Dio è amore: Fondamento delle relazioni familiari (1Gv 4,7-21)

Relazione al CIF

  1. L’espressione ripetuta è avgapw/men avllh,louj (amiamoci vicendevolmente): l’autore insiste che, per recuperare i rapporti a diversi livelli, occorre riscoprire il senso profondo dell’amore che non può che essere vicendevole. È pure un dovere: v. 11: eiv ou[twj o` qeo.j hvga,phsen h`ma/j( kai. h`mei/j ovfei,lomen avllh,louj avgapa/n (se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci vicendevolmente). La reciprocità tuttavia dipende dall’ajgavph (amore), a partire dal significato che l’autore dà all’accezione.
  2. L’autore non dà una spiegazione dettagliata: invita soltanto ad osservare il comportamento di Gesù, ricordato con la doppia qualificazione: da una parte egli è to.n ui`o.n auvtou/ to.n monogenh/ (v. 9: il figlio suo primogenito); dall’altra to.n ui`o.n swth/ra tou/ ko,smou (v. 14: il figlio salvatore del mondo). Si conosce l’amore di Dio nella sollecitudine del Figlio. L’amore cristiano pertanto non può che essere “cristologico”.
  3. Come arriva l’autore all’espressione oJ qeo.j avga,ph evsti,n (v. 8: Dio è amore), da cui si impara a vivere le relazioni familiari in armonia con l’amore evangelico? Per chi segue Gesù non può fare a meno di porsi la domanda: in che modo devo amare, per essere stato amato? La specificità di quest’amore sta nel fatto che esso ha origine in Dio: h` avga,ph evk tou/ qeou/ evstin (v. 7: l’amore è da Dio). Si parla dunque specificamente di ajgavph. In che cosa consiste l’amore che viene da Dio?

a) Dio genera nell’amore;

b) la conoscenza di quest’amore si deve al Figlio;

c) l’amore è un mandato per ravvivare il mondo;

d) uno stile che precede qualsiasi atto;

e) la sua qualifica: i`lasmo.n peri. tw/n a`martiw/n h`mw/n (v. 10: espiazione per i nostri peccati).

 

  1. Ciò sta ad indicare che l’espressione oJ qeo.j avga,ph evsti,n (v. 8: Dio è amore) non è un appellativo per esprimere una qualità di Dio, ma il suo stesso nome. Occorre pure capire la valenza che ha il nome nel pensiero biblico. La conoscenza di Dio si basa sull’accoglimento di questo nome. Si può anche dire che da questa conoscenza si dipana sempre più, in virtù del comportamento dei cristiani: essi diventano i testimoni nel mondo della figliolanza divina nel Figlio. Tale argomentazione consente di affermare che essere figli di Dio non è un appellativo, ma anch’esso un nome (cf. Ap 2,17): è il modo, o meglio uno stile di vita che determina la relazione con Dio e con gli altri.
  2. Il dovere dell’amore. Vivere questo stile di vita nelle relazioni familiari è un dovere, o meglio una necessità, un’utilità, stando al singificato del verbo ovfei,lomen (dobbiamo) del v. 11. Ciò significa:
  3. a) rimanere nell’amore di Dio, secondo quello che sottintende il verbo mevnein (rimanere) nel pensiero giovanneo (cf. Gv 15,1-17);
  4. b) l’attestazione dell’essere in Dio è data dalla pratica di quest’amore;
  5. c) amarsi reciprocamente significa portarsi dentro qualcosa che riguarda il “rimanere in Dio”, come si arguisce dall’espressione del v. 13: evk tou/ pneu,matoj auvtou/ de,dwken h`mi/n (dallo suo Spirito che ci è stato dato);
  6. d) se Dio dona qualcosa di sé che è il Figlio, amare significa comunicare agli altri gli effetti dell’inabitazione di Dio e del Figlio in noi (cf. Gv 14,23);
  7. e) praticare quest’amore dipende dalle scelte che facciamo, stando dietro a Gesù, come si evince dal v. 15: }Oj eva.n o`mologh,sh| o[ti VIhsou/j evstin o` ui`o.j tou/ qeou/( o` qeo.j evn auvtw/| me,nei kai. auvto.j

evn tw/| qew/| (Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui e quest’ultimo in Dio);

  1. f) la relazione con Gesù, da tenere sempre vivida accogliendo con semplicità di cuore il suo comandamento: u`mei/j fi,loi mou, evste eva.n poih/te a] evgw. evnte,llomai u`mi/n ouvke,ti le,gw u`ma/j dou,louj( o[ti o` dou/loj ouvk oi=den ti, poiei/ auvtou/ o` ku,rioj\ u`ma/j de. ei;rhka fi,louj( o[ti pa,nta a] h;kousa para. tou/ patro,j mou evgnw,risa u`mi/n (Gv 15,14-15: voi siete miei amici, se farete quelle cose che io vi comando; non vi chiamo servi, perché il servo non conosce quello che fa il suo Signore. Vi ho chiamato amici, perché tutto quello che ho ascoltato dal Padre mio, ve l’ho reso noto).

 

  1. Questo dinamismo d’amore di Dio si mette in moto, cioè diventa perfetto, imitando il comportamento di Cristo. Quando esso diventa perfetto? La perfezione cristiana, secondo il testo della 1Gv, prende spunto da un avverbio: prw/toj (per primo). Si legge infatti nel v. 19: h`mei/j avgapw/men( o[ti auvto.j prw/toj hvga,phsen h`ma/j (noi potremo amare, perché egli ci ha amati per primo). È il modo d’amare di Dio che incide e connota le relazioni d’amore tra i cristiani, incluse quelle familiari. È interessante come il Crisostomo commenti questo brano nell’omelia XXVI,7 In epistulam primam ad Corinthios: «La moglie non aspetti prima la virtù del marito, per mostrare, solo allora, la propria: non è affatto qualcosa di grande; e viceversa, il marito non aspetti la moderazione della moglie, per essere solo, allora, saggio: non sarebbe grande rettitudine la sua; ma ciascuno, come ha detto, mostri per primo la propria virtù». Ed ancora Gregorio Magno nel cap. 3,27 della sua Regula Pastoralis: «Si devono ammonire i coniugi di pensare al bene altrui: ciascuno deve cercare di piacere all’altro, in modo però da non dispiacere al Creatore; devono dedicarsi agli affari di questo mondo, in modo da non omettere per questo di desiderare le realtà divine; devono godere dei beni presenti, in modo però da temere sempre, con vigile attenzione, i mali eterni; devono affliggersi dei mali temporali, in modo però da fissare la speranza, con piena consolazione, nei beni eterni. Sanno infatti che è transitorio ciò che compio, mentre resterà per sempre ciò che desiderano; i mali del mondo non abbattano i loro cuori che la speranza dei beni celesti fortifica; i beni della vita presenta non li ingannino, perché il timore del futuro giudizio rattrista il loro spirito».

 

 

@ Rosario Gisana

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