Il Natale è festa di luce e di pace. Essa conferma, ogni anno, quello che è accaduto con la nascita di Gesù. I pastori, dopo aver constatato la straordinaria visione del bambino, sentono il bisogno di annunciare a tutti quello che di lui «era stato detto loro» (Lc 2,17). E che cosa era stato detto? Gesù di Nazareth sarebbe stato un segno, la cui presenza nel vissuto quotidiano delle donne e degli uomini, avrebbe significato il compimento della signoria di Dio: una signoria di pace per una sovranità che prende le mosse dalla reciproca amabilità, dai gesti variegati di misericordia, dalla ferma decisione di essere pacificatori che edificano una pace che va al di là della semplice pattuizione. La pace, che inaugura Gesù, costituisce il segno della consolazione di Dio; anzi, lui stesso è la pace, come sottolinea l’apostolo: «Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo» (Ef 2,14). La pace è Gesù, la sua persona da cui risalta il segno della condiscendenza divina. L’oracolo di Isaia, che parla dell’incarnazione del Verbo, postula promesse di liberazione che riguardano la pace.
Si comincia evidenziando il dono della luce. La presenza di Cristo – riferisce Leone Magno – ha eliminato «la cecità dell’ignoranza», perché dal momento in cui è apparso Gesù in mezzo a noi, abbiamo imparato a riconoscere la paternità di Dio ed entrare più intimamente nel mistero della natura divina. Si intravedono infatti alcune tracce che riguardano la rivelazione della misericordia di Dio. Chi è questo popolo che camminava nelle tenebre, se non la moltitudine delle nazioni che non conoscevano il Signore? Essi hanno appreso dal Verbo incarnato che anche le nazioni fanno parte del popolo di Dio. Il testo di Isaia infatti lascia intendere, stando al v. 2 che andrebbe tradotto con l’espressione «hai moltiplicato una nazione pagana» anziché «hai moltiplicato la gioia», che con l’incarnazione del Verbo anche i ~yI)AG, cioè le nazioni pagane, sono considerati popolo di Dio (‘~[‘h’). Esse ereditano a pari diritto la partecipazione alla natura divina.
Tale considerazione permette di rimarcare la peculiarità di questa natura del tutto straordinaria che Dio ha voluto donarci attraverso Gesù: si tratta di una natura, quella divina, i cui principi non trovano riscontro nella condizione umana. Per quale merito i ~yI)AG (le nazioni pagane) diventano ‘~[‘ (popolo di Dio)? Nessuno. Ma questo può dirsi anche per il popolo abramitico che ha ricevuto la rivelazione in modo del tutto gratuito. La misericordia di Dio non ha confini. È questo il grande messaggio di pace che illumina l’esistenza dei popoli: con l’incarnazione del Verbo si torna alla primigenia condizione adamitica, secondo la quale tutti provengono da uno solo (cfr. Eb 2,11). Ciò lascia intendere una concezione di tipo universalistico che reclama un serio dialogo interreligioso. Non è infatti possibile limitarsi all’accoglienza e al rispetto delle nazioni che non conoscono il Signore; occorre pure una certa disposizione all’ascolto e al dialogo, tenendo conto che, mentre ciascuno invoca il proprio dio, assieme rendiamo presente Dio e il suo regno di pace. È chiaro che tale apertura non inficia la specificità dell’invocazione; anzi, essa consente di cooperare alla convergenza dei popoli, come modalità possibile perché regni la pace.
L’incarnazione del Verbo ha infatti illuminato i popoli a cogliere nella diversità il paradosso dell’unificazione. E questo perché ogni popolo esprime il proprio anelito di trascendenza nella peculiarità che lo connota, mentre coglie indispensabile la presenza degli altri nel contesto dell’umanità. Comprendiamo che la storia della salvezza è sempre e unicamente storia di popoli che s’incontrano, partecipandosi reciprocamente gli esiti della comune ricerca di Dio. Occorre infatti ammettere che soltanto assieme si può essere ascoltati da Lui, consapevoli che nessuno possiede tutta la verità su Dio. Anche se il Verbo incarnato è tutto Dio, egli ha voluto rivelare che la verità sul Padre passa attraverso il gesto misericordioso dell’accogliere l’uno e l’altro popolo in vista della verità piena. Chissà se dietro alle drammatiche immigrazioni dei popoli poveri, sovente motivo di neglette chiusure, sia celata una precisa volontà di Dio, segno di profonda condiscendenza. È possibile infatti che né il popolo ebraico né quello cristiano siano in grado di avanzare pretese sulla verità piena, quella verità che abbiamo conosciuto in Gesù di Nazareth, senza l’apertura di salvezza ai popoli del mondo.
Proprio qui si scorge un paradosso: con l’incarnazione del Verbo nella persona di Gesù, il quale dirà giustamente che lui è la verità (Gv 14,6), si avvia un altro modo di concepire la salvezza che non soltanto si estende a tutti, ma passa altresì attraverso il dialogo di tutti con ciascuno. La pace del Verbo è luce che illumina l’affettata condizione di tenebra: luce che orienta, riscalda, entusiasma l’agire della donna e dell’uomo all’incontro, al dialogo, all’accoglienza; è luce che riflette l’identità di un popolo nel concepire il valore che un altro ha nell’interazione. Il Verbo ha compiuto questa pace e attende che essa si perpetui, affinché i popoli della terra comprendano la necessità di ritrovarsi l’uno bisognoso dell’altro per edificare il senso assoluto della verità.
