Condivisione e lotta per il riscatto dei poveri

(Resoconto visita pastorale alla missione di suor Lucia Cantalupo a Sapé (Brasile)

L’esperienza della missione è sempre un momento di crescita. L’opportunità di incontrare persone che vivono la fede, sospinte da situazioni che obbligano alla veridicità della propria adesione a Cristo, costituisce un’occasione propizia per rivisitare la propria scelta cristiana. Accade sempre così. L’impatto con una missione è sempre traumatico. Ciò che sconvolge è il vissuto dei poveri che, nel caso della città di Sapè nello Stato di Paraiba del Brasile, vivono sotto l’iniqua pressione di coloro che detengono il potere. È impensabile che nel terzo millennio possano ancora sussistere sistemi di poteri latifondisti, a partire dai quali la gente, quella povera e impossibilitata a riscattarsi, è costretta ad accettare contrattazioni che emulano condizioni di evidente schiavitù. Basta pensare al modo con cui vengono retribuiti e soprattutto a quei vincoli di strapotere che soffocano la dignità e i diritti umani della persona.

L’incontro con suor Lucia Cantalupo, la nostra missionaria ennese che da quasi un trentennio opera, assieme ad alcuni cristiani di buona volontà, per la formazione dei ragazzi tratti dalle favelas, assume un valore altamente penitenziale. Sì: “penitenziale”. La vera conversione nasce dalla relazione con i poveri. Il loro contributo all’apprendimento del vangelo è sacramentalmente necessario, giacché essi sollecitano di rammentare una presenza che si allinea accanto a quella, già supposta, della Parola di Dio e dell’Eucaristia. Come si suole dire, non possiamo fare a meno dei poveri nell’avanzamento della conoscenza del mistero di Dio. Lo afferma con perentorietà Gesù in Mt 25,40: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me», e lo conferma Papa Francesco in Evangelii gaudium al n. 197: «Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, tanto che Egli stesso “si fece povero” (2Cor 8,9). Tutto il cammino della nostra redenzione è segnato dai poveri».

Di fronte a questa verità testimoniale non si può rimandare, neanche per un attimo, la scelta dei poveri. Essa è ineluttabile non soltanto perché compie l’atto redentivo, promesso da Dio, ma anche perché spinge seriamente a somigliare a Cristo che accoglie l’altro nel suo bisogno. Occorre dare voce ai poveri che rischiano di soccombere sotto la nefasta pressione dell’egoismo e dell’indifferenza di molti; occorre, in altri termini, che l’atto di misericordia assuma la concretezza di un atteggiamento solidale, di un’apertura di tenerezza il cui sentimento, equivalente alla visceralità dell’amore di Dio, sembra, purtroppo, non accompagnare sempre la nostra testimonianza cristiana. Senza i poveri, cioè senza quest’attenzione condividente di tempo e spazio, rischiamo di rendere formale ogni nostra scelta cristiana. Non c’è dubbio che il cristianesimo sta rischiando ovunque la riduzione a religiosità cultuale, anche a Sapè, quella religiosità priva della sostanzialità del vero culto che è quello dei poveri (cfr. Gc 1,27). Se la Chiesa non si apre fattivamente al culto dei poveri, non ideologico, che è esperienza di contatto “fisico” alla maniera del buon samaritano (cfr. Lc 10,34-35), mette a repentaglio la propria credibilità.

Cosa ha significato questa visita alla missione di Sapè? L’accoglienza dei poveri deve diventare cardine dell’agire credente. La Chiesa non può restare indifferente, come talvolta accade, al grido di una povertà che soltanto marginalmente è materiale. La segregazione delle persone, violate nei diritti fondamentali, come la terra, la casa, il pane, la salute in luoghi di emarginazione, è quello che è risaltato da quest’esperienza di missione, fatta soprattutto di incontri e presenze. Quello che conta, appunto, è la prossimità: il gesto di visitare, incontrare e, per quanto diventa possibile, farsi carico concretamente delle povertà. Andare in missione con quest’atteggiamento “penitenziale” non soltanto purifica le intenzioni, rassodate da certi stili non propriamente evangelici, ma soprattutto istruisce, o meglio educa a capire il nucleo di verità che caratterizza un comportamento solidale. In missione si apprende, con amorevole istintività, il modo di sostare davanti alla miseria delle persone che vivono tristemente il desiderio di riscatto. Ed è qui che si capisce quanto possa essere di sollievo e incoraggiamento la propria vicinanza. Essa è sprone per condividere una lotta che rientra nella via salutis inaugurata da Cristo.

Rosario Gisana

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