Introduzione
Prendendo le mosse dal Magistero, propongo due testi che possono aiutare ad introdurre quest’intervento.
a) il primo riguarda un passo tratto dall’Esortazione di papa Francesco Evangelii Gaudium al n. 66. Qui il Papa mette a fuoco la questione. Egli afferma che la famiglia soffre una «crisi culturale profonda», e giacché essa è la cellula vitale più importante dell’esistenza, rischiando la degenerazione, metterebbe a repentaglio il genere umano. La questione interessa allora: la fragilità dei legami, perché nella famiglia si impara:
– a convivere nella differenza;
– ad appartenere ad altri;
– ad accogliere la trasmissione della fede;
– la maturazione di una propria sensibilità;
– il senso profondo della responsabilità che ovviamente si coglie nell’istituzione del matrimonio.
b) Il secondo testo è tratto dagli Orientamenti Pastorali per questo decennio Educare alla vita buona del Vangelo al n. 36. Esso è strettamente legato a questo intervento, a partire già dal titolo: «il primato educativo della famiglia». Qui i vescovi rimarcano il valore assoluto del ruolo che ha la famiglia nell’educazione dei figli. Da sottolineare anzitutto «la famiglia resta la prima ed indispensabile comunità educante». Ciò rileva l’impegno di responsabilità che hanno i genitori nel processo educativo. Si tratta di un «dovere essenziale» che è strettamente legato al dono della vita. Ne consegue – affermano i vescovi – che quest’impegno è «originale», «primario», «insostituibile», «inalienabile». Inoltre, i vescovi sostengono che educare all’interno della famiglia sia un’arte. Ciò significa che essere genitori non s’inventa e soprattutto essi necessitano, come accade per l’apprendimento di un’arte, di un serio e responsabile accompagnamento. Cosa devono imparare i genitori?
– a proporre ragioni profonde per vivere;
– ad esprimere autorevolezza per aiutare a capire il senso del dovere;
– a manifestare attenzione e cura, rifuggendo il rischio della possessività;
– ad evitare di soffocare la creatività;
– a non permettere che si generino dipendenze;
– a manifestare fortezza e capacità decisionale.
I vescovi infine esortano i genitori a far scoprire ai loro figli la bellezza del loro essere famiglia, vivendo in famiglia. Ciò aiuta i figli a non cadere nelle insidie dei condizionamenti esterni. La famiglia è custodia dell’esistenza dei figli. Se la famiglia riuscisse – e questo è compito anzitutto dell’interazione dei genitori – a mostrare quella che effettivamente essa è nella trasmissione dei valori, in particolare
– la proposizione di rapporti sereni;
– la gioia dell’impegno lavorativo;
– l’attenzione ai più deboli;
si eviterebbero gli eccessi che oggi, purtroppo, sperimenta la società:
– la mancanza di sostegno al desiderio di maternità e paternità;
– le convivenze non sacramentali;
– le facili separazioni coniugali.
Il pensiero di Agostino (354-430)
Un autore che, nonostante l’antichità, ha da dire molto sul valore della famiglia è Agostino. La sua riflessione riguarda in particolare il ruolo educativo che la famiglia ha nella crescita dei figli, in favore di una società più viva ed efficiente. L’opera di riferimento è il De civitate Dei in 22 libri. Essa è indirizzata a cristiani e pagani: nei confronti dei cristiani, Agostino intende proporre alcuni elementi basilari della vita umana, sperando di sollecitarli nella passività in cui si erano chiusi; nei confronti dei pagani, egli tenta di far capire che il cristianesimo può dare una soluzione ai problemi cogenti della società. L’opera è stata scritta durante un lungo periodo. Sicuramente dopo il sacco di Roma che ne fu l’occasione e prima della morte di Marcellino a cui è dedicata. Tali indicazioni permettono di collocarla intorno al 413. Sappiamo dalle Retractationes che non la scrisse di getto. Si suppone che i vari libri fossero stati scritti in un periodo più o meno lungo di circa tredici anni. La concluse quasi certamente intorno al 426.