La conoscenza della verità allieta le menti; inebria di letizia i cuori delle genti. Esse lasciano il mondo della tenebra per accogliere il mondo della luce. Il profeta Isaia asserisce che l’incarnazione del Verbo ha provocato un trapasso epocale. E così è accaduto: la terra dalla quale traspariva l’ombra della morte ha cominciato a sperare nella possibilità del trionfo della vita. La presenza del Verbo infatti ha inaugurato l’indicibile: la morte è stata soppiantata dalla vita (cfr. 1Cor 15,54-58), o meglio la terra è ridiventata ospitale dal momento in cui il Verbo ha scelto di abitarla. È bastata soltanto la sua presenza a dissipare l’ombra della morte, oltre al fatto che egli, assumendo la natura umana, ha provocato in essa la sutura delle variegate frammentazioni, provocate dal peccato: una luce di pace che interessa esistenzialmente ciascuno di noi.
Si concepisce la gioia a partire da quest’operazione di grazia attuata dal Verbo. Si tratta di una luce che orienta, giacché, lasciando il segno del suo passaggio, ha infuso nelle menti la sapienza che interpreta, guida ed educa. Ed è pure una luce che sovrasta, che sta in alto per additare e illuminare, per confortare e ravvivare. Cristo è luce che illumina le menti sulla verità dell’esistenza, la quale non è destinata alla condizione peritura, segnata dal peccato, bensì a quel processo di divinizzazione che ha inaugurato il Verbo con il dono della figliolanza. In Cristo accade dunque qualcosa di radicalmente nuovo: nella sua pace, attuata dall’incarnazione, diventiamo figli di Dio e quindi prossimi al dono della divinizzazione. La scoperta di quest’ulteriore elemento di verità non può che provocare letizia, alla maniera di chi gioisce, quando miete, o di chi spartisce il bottino, dopo aver combattuto.
Le metafore lasciano intravedere la scia di luce in cui ci pone il Verbo, una proiezione di pace per la quale, nonostante la fatica della compartecipazione, il compenso è straordinariamente ineguagliabile. L’incarnazione ci educa infatti a comprendere che quello che abbiamo è dono, e che il frutto di questo dono tende ad essere sovrabbondante in virtù della visita del Verbo. Quanto più accogliamo l’Incarnato, tanto più sperimentiamo la sovrabbondanza dei doni. È così che ci appare, per esempio, la vita: un dono risicato che, nel momento in cui accogliamo la visita del Verbo, trasborda nel suo splendore motivazionale. Essa diventa pienezza dal momento in cui accoglie il Verbo che dà vita, giacché soltanto la sua presenza assicura e attua l’incommensurabile. Con l’incarnazione la vita si apre all’eternità, lasciandosi illuminare dal cuore grande di Dio. Ed ancora: gli affetti, le amicizie, il lavoro, l’impegno civico e soprattutto la gestualità misericordiosa verso i poveri, i sofferenti, i peccatori e non ultimo verso quei piccoli che purtroppo subiscono violenza e sopruso a causa dell’egoismo, diventano luogo di trascendenza divina perché il Verbo, inabitando, apporta la sovrabbondanza della grazia.
Lo stupore è conseguenza di quest’eccezionale prova di esaltazione del bene umano, toccato dal Verbo incarnato. Tutto assume un’amplificazione eccessiva, inenarrabile che porta a dire con il profeta: «hai aumentato la letizia». La presenza del Verbo nei complessi vissuti umani, in virtù dell’assunzione della carne simile a quella del peccato (cfr. Rm 8,3), genera lo stupore della rinascita, cioè il fatto che sarebbe stato impossibile redimere ciò che ormai era decaduto, segnato dalla corruzione e dalla morte. Ed invece Dio ha voluto rincontrare l’umanità nella carne assunta dal Figlio, facendo di essa il segno della sua misericordia. Affermiamo dunque con Beda il Venerabile: «Per noi che abitiamo nell’ombra della morte è sorta la luce della vita».
Questa pace, inaugurata dal Verbo, si coniuga con le operazioni di dominio che egli eserciterà sull’umanità. Si tratta di una sovranità del tutto singolare che – come lascia intendere il termine hr’Þf.Mih; (dominio, signoria) – corrisponde ad un ruolo che il Verbo occupa nella storia. Gli epiteti dell’oracolo ne evidenziano le sfumature. Egli anzitutto appare come un consigliere che apporta sapienza e intelligenza, scienza, prudenza, fortezza, timore di Dio, lasciando intravedere il prodigio che attua la sapienza divina nelle grette macchinazioni umane; ed è pure un dio eroe che si lascia coinvolgere negli schieramenti contro il male, la cui forza è sempre inferiore alla gagliardia del bene che si espande silenziosamente; egli è un d[;Þybia], termine che in ebraico rappresenta un neologismo. Si può rendere con «padre che genera per sempre», facendo capire che con l’incarnazione del Verbo l’eternità divina è entrata nella finitudine dell’umanità, sicché ciò che è ormai nella vita porta con sé i germi dell’eternità futura.
Egli poi è il principe della pace, colui cioè che rappacifica i contendenti mettendosi frammezzo e non solo. Egli costruisce la pace, facendo proprie le controversie di tutti con l’esercizio di un potere che parte dal basso, che è il servizio. Lo rammenta Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ al n. 82, proponendo l’unica istanza possibile di una pace che potrà mutare lo stile delle nostre relazioni e dunque quelle sorti del mondo che, lasciate a sé stesse, tenderebbero a depauperare il dono della creazione: «La visione che rinforza l’arbitrio del più forte ha favorito immense disuguaglianze, ingiustizie e violenze per la maggior parte dell’umanità, perché le risorse diventano proprietà del primo arrivato o di quello che ha più potere: il vincitore prende tutto. L’ideale di armonia, di giustizia, di fraternità e di pace che Gesù propone è agli antipodi di tale modello, e così Egli lo esprimeva riferendosi ai poteri del suo tempo: “I governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore” (Mt 20,25-26)».
Rosario Gisana
