Premessa
Due spunti di Papa Francesco sulla povertà della Chiesa, a partire dall’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium nn. 198-199:
- a) un’opzione di povertà per i poveri:
«Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro la sua prima misericordia. Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere gli stessi sentimenti di Gesù (Fil 2,5). Ispirata da essa, la Chiesa ha fatto un’opzione per i poveri intesa come una forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tutta la tradizione della Chiesa […]. Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci».
- b) un’opzione di contemplazione nell’amore:
«Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con sé stesso. Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione per la sua persona e a partire da essa desidero cercare effettivamente il suo bene. Questo implica apprezzare il povero nella sua bontà propria, col suo modo di essere, con la sua cultura, con il suo modo di vivere la fede. L’amore autentico è sempre contemplativo, ci permette di servire l’altro non per necessità o vanità, ma perché è bello, al di là delle apparenze […]. Il povero, quando è amato, è considerato cosa di grande valore e questo differenzia l’autentica opzione per i poveri da qualsiasi ideologia, da qualunque intento di utilizzare i poveri al servizio di interessi personali o politici».
- Il termine «povero»
Il tema della povertà è centrale nella bibbia. I riferimenti sono così abbondanti che non è facile elencarli. Povertà e amore sono due moduli che strutturano il messaggio biblico. Riflettere sulla povertà è una necessità discepolare. La bibbia, che diventa parola di Dio nella sua dimensione sacramentale d’ascolto, impone tale verifica. Ci si chiede in che misura viviamo l’esperienza della povertà e quali possono essere le modalità di attuazione nella Chiesa. Il termine ptōchós ha un significato molto ampio. Esso sottintende due categorie di persone: i poveri che hanno bisogno di tutto, in particolare di cose materiali, e i poveri che vivono una disposizione interiore all’umiltà e alla mitezza. L’equivalente nell’AT è costituito da tre termini: ’ebyōn che sta ad indicare colui che necessita delle cose più elementari; ‘anî con il senso di chi è emarginato e subisce soprusi ed ‘anaw che indica i poveri in senso spirituale. A quale di queste categorie di persone si riferisce Gesù con la qualifica di “beate”, non è facile dirlo. È possibile che Gesù sottintenda in particolare due categorie di persone, anche se, stando alla redazione lucana (cfr. Lc 6,20), i referenti della beatitudine sembrano essere proprio i poveri in senso materiale, cioè ’ebyōn ed ‘anî.
Nella frase di Mt 5,3a «Beati i poveri in spirito» l’aggiunta tô pneúmati rende il senso di ptōchós più difficile da capire. Possiamo supporre che quest’aggiunta, contestualizzata nella redazione matteana, sottintende il rapporto che il discepolo deve avere con la povertà. Alla base c’è infatti una domanda: quale tipologia di povertà deve scegliere il discepolo? Quali devono essere le misure e fino a che punto un discepolo deve essere povero? È chiaro che il discepolo ha il dovere di configurarsi a Cristo e quindi di accogliere con docilità le peculiarità delle scelte del maestro. Ma Gesù è stato davvero povero nel senso di ptōchós? Il suo stato civile è quello di un téktōn (carpentiere: Mc 6,3), e sappiamo dai vangeli che il gruppo dei dodici disponeva di una cassa per le elemosine (cfr. Gv 12,6), oltre al fatto che esso era aiutato da donne facoltose (cfr. Lc 8,1-3). Tutto ciò fa capire che la povertà di Gesù sembra essere legata più ad una disposizione interiore, ad una sorta di povertà in senso spirituale che comporta la pratica di alcune virtù specifiche, come l’umiltà, la mitezza, l’ubbidienza (cfr. Eb 5,7-8). In Mt 11,29, Gesù si presenta «mite ed umile di cuore». Umiltà e mitezza sarebbero sinonimi di povertà evangelica. Gesù avrebbe pertanto dichiarato beati coloro che, imitandolo, avessero assimilato il suo modo di essere umile e mite. Tale affermazione però non coincide con la beatitudine trasmessa da Luca e soprattutto non si capiscono le ragioni perché Matteo abbia voluto introdurre l’espressione tô pneúmati. A quale spirito si riferisce l’evangelista: lo Spirito di Dio oppure lo spirito umano?
