrando un’altra sfumatura della genitorialità. Ciò appare per esempio in Es 6,25: «Eleazaro, figlio di Aronne, prese in moglie (lāqaḥ¯lō) una figlia di Putiel, la quale gli partorì Pincas».

Queste due indicazioni lasciano trapelare l’elemento basico che sollecita il difficile esercizio della paternità e maternità. Non è così scontato che i genitori si riconoscano ipso facto padre e madre, benché il verbo «generare» (dal latino gignere → genitus) lasci intendere chiaramente il fenomeno dell’essere madre e padre. La genitorialità sta ad indicare le modalità di relazione che un uomo e una donna espletano nei confronti di coloro che, una volta concepiti, reclamano un’attenzione affettiva nella quale gli uni si riconoscono genitori e gli altri figli. Tutto ciò si sottopone ad un processo di maturazione, a partire dal quale genitori e figli sviluppano sensibilmente la loro differente collocazione.

Quello che interessa, a questo punto, è capire come si avvia tale processo: provare cioè a cogliere il senso che sottostà al concepimento, giacché paternità e maternità sono moti naturali di una relazione che si autocomprende nel ciclo vitale della crescita dei figli, oltre al fatto di essere conseguenza di un atto consapevole da cui prende le mosse l’atto del concepire. Esiste, in altri termini, un’essenzialità precipua che mette al sicuro lo sviluppo della paternità e maternità. Se dovesse venir meno la consapevolezza di ciò che ab ovo è il concepire, la genitorialità rischia di compromettere la sua espressione naturale di paternità e maternità.

Per gli autori biblici, il concepimento è, come si è visto, legato ad un atto di conoscenza. Conoscere, dal verbo ebraico yāda‘, sta ad indicare l’idea del coinvolgimento nel vissuto dell’altro. Tale atto non riguarda semplicemente la ricezione di laconiche informazioni su quello che l’altro è e vuole rappresentare; esso sottintende soprattutto il responsabile compromettersi che impone apertura, accoglienza e dono di sé. Conoscere è, in tal senso, accettare tutto quello che l’altro propone di sé, sia per quanto concerne la sua condizione fisica, visibilmente percepita, sia per quanto di molto celato resta nell’interazione vicendevole, al punto da sollecitare credibilità e affidamento. Ciò fa capire che il concepimento segue ad un tempo di conoscenza in cui si registra un intreccio di vissuti, dal quale si compone una forma di reciproca assimilazione per quello che è effettivamente l’altro.

La conoscenza pertanto è un’esperienza di relazione: una forma di apertura deliberata nei confronti dell’altro, cogliendone, per quanto è possibile, la totalità edotta dalla sua esistenza. Tale disposizione si attua grazie ad un esordio straordinario: l’accoglienza dell’altro nell’assimilazione a sé del suo vissuto. È stupefacente che l’altro veda accogliersi per quello che è; ma è ancora più strabiliante che quest’ultimo percepisca l’elevato senso dell’accoglienza nel fatto che chi accoglie ha dovuto fare spazio, arretrandosi. La conoscenza biblica propone proprio questo tipo di percezione relazionale, e la sua interazione, prima ancora di essere reciproca, fonda l’atto dell’accoglienza sulla scelta del ritirare qualcosa di sé, affinché l’altro, interloquendo, colga il senso pieno dell’essere accettato.

Quando si dice che occorre accettare le debolezze altrui, oltre ovviamente all’ingente bagaglio di positività, significa non tanto compiere un atto di comprensione verso l’altro, quanto piuttosto di diminuire qualcosa di sé, o meglio di arretrare sé stessi per fare spazio all’altro che porta con sé l’articolato vissuto della propria esistenza. Concepire un figlio allora è lasciarsi conoscere nella condizione sponsale, secondo quell’apertura assimilativa che dispone uno spazio d’amore per chi è accolto. Ciò fa capire molto bene il senso che sottostà alla paternità e maternità: la genitorialità è prima di ogni cosa un’esperienza di conoscenza che dispone al processo di assimilazione a sé di quello che l’altro è nella sua condizione esistenziale.

La genitorialità, secondo gli autori biblici, suggerisce un’altra sfumatura: l’atto del prendere o afferrare. Tale aspetto, reso con il verbo «prendere» (lāqaḥ e in senso più lato anche il verbo ’āḥaz), lascia intendere di primo acchito l’idea della possessività. La nozione però allude a qualcosa di più nobile, come suggerisce l’autore del Cantico dei Cantici: «Lo strinsi fortemente e non lo lascerò finché non l’abbia condotto in casa di mia madre, nella stanza della mia genitrice» (Ct 3,4). È chiaro che qui il senso di afferrare non indica possessività, ma desiderio di poter condividere con l’amato il mistero dell’attrazione che porta all’esclusività di una scelta.