- Il fondamento della vita familiare
1.1. L’agire secondo la virtù
Agostino nel libro XIX si pone la domanda sulla felicità dell’uomo, quello che egli chiama «vita beata». Il richiamo alla pratica della virtù è per così dire naturale. Egli allude agli Accademici e, tenendo conto della filosofia stoica, secondo il pensiero di Cicerone e Varrone, sostiene che il primo atto educativo che porta alla vita beata interessa la ricezione della virtù. Sulla scia dell’antica filosofia platonica, egli definisce la virtù «ars agendae vitae», da cui scaturisce il senso dell’azione educativa. La virtù «accoglie in sé gli impulsi originari di natura, i quali preesistevano ad essa […], li persegue tutti per sé stessi ma insieme sé stessa e di tutti e di sé stessa si vale al fine di sentire diletto e appagamento da tutti più o meno secondo che sono più o meno nobili. Gode tuttavia di tutti e tralascia, se la circostanza lo richiede, i beni meno elevati per ottenere e conservare i più elevati». Inoltre, la virtù che sospinge l’azione educativa «usa bene di sé stessa e degli altri beni che rendono l’uomo felice (beatus)» (XIX, 3,1).
Agostino dà poi una precisa definizione della virtù: «non è la medesima cosa la vita e la virtù, perché non qualsiasi vita ma la vita saggia è virtù, e tuttavia vi può essere qualsiasi vita senza la virtù, ma non vi può essere virtù senza vita» (Ibidem).
1.2. La vita beata
Agostino continua specificando che la vita felice scaturisce dalla pratica di questa virtù ma confluisce nella vita comunitaria (vitam socialem). Da qui nasce la famiglia che è il primo esempio di vita comunitaria. Agostino lo esplicita con le seguenti parole: «perché ama il bene e gli amici per sé stesso come ama il proprio e lo vuole loro per loro come per sé, tanto se sono in casa come la moglie, i figli e i familiari in genere, sia nel luogo dove v’è la sua casa, come la città e quelli che sono chiamati cittadini o in tutto il globo terrestre, come sono i popoli che a lui congiunge l’umana solidarietà (societas humana), o nell’universo, che è indicato col nome di cielo e terra, come, a loro avviso, sono gli dei che, secondo loro, sono amici dell’uomo saggio e che noi abitualmente chiamiamo angeli» (XIX, 3,2). Si può pensare a questo dinamismo: la virtù genera l’uomo saggio e dalla sapienza del vivere, che significa accogliere tutti gli impulsi, si passa alla capacità della discretio che pone i confini tra ciò che è buono e ciò che è male. Tale condizione di saggezza è fondamento della socialità e in primo luogo della famiglia.
1.3. La relazione con Cristo
Agostino nel libro XXI rimarca con forza che il legame familiare non può prescindere dalla relazione con Cristo. Ogni edificio necessita di un fondamento e l’edificio stesso non può essere anteposto al fondamento. L’importanza dell’analogia. Nel rapporto familiare Cristo deve essere il fondamento. Senza questo fondamento, l’edificio spirituale che è la relazione uomo – donna e di entrambi con i figli crolla. L’immagine dell’edificio è suggestiva: Agostino gioca sul significato dei termini: anteposto – posposto. Cosa sarebbe un edificio in cui si pospone il fondamento? L’importanza dell’anteporre Cristo. Ciò non significa che non si può vivere la relazione con affetto e piacere, ma occorre che questi ultimi non siano il fondamento e che al contrario esse conseguano al fondamento che è Cristo. Il fuoco della libidine brucia tutto ciò che è legno, fieno e paglia. Occorre il fondamento solido.
- La responsabilità educativa: processi di formazione
2.1. L’esercizio della pace
Agostino nel libro XIX reputa che i rapporti debbano essere amalgamati dalla pace. Non può esserci vero rapporto se non c’è concordia, ovvero «ordine delle parti». Ecco la definizione che egli dà della pace in senso relazionale: «la pace del corpo dunque è l’ordinata proporzione delle parti, la pace dell’anima irragionevole è l’ordinata pacatezza delle inclinazioni, la pace dell’anima ragionevole è l’ordinato accordo del pensare e agire, la pace del corpo e dell’anima è la vita ordinata e la salute del vivente, la pace dell’uomo posto nel divenire e di Dio è l’obbedienza ordinata alla fede in dipendenza alla legge eterna, la pace degli uomini è l’ordinata concordia, la pace della casa è l’ordinata concordia del comandare e obbedire d’individui che i essa vivono insieme, la pace dello Stato è l’ordinata concordia del comandare e obbedire dei cittadini, la pace della città celeste è l’unione sommamente ordinata e concorde di essere felici di Dio e scambievolmente in Dio, la pace dell’universo è la tranquillità dell’ordine» (XIX, 13,1).