Giovanni Crisostomo, nel suo Commento a Matteo, interpreta la frase in senso spirituale. Egli legge il termine ptōchós nella linea degli ‘anawîm: coloro cioè che hanno assimilato le virtù di Cristo. Riferisce infatti Crisostomo: «Che significa: i poveri in spirito? Gli umili e i contriti di cuore. Qui ha detto spirito l’anima e la libera volontà. Poiché molti sono umili non volontariamente, ma perché costretti dalla necessità delle circostanze, lasciando stare questi, perché tale situazione non sarebbe da elogiare, proclama beati per primi quelli che si umiliano e si abbassano di loro spontanea volontà». Il termine pneûma, inteso come «anima e libera volontà», permette all’Antiocheno di accostare la beatitudine ad un comportamento virtuoso. Il povero in spirito sarebbe dunque il discepolo che desidera imitare Gesù, scegliendo di essere umile e di abbassarsi come il maestro (cfr. Fil 2,7).
L’umiltà in sinonimia con la povertà ha significati molteplici. Per Crisostomo, l’umile è colui che è preso «da timore e tremore per i precetti divini». Impegnarsi ad attuare i comandamenti di Dio significa esprimere il massimo grado della povertà. È chiaro che questo modo di essere umile non soltanto frena l’arroganza, ma dà altresì la possibilità di soffocare sul nascere i giudizi iniqui. L’umiltà inoltre qualifica e migliora il bene che si fa. Spiega ancora Crisostomo: «Anche se si mettono assieme il digiuno, la preghiera, l’elemosina, la temperanza, qualsiasi altro bene, ma senza l’umiltà, tutto viene meno e perisce». Il dono dell’umiltà è importante perché – suggerisce ancora l’Antiocheno – aiuta a non lasciarsi prende dalla boria di essere discepoli privilegiati. Il vero discepolo è colui che è riconoscente a Dio per avergli donato la grazia del perdono. Si potrebbe anche essere poveri in senso materiale, ma, senza la virtù dell’umiltà, si rischia di non essere annoverati tra i beati. L’umiltà, secondo Crisostomo, è la modalità giusta per essere povero «in spirito», sia in condizioni di ricchezza che di miseria.
1.1. La beatitudine dei poveri
L’angolatura che propone Crisostomo, condivisa, in grandi linee, da altri Padri della Chiesa, impone una lettura univoca del testo di Matteo. La beatitudine riguarderebbe il discepolo che sceglie di seguire Gesù, assimilando le sue virtù, in particolare quella dell’umiltà. Identificare la povertà biblica con l’umiltà è però riduttivo. La beatitudine di Luca, considerata da molti interpreti (Dupont, Gelin) la locuzione più vicina all’intenzione di Gesù, porta a leggere quella di Matteo in sovrapposizione. Ne consegue che quella gesuana privilegia i poveri nel loro bisogno materiale; quella discepolare, secondo la prospettiva di Matteo, mette in risalto la dimensione spirituale della povertà. Queste due letture sulla povertà si intrecciano e si completano vicendevolmente. Esse rivelano in fondo l’intenzione di Gesù, secondo la quale i poveri costituiscono, nel contesto della rivelazione, una categoria importante per il compimento del regno di Dio. La loro condizione di bisogno, sia materiale che morale, è occasione propizia per far conoscere la natura misericordiosa di Dio e al contempo sollecitare quanti seguono Gesù ad essere misericordiosi come il Padre (cfr. Mt 5,48), imparando ad assumere, nelle loro relazioni, un atteggiamento umile e mite.
