Messaggio del Vescovo per il Natale

IL DONO DELLA RINASCITA

La nascita di Cristo è certamente un atto di condiscendenza divina. Dio ha voluto svelare a tutti la sua natura misericordiosa, lasciando parlare (cf. Eb 1,1) un testimone credibile nell’irrepetibilità dei suoi gesti d’amore: Gesù di Nazareth.

Osservando con attenzione il modo con cui egli incontra ed accoglie i suoi interlocutori, dai malati, ai poveri, ai peccatori (cf. Mt 8,16-17), e persino a quanti trovano difficoltà nel cogliere la prossimità del Regno di Dio (cf. Mt 23,1-12), ci si rende conto che è giunto il compimento del piano redentivo del Padre misericordioso. A questo occorre aggiungere che la misericordia, ravvisabile certo nell’inaudita gestualità dell’accoglienza che Gesù esprime, la si constata soprattutto nella sua persona. Non è stato difficile, per chi ha conosciuto Gesù (cf. Lc 1,1; 1Cor 15,1-10), vedere in Lui il Misericordioso, il volto benevolo del Padre, imparando che «Dio sarà sempre nella storia dell’umanità – rammenta papa Francesco in Misericordiae Vultus al n. 6 – come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso».

In Gesù di Nazareth s’incontra allora Dio: ma quale Dio? La modalità descrittiva della rivelazione del Padre misericordioso (cf. Gv 1,18; Lc 15,4-32) è disarmante; ma ancor più il fatto che tale conoscenza accada nella persona stessa di Gesù. Egli è il Verbo di Dio che assume il peccato del mondo, e mentre compie questo nobile gesto, restiamo stupefatti del fatto che noi, che per primi abbiamo creduto in Lui, siamo resi partecipi di ciò che non avremmo mai potuto accogliere, condividere ed esprimere: la natura divina, estranea alla nostra condizione umana, la quale diventa segno connotativo della creatura amata dal Creatore. È così che in Gesù abbiamo appreso un grande prodigio, verificatosi nella nostra natura umana immeritevole: siamo diventati nella persona del Verbo incarnato «concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù» (Ef 2,19-20). L’incarnazione ha soddisfatto il vero senso della rivelazione di Dio sulla faccia della terra. La creaturalità umana è redenta, e il suo destino, nonostante il peccato, è vivere dello stupore della misericordia del Padre.

Questa situazione di rinascita si deve quindi a Cristo. Agostino nel Discorso 189 così commenta: «Se egli non avesse avuto una generazione umana, noi non saremmo mai pervenuti alla rigenerazione divina. Egli è nato perché noi rinascessimo […]. Così si è diffusa nei nostri cuori la sua misericordia». È evidente che la nascita di Cristo ha comportato la nostra rinascita, il cui atto sancisce quello che Dio è per l’umanità: il Padre misericordioso che recupera in extremis, ovvero mediante la condiscendenza del Figlio, l’umanità decaduta; un recupero strepitoso che permette non soltanto che nessuno si perda, ma soprattutto che ciascuno possa comprendere il senso profondo di questa rinascita. Essa infatti è dono della figliolanza divina (cf. Rm 8,14-17), cioè di quella partecipazione alla natura di Dio che ci rende quello che da sempre siamo stati: figli di un Padre, la cui misericordia tende ad esprimersi a partire dalle nostre relazioni. Si capisce che siamo figli di questo Padre per la misericordia che esercitiamo vicendevolmente ed oltre.

L’appartenenza al Misericordioso sta proprio nell’effetto di questa rinascita, la quale ha impresso – suggerisce Agostino – «nei nostri cuori la sua misericordia». Ciò significa che nei nostri atti, a partire da quest’eccelsa nascita che è il Natale di Cristo, si scorgono modalità d’amore che s’ispirano alla misericordia del Padre. Se la rinascita ha comportato un ritorno alla natura primigenia, la sua definitiva incidenza, grazie alla nascita di Cristo, ha messo tutti nella capacità di poter amare come ama Dio. L’essere misericordiosi è un atto visibile di appartenenza, ma soprattutto un modo concreto che aiuta a riconoscere il Dio di Gesù come il Misericordioso. Ciò rende entusiasmante la nostra appartenenza a Cristo, la quale consente di rileggere, sotto l’angolatura dell’amore misericordioso, la nostra testimonianza che sovente necessita del coraggio dell’incarnazione, cioè dell’assunzione della carne di peccato. Se la nascita di Cristo ha compiuto un’opera straordinaria, lasciando che tutti venissimo introdotti, mediante la sua pace (cf. Ef 2,14), al cospetto di Dio, la nostra rinascita in Lui ha permesso la vivificazione dell’umanità decaduta. È chiaro che tale mutamento, che estende il destino della salvezza a tutti, si verifica perché quanti credono in Gesù continuano ad assumere la carne: quella del povero, del malato, del peccatore. E mentre assumiamo la condizione delle donne e degli uomini, che la società considera «pietre di scarto», la nostra rinascita continua ad essere annuncio di un Natale che prelude quello che in definitiva è destino di tutti: conoscere il Misericordioso, «buono e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore» (Sal 103,8).

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