A fondamento del concepire, cioè dell’inizio della genitorialità, sta pure la consapevolezza di un atto di elezione. Chi è scelto è amato, e chi è amato entra a far parte del proprio vissuto. L’autore lo specifica non soltanto con la sintomatica formula di appartenenza: «il mio diletto è per me e io per lui» (Ct 2,16), ove la posizione chiastica del pronome di prima persona fa capire che l’amore va al di là della pretesa di reciprocità, e lo ripropone ad libitum con la descrizione che l’amata fa dell’amato, al punto che il concepire nella stanza della genitrice sta ad intendere la perpetuità di un concepimento che si lega alla genitorialità del padre e della madre.

Ciò dimostra che il concepire è sempre un’esperienza di paternità e maternità, radicata in forma paradigmatica nel vissuto di chi ap-prende d’amare, riconoscendo che l’altro si afferra in virtù di un modello d’amore che è depositato in sé stessi dalle cure del padre e della madre. Genitore si diventa non perché si concepisce, ma perché si tiene “afferrato” chi favorisce, in virtù dell’amore, il ripristino di un modello genitoriale radicato o in extremis anche acquisito.

L’idea biblica del prendere o afferrare, per sottintendere l’atto del concepimento, appare del tutto suggestiva, giacché essa lascia trapelare l’unilateralità della scelta, o per meglio dire quella tipologia di relazione in cui l’uno investe tutto sé stesso per accogliere l’altro. Prendere in questo caso diventerebbe sinonimo di perdere, ove però l’altro che si prende lo si ama, lo si elegge, al tal punto da perdere volutamente qualcosa per arricchirsi molto di più per quello che è l’altro. Anche quest’aspetto non è colto preventivamente, benché l’atto dell’afferrare sia mosso dall’intuizione che, mentre si perde qualcosa, si consegue molto di più. Resta tuttavia l’effetto di credibilità che l’elezione dell’altro in qualche modo comunica.

L’atto del prendere, da cui si concepisce nella linea della paternità e della maternità, reclama con forza un atto di credibilità che diventa travolgente affidamento di sé all’altro e poi, forse, anche dell’altro a sé. Ma quest’ulteriore aspetto non è facilmente prevedibile: la genitorialità si muove sempre a partire da un atto gratuito, per quella sussistenza di gratuità che è appunto l’essere padre e madre. La buona genitorialità, che gli autori di quest’opera hanno voluto condividere a partire dalle specifiche competenze, non ha altra referenzialità che quest’ampia apertura, secondo la quale chi ama è colui che decide di cominciare per primo. Se si dovesse descrivere, sotto un’altra angolatura, quest’idea di genitorialità, non c’è altra fonte che quello che afferma un autore biblico riferendosi a Dio, il generante per antonomasia: «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi […] e noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,10.19).

La genitorialità si fonda proprio su questa traditio d’amore che, attraverso i padri e le madri, si giunge alla verità dell’atavico concepimento creaturale, in cui Dio creatore è padre e madre allo stesso tempo. Tale concepimento altro non è che un atto amorevole, ravvisabile nell’amore dei genitori; da esso traspare l’amore vero, gratuito, buono, quello cioè che si muove verso l’altro sempre per primo. Quest’amore paradigmatico è ciò che ispira la genitorialità che si protrae nella forma matura dell’essere padre e madre. Ma qual è la condizione affinché tale genitorialità possa esprimere la bontà del Creatore, unico e irrepetibile generante? Certo, quella di lasciarsi permeare dalla forte esperienza di una conoscenza che assimila a sé il vissuto dell’altro, lasciandosi altresì cogliere dal sentimento di afferrare non per possedere, di tornare ad ap-prendere qualcosa che si riconosce manchevole e che soltanto l’altro può nel complemento condividere ed offrire.

Per esplicitare meglio, l’educatore A. Kohn afferma che la genitorialità non può che ispirarsi a «quell’amore incondizionato senza se e senza ma, scevro della logica dei premi e delle punizioni, non legato al concetto di “retribuzione” ma a quello di “relazione”». In questo senso, la genitorialità è uno stile di vita in cui l’aspetto educativo è parte integrante di un’apertura, ove la reciprocità cede il passo alla sensibilità di chi procede per primo, nella consapevolezza che la relazione è sempre dono di condivisione, sempre nell’ottica di quel conoscere biblico che fa dell’esistenza uno spazio dilatato d’amore.

✠ Rosario Gisana

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