La beatitudine dunque rivela quello che Dio desidera da ogni discepolo, esortato ad imitare Gesù. Guardando ai suoi gesti di apertura e accoglienza, si capisce che la povertà del discepolo è una scelta. Come Dio ama e accoglie i poveri, così il discepolo deve amare e accogliere i poveri. Se il desiderio più grande di Dio è quello di aiutare e sostenere il bisognoso, il discepolo, che ha deciso di seguire Gesù, non può esimersi dal praticare la misericordia di Dio con gesti concreti. Ciò fa capire la ragione perché Gesù applica la beatitudine ai poveri. Essi infatti sono il «luogo teologico dove Dio si manifesta e il roveto ardente e inconsumabile da cui Egli ci parla» (Tonino Bello). Dio infatti – rammenta l’autore della Lettera agli Ebrei – ha parlato agli uomini in diversi luoghi e modi (cfr. Eb 1,1). I poveri sarebbero uno di questi «luoghi e modi» con cui Dio fa conoscere il suo mistero. Attraverso di loro si impara ad interloquire con lui, a conoscere la sua natura divina e a capire le sue misteriose intenzioni. In questo luogo privilegiato si incontra Dio personalmente (cfr. Mt 25,40) e ci si intrattiene con lui in un dialogo intimo e costruttivo.
I poveri, oltre ad essere un luogo in cui Dio parla, sono anche un modo mediante il quale il discepolo si dispone ad accogliere il mistero. Questa sarebbe un’altra ragione che induce Gesù a chiamarli «beati». Il contatto con i poveri obbliga ad assumere atteggiamenti congrui di purificazione interiore. L’aiuto che si dà alle persone bisognose stimola una serie di virtù che tracciano il profilo del vero discepolo. Con i poveri si impara ad essere pazienti e longanimi, ad avere un’apertura sincera e prudente, ad essere disponibili e ad utilizzare misure ampie e senza calcolo, a diventare buoni e generosi. Per la bibbia il servizio ai poveri è perdono dei propri peccati (cfr. 1Pt 4,8; Gc 5,30) e nel rapporto con loro si fa esperienza della misericordia di Dio: si impara concretamente cosa significa «misericordia io voglio e non sacrifici» (Os 6,6; cfr. Mt 9,13; 12,7). A forza di aiutarli nelle loro disgrazie, portando volontariamente i pesi della loro emarginazione, si intraprende un cammino di purificazione che pone la legge dell’amore al centro della relazione umana: «L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13,10).
I poveri costituiscono allora una presenza importante nell’annuncio del vangelo. Il discepolo non può fare a meno di seguire le orme di Gesù (cfr. 1Pt 2,21), per il quale l’annuncio del regno di Dio è fatto di gesti di solidarietà nei confronti di chi è nel bisogno. Ciò è legato ad una precisa volontà del maestro che pone i poveri in relazione al vangelo. L’espressione «portare ai poveri il lieto annuncio (euaggelísasthai ptōchoîs)» (Lc 4,18), parallela a «ai poveri è annunciato il Vangelo (ptōchoí euaggelízontai)» (Mt 11,5), lascia intendere che il vangelo è consegnato ai poveri. Il verbo, utilizzato al medio, fa capire che il soggetto a cui è indirizzato il vangelo è il povero. Cosa significa tutto ciò alla luce della beatitudine di Matteo? I poveri sono beati, sia perché, come si è visto, sono motivo di predilezione da parte di Dio sia perché nel rapporto con loro si conosce il vangelo. Poiché, secondo la bibbia, questa beatitudine è una precisa volontà di Dio, la conoscenza del vangelo dipende dal modo con cui accogliamo e serviamo i poveri.
L’amore per i poveri ci immette nel dinamismo del kerygma cristiano. Gesù annuncia la prossimità del regno di Dio, mettendo i discepoli nella condizione di poter sperimentare concretamente la sua irruzione, mediante un atteggiamento che rispecchia gli effetti benefici dell’annuncio. Conoscere l’azione dinamica del regno non è da tutti. Essa è riservata a coloro che hanno un rapporto privilegiato con i poveri. Nella misura in cui si condividono i loro bisogni, cresce nel discepolo la percezione dell’opera di Dio in atto nella storia. Anche se quest’azione è silente (cfr. Mc 4,26-32), il discepolo, amando i poveri alla maniera di Dio, scorge le tracce della sua irruzione. Ciò accade perché i poveri sono custodi del vangelo e per conseguenza lo diventa pure il discepolo. I due termini «poveri» e «vangelo», in questa prospettiva, formano un’endiade. Quanto più si ama i poveri tanto più si accoglie e si capisce il vangelo di Gesù. E quanti accolgono il vangelo, mettendo al centro del loro interesse spirituale e pastorale i poveri, che sono gli amici del Signore, fanno esperienza concreta del regno di Dio. Tale apertura stabilisce l’appartenenza a questo regno. L’espressione «di essi è il regno di Dio», luogo privilegiato dei poveri, si declina anche per i discepoli. È il dono che i poveri fanno a coloro che generosamente sovvengono alle loro necessità.
