Un dialogo d’amore per l’umanità

Presentazione dell’opuscolo «Le sette parole di Gesù» di don F. Greco

La collocazione redazionale delle parole di Gesù sotto la croce, luogo speciale della sua autodonazione, evoca simbolicamente l’atto redentivo con cui Dio plasma l’umanità decaduta. Non si tratta di un atto creativo, anche se l’apostolo parla di «nuova creazione» (2Cor 5,17: kainē ktísis), ma di un singolare momento rivelativo, mediante cui Dio si compromette con l’umanità. Quest’aspetto della redenzione si ravvisa subito con l’evento dell’incarnazione, ma il suo compimento è sulla croce, quando il Verbo accetta di collocarsi nel luogo del silenzio di Dio. Nello spazio primordiale, vuoto e informe, Dio crea con un atto ad extra (cfr. Gen 1,1) generando con la sua parola gli esseri che custodiscono il suo respiro vitale (cfr. Gen 2,7); sulla croce, anch’esso spazio, vuoto e informe, Dio interviene ad intra e, in virtù del Figlio che dona la sua vita in modo gratuito, fa nascere il dialogo con l’umanità.

Le parole di Gesù sulla croce sono infatti il risultato di questo silente dialogo tra Dio e l’umanità: un eloquio di sintesi, mesto, singolare, a partire dal quale s’intravede l’intima relazione del Creatore con la creatura, segnata dal peccato. Quest’ultima, contemplando il Crocifisso, esperisce nella sua condizione di fragilità i segni della redenzione: scopre che il processo di divinizzazione è già in atto. La sua partecipazione, senza merito, all’atto gratuito di Cristo, è frutto dell’amore di Dio che si traduce nei suoi confronti in benevolenza, misericordia e perdono.

Soltanto Cristo, il Figlio di Dio dal cuore grande, poteva agire in favore di quest’umanità disorientata e confusa. E l’apostolo così interpreta l’azione della grazia divina, attuatasi in Gesù: egli «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). Soltanto Cristo, l’avvocato solidale presso il Padre (cfr. 1Gv 2,1), poteva compiere quest’atto d’amore, generoso e magnanimo. Essendo Dio, egli ha voluto rivelare agli uomini la natura dell’amore divino e, facendo conoscere a tutti il senso di tale donazione, ha tracciato, come rammenta l’autore della lettera agli Ebrei, «la via nuova e vivente […] attraverso il velo, cioè la sua carne» (Eb 10,20). La conoscenza di questa via ha permesso all’umanità di scorgere la bellezza dell’incontro fraterno (cfr. Lc 15,31-32). È significativo che da questo dialogo tra Dio e Cristo sulla croce, potessero scaturire relazioni nuove e solidali per l’umanità.

Le parole di Gesù sotto la croce riflettono dunque quest’intimo dialogo tra Dio e l’umanità, il cui senso svela la concretezza dell’amore divino. Da esso l’umanità, segnata dal peccato, ha imparato a concepire il valore del perdono, soprattutto a partire dalla tenerezza del Padre: una scoperta inaudita che sollecita all’accoglienza fraterna nella misericordia. La consapevolezza di quest’amore va crescendo, perché l’umanità decaduta fa esperienza del perdono di Dio, senza condizioni e senza meriti. E il senso di questo perdono è appreso dalla contemplazione della croce di Cristo e dal contatto con la Chiesa, segno sacramentale dell’amore misericordioso di Dio. Cristo, consegnando la madre al discepolo che egli amava (cfr. Gv 19,25-27), consente alla Chiesa di far proprio un mandato: la testimonianza di quest’amore gratuito, rivolto alle genti. L’umanità, segnata dal peccato, ha infatti conosciuto l’amore di Dio in Cristo, attraverso la Chiesa, la quale con esempi di bontà non soltanto rivela la forza del bene sul male, ma diventa altresì segno dell’azione misericordiosa di Dio per l’umanità.

La Chiesa è sacramento di salvezza con un compito da espletare: far conoscere a tutti quello che è accaduto sulla croce. Attraverso la sua costante testimonianza occorre che giunga ai confini del mondo la conoscenza di quest’atto redentivo, con cui Dio ha attirato a sé l’umanità. Quest’ultima, sebbene continui a fare esperienza della morte e del peccato, apprende, attraverso la testimonianza della Chiesa, che la morte non ha più autorità sull’uomo e che il peccato è stato strutturalmente debellato (cfr. 1Cor 15,54-57): un atto di riconciliazione, scaturito dalla solidarietà di Cristo, il quale «proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18). Si tratta di una grande verità che trova conferma nel fatto che Cristo sulla croce ha consegnato il suo Spirito, lasciando al Padre l’agire autorevole della redenzione attraverso la sua croce. Nelle parole di Gesù, l’umanità, forse in modo poco consapevole, percepisce nostalgicamente il valore di quest’eloquio divino tra il Figlio e il Padre: un dialogo importante e soprattutto risolutivo per la salvezza.

Da questo dialogo affiorano i sentimenti di Dio che manifesta, nella sofferenza del Figlio, la sua amorevolezza paterna e la sua solidale condivisione con l’umanità. Quest’umanità, adesso redenta senza alcun merito, non può che elevare la preghiera di Agostino, grato a Dio per aver conosciuto, attraverso l’amore di Cristo in croce, la gioia del perdono: «Chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali, e il mio unico bene abbraccerei: te. Che cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli […]. Oh, dimmi, per la tua misericordia, Signore Dio mio, cosa sei per me. Di all’anima mia: la salvezza tua io sono. Dillo che io l’oda […]. Angusta è la casa della mia anima perché tu possa entrarvi: allargala dunque; è in rovina: restaurala; alcune cose contiene, che possono offendere la tua vista, lo ammetto e ne sono consapevole: ma chi potrà purificarla, a chi griderò se non a te?» (Agostino, Le confessioni I,5,5).

✠ Rosario Gisana

condividi su