Egli si domanda allora come può la pace essere fondamento della relazione. Ciò è possibile perché essa risponde al comandamento che Dio consegna all’uomo, ovvero l’amore di Dio e del prossimo. Nel comandamento si ravvisano tre oggetti che l’uomo deve amare: Dio, sé stesso, il prossimo, e che l’uomo nell’amarsi non erra se ama Dio. La pratica di quest’amore porta, per Agostino, alla pace, vale a dire «ad un’ordinata concordia nella quale v’è quest’ordine, prima di tutto che non faccia del male a nessuno e poi che faccia del bene a chi può». L’applicazione di questo precetto conosce pure una gradualità, come si evince da queste parole: «Dapprima dunque v’è in lui l’attenzione ai propri cari perché ha l’occasione più favorevole e facile di provvedere loro tanto nell’ordinamento della natura come della stessa convivenza umana» (XIX, 14).
La pace della casa, vissuto nel precetto d’amore di Dio, genera l’ordinamento della casa (ordinata concordia). Questa pace o concordia ordinata delle parti induce la famiglia a vivere progressivamente di fede. Cosa vuol dire? Per Agostino la famiglia credente rappresenta il massimo esempio di una famiglia in pace, perché ha in se stessa il criterio sufficiente per discernere l’utile. Sentiamolo dalle sue stesse parole: «Ma la famiglia di persone, che non vivono di fede, persegue la pace terrena dagli utili e interessi di questa vita che scorre nel tempo. Invece la famiglia delle persone che vivono di fede attende quei beni che sono stati promessi come eterni nell’aldilà e usa i beni terreni posti nel tempo come un esule in cammino» (XIX, 17).
2.2. Il valore della riprensione
Agostino prende spunto dal testo biblico di Col 3,18-22 per specificare alcune modalità di interazione educativa. Nel libro I dà alcune indicazioni sulla necessità di una famiglia solida. È importante che coloro che conducono una vita coniugale (vitam ducentes caniugalem) debbano attenersi ad una cosa essenziale: non perdere di vista l’impegno educativo, allorché si ritiene opportuno che occorre riprendere o redarguire. In questo passo Agostino insiste sul valore che ha il «rimprovero», come elemento precipuo di un cambiamento di vita. Il rimprovero infatti stimola a vivere in maniera serena, consentendo di recuperare energie nuove che fanno crescere e migliorano. Da qui l’esplicitazione dell’utilità del rimprovero in tre stacchi:
- a) Coloro che agiscono male devono essere richiamati. Non si può far finta di niente, perché il male induce ad allargare a macchia d’olio il danno. Quello che Agostino chiama «occasio cupiditatis» va sicuramente limitato, lasciandolo diventare motivo di particolare attenzione.
- b) Vi sono poi gli individui più deboli (infirmiores). Costoro devono essere sollecitati a ritrovare il gusto del vivere (bonam vitam) e la gioia di insistere sulla pietà. Agostino la definisce «piam» nel senso di chi vive la propria esistenza protesi a praticare il «consilium caritatis».
- c) L’attenzione precipua che bisogna avere nel processo educativo è la mancanza di indulgenza nei confronti dei figli che commettono il male. I genitori infatti tendono ad essere indulgenti per evitare le reazioni e vivere in modo quieto le relazioni. Ciò è improponibile, perché significa lasciare che il male faccia il suo corso.
Il rimprovero, come espressione di cura nei confronti dei figli, costituisce un aspetto fondamentale dell’azione educativa, e Agostino conclude la trattazione affermando: «Tuttavia spesso non vogliono rimproverare le azioni, che non compiono assieme ai disonesti, sebbene potrebbero col rimprovero correggerne alcuni, perché, se non riuscissero, la loro incolumità a buon nome potrebbero subire un grave danno. Non lo fanno perché considerano il loro buon nome e la vita indispensabili all’educazione degli uomini, ma piuttosto per debolezza perché fanno piacere le parole lusinghiere e la vita serena e si temono il giudizio sfavorevole del volgo, la sofferenza e la morte fisica, cioè a causa di certi legami della passione e non dei doveri della carità» (I, 9,2).
Rosario Gisana