Tale considerazione fa luce su un’altra questione: perché Gesù rende normativo il messaggio delle beatitudini a partire dai poveri? Nella prospettiva di Matteo, il termine ptōchós è un’accezione sintetica: esso si caratterizza, con maggiore dettaglio, nell’esplicazione degli altri macarismi. L’elenco infatti è introdotto dalla beatitudine dei poveri, ove l’aggiunta «in spirito» (tô pneúmati) sunteggia gli altri macarismi, tratteggiando la figura di Cristo. Il discepolo, povero in spirito, sarebbe pertanto colui che, mettendo in pratica ogni singola beatitudine, si conforma a Cristo. Ci si chiede: perché essere povero in spirito traduce e sintetizza il cammino del vero discepolo? Essere misericordiosi, condividere le afflizioni altrui, cogliere nella propria vita la presenza di Dio, cooperare per il trionfo della giustizia, costruire rapporti di pace e accettare le persecuzioni a causa del vangelo esprimono ciascuno un modo per essere poveri, nella consapevolezza che lo spirito di povertà sta nell’essere pienamente conformati a Cristo, imitandolo anzitutto nel privilegiare coloro che Dio ha scelto custodi del suo vangelo.
- La povertà «in spirito»
Mettendo a confronto la versione di Matteo con quella di Luca, l’aggiunta «in spirito» è significativa. Si tratta di un tentativo di attualizzazione del disegno redentivo di Dio, a partire dal ruolo che hanno i poveri nell’economia della signoria divina. Essi infatti sono i privilegiati di Dio, e, a causa di tale predilezione, quanti seguono Gesù e accettano le disposizioni del regno non possono esimersi da questa scelta preferenziale. L’aggiunta di Matteo tuttavia sembra andare un po’ oltre. È vero che il discepolo deve accogliere il povero e privilegiarlo alla maniera di Dio, ma è altrettanto vero che egli, solidarizzando con lui, deve porsi una domanda sulla sua condizione di povertà. Egli, in altri termini, deve imparare ad essere povero con i poveri e per i poveri. La beatitudine di Matteo infatti, rispetto a quella di Luca, si rivolge chiaramente ai discepoli e non ai poveri: «Si mise a parlare e insegnava loro» (5,2). I poveri sono già beati; i discepoli devono imparare ad esserlo, mettendo in pratica quanto è richiesto dal volere di Dio: imitare il modo di essere povero di Gesù.
La povertà del maestro però non è paragonabile a quella di coloro che soffrono disgrazie. Egli non è mai stato lebbroso, non ha vissuto l’asprezza della miseria, non ha sperimentato, almeno da un punto di vista dell’indigenza, emarginazione e sopruso, non è mai stato pubblicano o peccatore. In che senso allora Gesù è povero? Stando ad alcuni detti di carattere discepolare: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,58), oppure «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno» (Lc 9,3), sembra che la povertà di Gesù sia da intendere, come sobrietà, moderatezza, essenzialità, nell’ottica di chi sperimenta nella propria vita, l’azione provvidente di Dio. Tale considerazione non risolve il senso dell’aggiunta di Matteo, che lascia sospesa l’idea di un’evidente differenziazione.
I commentatori antichi leggono l’aggiunta in senso spirituale. Lo si è visto con Crisostomo che identifica povertà con umiltà, accostando l’espressione «in spirito» all’animo umano. E se Matteo avesse voluto intendere qui lo Spirito di Gesù e non lo spirito umano, che ricaduta avrebbe tale considerazione sul discepolato? È assodato che coloro che seguono Gesù debbano praticare le sue virtù (cfr. Mt 11,29) e, imitandolo, sono chiamati ad essere sobri, modesti, docili, ubbidienti. Inoltre, Matteo non sembra, con la sua aggiunta, aver voluto stravolgere il piano redentivo di Dio, bensì attualizzarlo nella prospettiva della missione di Gesù. Se i poveri, come trapela dalla redazione lucana, sono beati, i discepoli devono imparare ad esserlo, scegliendo di essere poveri. L’aggiunta di Matteo risolve la questione in una certa prospettiva. Non basta soltanto aiutare i poveri, ma occorre condividere la loro povertà, e il discepolo può farlo, lasciandosi guidare dallo Spirito di Gesù.
L’espressione «in spirito» ha infatti valore relazionale. Lo scopo è ripensare una precisa scelta di povertà, secondo quello che suggerisce lo Spirito. Non una povertà di principio né tanto meno una povertà legata a qualche bisogno sociale, bensì la povertà che lo Spirito di Gesù ispira e forma nel discepolo. Il discepolo pertanto non sceglie, almeno di primo acchito, di essere povero, ma di essere amico di Gesù ed entrare in intimità con lui. Da questo legame affettivo nasce il tipo di povertà che Dio desidera attuare nella vita del discepolo: una povertà che risponde ai bisogni di un’epoca, che non è autorefenziale e che è soprattutto correttiva per l’adempimento del piano redentivo di Dio. L’aggiunta di Matteo sembra così risolvere l’annosa questione sul modo di essere poveri. La beatitudine del discepolo dipende da questa scelta: essere povero secondo quello che lo Spirito suscita nel suo animo docile e umile.
L’aggiunta di Matteo infatti non ha la particella en. Non dice en tô pneúmati, ma tô pneúmati, indicando così un dativo di relazione. La beatitudine riguarda pertanto un preciso modo di essere poveri, in relazione allo Spirito di Gesù. L’espressione «in spirito» esige la disponibilità del discepolo a collocarsi nello spazio di una povertà stabilito da Dio. Ciò spiega la scelta di S. Francesco e di S. Giovanni Bosco – per fare qualche esempio – i quali, pur essendo differenti nel modo di essere poveri, entrambi sono in sintonia con la beatitudine di Matteo. Essi sono beati, perché hanno aderito prontamente al piano di Dio sul modo di essere poveri; hanno cioè risposto all’ispirazione suscitata dallo Spirito di Gesù. La loro povertà, differente nei modi, è motivo di beatitudine, perché nasce dall’intima amicizia con il Signore. Ascoltarlo in ubbidienza ha significato per loro lasciarsi guidare dallo Spirito, il quale ha prodotto un modo di essere poveri, in risposta alle necessità del tempo. È importante allora scegliere la povertà che Dio decide, in ascolto di quello che lo Spirito suggerisce. Ciò sarà possibile, se tra il discepolo e il maestro si matura un profondo legame di amicizia.
Il discepolo dunque è chiamato a sintonizzarsi con il volere di Dio. Disporsi in relazione allo Spirito di Gesù ed accogliere con prontezza quello che egli ispira non è tuttavia una cosa semplice. La disponibilità ad essere povero necessita di conversione, che si avvia mettendo in pratica le altre beatitudini. Ecco il senso dei macarismi di Matteo. Il termine ptōchós, se da una parte sintetizza il percorso discepolare delle altre beatitudini, dall’altra, sollecita il discepolo ad essere docile all’ispirazione dello Spirito di Gesù. Tale docilità è sottoposta alla disciplina di ogni singolo macarismo, la cui applicazione rende sensibili all’ascolto del volere di Dio. Egli susciterà il tipo di povertà che vuole, affinché, attraverso la testimonianza del discepolo, si porti a compimento quanto è iniziato con la povertà di Gesù. Le beatitudini innervano così il motivo della povertà: non una povertà generica, secondo il desiderio personale, quasi sempre finalizzato all’autoreferenzialità, bensì quella suscitata in ascolto della creatività dello Spirito. Il discepolo pertanto entra in un circolo virtuoso. Essere povero significa essere beato nella condizione di chi condivide consolazione, misericordia, pace, senso della giustizia. Nel praticare queste virtù, egli si dispone ad accogliere con ubbidienza la povertà ispirata dallo Spirito di Gesù.
- Essere povero in Cristo
La beatitudine di Matteo, parallela a quella di Luca, non elude il richiamo di Dio sul valore della povertà. Dio dichiara beato, sia colui che è povero nella sua indigenza sia il discepolo che ascolta con docilità lo Spirito di Gesù. Quest’ultimo aspetto si correla concretamente a due modi di essere poveri. Il primo riguarda l’invito alla solidarietà nei confronti di persone bisognose. Tale modalità, seppur apparentemente filantropica, indica la disponibilità a condividere quanto si possiede. Si tratta di lasciarsi coinvolgere dalle inquietudini dei poveri, aiutandoli a portare il peso dell’emarginazione. S. Basilio raccomanda, nella settima omelia In divites, di accogliere l’invito del Signore sul discepolato ed essere più caritatevoli, cercando di non accumulare e produrre superfluo: «Infatti, se fosse vero quanto hai affermato, che fin dalla giovinezza hai praticato la carità, distribuendo a ciascuno la stessa parte che riservi per te, donde ti verrebbe questa grande quantità di ricchezze? Il condividere con i poveri consuma i patrimoni […] così chi ama il suo prossimo come sé stesso non possiede nulla di più, per il superfluo, di quanto ha il suo prossimo». Il risparmio esasperato è sovente segno di poca attenzione verso i poveri.
- Gregorio di Nanzianzo, nell’opera De paurerum amore, esorta a non arricchirsi. La carità evangelica in favore del prossimo si impara, mettendo in pratica i comandamenti del Signore: «Perché abbandonarci ai piaceri, mentre i fratelli sono nella disgrazia? Non vorrò mai essere nella ricchezza, mentre loro sono afflitti dalla miseria, o in buona salute senza portare sollievo alle loro piaghe; né avere abbondante cibo e vestito o riposare sotto il tetto, senza procurare loro – per quanto posso – pane, abiti, ospitalità». E ancora S. Basilio, nella sesta omelia del De avaritia, ribadisce che il discepolo di Cristo deve essere più accorto nell’accumulare le ricchezze, giacché queste ultime sono patrimonio estorto ai poveri: «Tu invece che avviluppi tutte le cose nelle inestricabili pieghe della tua cupidigia, sottraendole a tanti, credi forse di non commettere nessuna ingiustizia? Chi è l’uomo avido di denaro? Colui che non si accontenta del necessario. Chi è il ladro? Colui che toglie il suo all’altro. E tu non sei un avido, non sei un ladro? I beni che hai ricevuto per distribuirli a tutti, te li sei accaparrati. Chi spoglia un uomo dei suoi vestiti è chiamato predone, e chi non veste l’ignudo, potendolo fare, quale altro nome merita? All’affamato appartiene il pane che nascondi; dell’ignudo è il mantello che conservi nei tuoi armadi; dello scalzo i sandali che ammuffiscono presso di te; del povero il denaro che tu rinchiudi. Così tu commetti altrettanta ingiustizia quanti sono i poveri che avresti potuto aiutare». La condivisione fraterna è un modo concreto per essere poveri. Essa fa maturare in noi una forma di povertà che prende le mosse dall’attenzione nei confronti di chi è nel bisogno, pensando che quello che si possiede, oltre il necessario, non ci appartiene.
Il secondo modo di essere povero riguarda l’attaccamento alle ricchezze. La bramosia di possedere induce spesso a chiudere il proprio cuore ai bisogni dell’altro. Le ricchezze occludono la relazione, orientandola narcisisticamente verso sé stessi. Ciò che esiste è soltanto il nostro bisogno, senza renderci conto di quello degli altri, spesso più esigente e gravoso. Si tratta di saper dominare, secondo Clemente d’Alessandria, certe forme di bramosia che provengono dalle nostre passioni. Non è la ricchezza la causa della grettezza umana, ma il lasciarsi soverchiare dall’ingordigia generata dalla passione. Così scrive l’Alessandrino nel Quis dives salvetur: «Il detto “vendi quello che hai”. Ma cosa vuol dire? Non è, come alcuni intendono in modo superficiale, che ordini di far getto del patrimonio che si ha e di rinunciare alle ricchezze, ma di allontanare dall’anima una particolare mentalità attinente alle ricchezze, ossia all’attaccamento, il desiderio eccessivo, la bramosia morbosa, gli affanni, i triboli dell’esistenza, che soffocano il seme della vita». Clemente reputa la vera ricchezza quella vita che persegue le virtù di Gesù, la quale allontana e soffoca le blandizie delle passioni: «Essere ricchi (di passioni) porta alla morte, non esserlo dà salvezza: si deve presentare l’anima pura da questo tipo di ricchezza, ossia povera e nuda, e così poter dare ascolto al detto del Salvatore “Vieni e seguimi”».
Su questo modo di essere poveri è più esplicito Origene che, nel suo commento In Matthaeum, interpreta la povertà come perseguimento della perfezione evangelica da attuarsi secondo virtù: «Giustamente uno potrebbe chiedere come avvenga che sia perfetto chi ha venduto tutti i suoi averi e li ha dati ai poveri, dal momento che è perfetto chi ha tutte le virtù e non fa più nulla con malizia. Poniamo infatti il caso che uno abbia fatto ciò: come diventerà subito anche senza ira, se fosse proclive all’ira? Come diventerà subito senza afflizioni e superiore a tutto ciò che di doloroso potrebbe capitare? […] In che modo sarà al riparo da ogni concupiscenza chi ha venduto i suoi beni e li ha dati ai poveri? […]. Infatti se diciamo che uno diventa perfetto anche se non ha le virtù che abbiamo elencato ma per il solo fatto che ha dato ai poveri, cadiamo nell’assurdità di affermare che uno è nello stesso tempo perfetto e peccatore». L’Alessandrino fa capire che la povertà va anzitutto perseguita nel dominio delle passioni. Si può vendere tutto e darlo ai poveri, restando soverchiati dalla concupiscenza. Bisogna perciò imparare ad essere poveri, cercando di crescere nelle virtù, per essere anche solidali con chi è nel bisogno.
Questa duplice dimensione della povertà, almeno di primo acchito, risponde a quello che esige l’aggiunta di Matteo, non eludendo la possibilità che Dio possa chiedere al discepolo una povertà più specifica. È importante cominciare: mettersi cioè in ascolto dello Spirito di Dio. E la modalità giusta è combinare assieme queste due prospettive, ereditate dall’esperienza di solidarietà che i Padri della Chiesa hanno verificato. Condividere i propri beni e dominare le passioni rappresentano due modi di essere poveri, la cui pratica dispone veramente ad ascoltare quanto lo Spirito suggerisce. Non si tratta di perseguire un modo specifico di essere poveri, ma di esserlo veramente nell’assecondare la sinergia di questa duplice istanza di povertà. Accentuare la prima significa correre il rischio di essere delle persone solidali, alimentando una mentalità filantropica. Occorre invece, da un punto di vista discepolare, tendere alla carità, la cui accezione rileva un aspetto che è piena conformazione a Cristo, servo dell’umanità. Ciò comporta un esplicito atto di spoliazione che prende le mosse dalla volontà a dominare le passioni, oltre al fatto di donare quello che si possiede. Si tratta di un’attestazione concreta di cosa vuol dire essere poveri. Non è dunque la condivisione dei beni che ci rende poveri e neppure il dominio esasperato delle passioni, ma la scelta di somigliare a Gesù nel suo atto di abbassamento.
Le due istanze s’intrecciano, per così dire, in modo naturale, se la disposizione interiore è d’imitazione di quello che ha fatto Gesù, il quale «pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2,6-7). Nel praticare la povertà evangelica, cioè la povertà «in spirito», è necessario imparare ad ubbidire quotidianamente alle ispirazioni della parola di Dio, la cui sapienza forma in noi un atteggiamento di umiltà che sostiene e orienta le nostre scelte discepolari. Papa Francesco, parlando ai giovani dell’Università Santo Tomas di Manila, il 18 gennaio 2015, spiega che per essere poveri, occorre lasciarsi sorprendere dall’amore di Dio: «Non abbiate paura delle sorprese, che ti scuotono, ti mettono in crisi, ma ci mettono in cammino. Il vero amore ti spinge a spendere la vita anche a costo di rimanere a mani vuote. Pensiamo a san Francesco: lasciò tutto, morì con le mani vuote ma con il cuore pieno».
