Omelia per la S. Messa Crismale

Basilica Cattedrale

Il cantico dell’Apocalisse, che introduce questa liturgia crismale, esorta tutti noi, popolo sacerdotale, a rivedere il senso della nostra chiamata. Cogliendo il valore di tale esortazione, vogliamo confessare la fede, in comunione con le comunità dell’Apocalisse, le quali impararono, per la testimonianza dell’apostolo, a riconoscere la paternità di Dio attraverso l’opera rivelativa di Cristo: «A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno e sacerdoti per il suo Dio e Padre» (Ap 1,5-6). È suggestivo che in quest’occasione di festa, dedicata al sacerdozio, riflettiamo sul discepolato. Il legame intrinseco non regge disgiunzione o interdipendenza: il sacerdozio, se non è discepolare, rischia di sminuire la sua valenza oblativa. Ciò è indicato dall’autore che si premura a chiarire la condizione basilare di chi segue il Signore: in lui siamo fatti «regno» e «sacerdoti».

La duplice accezione qualifica la specificità del discepolato, espressa precisamente dal verbo «fare» (poieîn). L’autore sottintende il mandato discepolare frutto di un processo poietico che Gesù compie, chiamando a sé i discepoli. Lo attesta Marco nel suo vangelo: «Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle, ed essi andarono da lui. Ne fece (epoíēsen) dodici che stessero con lui, ed anche per mandarli a predicare e perché avessero l’autorità di scacciare i demoni» (Mc 3,13-14). L’esplicazione marciana, che sintetizza il senso originario delle chiamate discepolari, appare espressa in questa duplice indicazione del cantico di Apocalisse: Cristo «ha fatto di noi regno e sacerdoti», ossia ha messo, quanti decidono di seguirlo, nella condizione di essere regno e sacerdoti. Si può dire allora che essere regno rimanda alla missionarietà, che è testimonianza fedele del vangelo, ed essere sacerdote rimarca l’impegno a collocarsi nell’oblatività di Cristo. Due aspetti questi che rispondono perfettamente all’idea che Gesù ha del discepolato. Secondo Marco, dopo aver formato i discepoli alla consapevolezza della chiamata, dono di Dio, Gesù li fa «regno», cioè dà loro autorevolezza di una parola credibile: una parola che diventerà segno (kērygma); li fa pure «sacerdoti», perché li assimila alla sua azione oblativa, unica modalità vincente per debellare il male.

Il discepolato, in relazione al regno, rammenta anzitutto il compito pastorale di Gesù. Egli annuncia la prossimità del regno di Dio (cfr. Mc 1,15), la cui presenza è motivo di consolazione per quanti attendono la redenzione d’Israele: un regno che inaugura un certo tipo di messianismo che collocherà gli ultimi nella sfera di Dio. È questa la ragione perché Paolo dirà che «il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). La sua presenza, che è consegna di virtù che dispongono alle operazioni dell’amore di Cristo, spinge a mutare il nostro modo di accoglierci. È regno di giustizia, avendo posto ciascuno nella condizione di testimoniare l’opera della riconciliazione di Dio (cfr. 2Cor 5,20); è regno di pace, perché tale riconciliazione è avvenuta una volta per sempre in Cristo (cfr. Ef 2,14); ed è regno di gioia, perché siamo diventati, senza alcun merito, collaboratori della sua riconciliazione (cfr. 2Cor 1,14). Ciò significa, a dire di Cassiano, che il regno di Dio è in noi: «se il regno di Dio è giustizia e pace e gioia, se ne deduce che chi vive nella giustizia, nella pace e nella gioia è senz’altro nel regno di Dio» (Conferenze, 1,13).

La pratica di queste virtù, che induce a rassomigliare a Cristo, favorisce il compimento del regno. Esso si approssima nella misura in cui ciascuno tende a vivere queste virtù in sé stesso. Questa è la condizione per avere in noi il regno di Dio. Cassiano afferma infatti che il discepolo è colui che ha il regno di Dio in sé stesso. Affinché ciò possa accadere, è necessario che il discepolo si collochi nella sfera del regno di Dio, che consiste nella pratica di queste virtù. Esercitando la giustizia, cioè un modo d’amare alla maniera di Cristo, la pace, che attua la riconciliazione con il primo passo, e la gioia, segno di comunione nel perdono reciproco, si costruisce il regno di Dio attorno a noi, e al contempo diventiamo noi stessi regno. Questo impegno, che evoca quello che Gesù ha compiuto con i discepoli: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini» (Mc 1,17), sta a dimostrare la nostra identificazione con il regno di Dio. Noi e il regno diventiamo una sola cosa, per affermare con Gesù: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,21).

La presenza di questo regno dipende allora dalle nostre collocazioni: dal nostro modo di privilegiare l’ultimo posto e condividere la vita di coloro che non contano nulla; dall’accogliere l’altro nel perdono gratuito, operando il bene per coloro dai quali si riceve il male (cfr. 1Pt 3,9); dal giustificare sempre l’altro, come nostro fratello, evitando che si rapprendano giudizi temerari; dal plasmare l’occhio buono ed accogliere con gioia la persecuzione a causa di Gesù. In una parola: dal desiderare che si compia la giustizia del regno che, come sappiamo, tende al sovrappiù, quale misura dell’amore di Dio in noi (cfr. Mt 5,20).

Quest’identificazione con il regno induce a considerare pure la nostra testimonianza per il vangelo. La presenza del regno in noi richiama infatti l’impegno dell’evangelizzazione, come raccomanda Papa Francesco in Evangelii Gaudium 176: «Evangelizzare è rendere presente nel mondo il Regno di Dio. Ma nessuna definizione parziale e frammentaria può dare ragione della realtà ricca, complessa e dinamica, quale è quella dell’evangelizzazione, senza correre il rischio di impoverirla e perfino mutilarla». Ecco perché è necessario che ciascuno curi la presenza del regno di Dio in sé stesso, affinché la vita sia segno della gloria divina (cfr. Mt 5,16). Non è possibile far capire l’azione benefica del vangelo, se essa non passa attraverso quella testimonianza che coinvolge ciascuno nella credibilità del gesto. È chiaro che occorre agire – direbbe Origene al pagano Celso – non con la forza persuasoria della dialettica o della retorica, bensì con la forza che viene da Dio. Ci si chiede come può tale dinamismo pervadere la nostra vita e renderla vangelo?

Il discepolo che ha il regno in sé stesso è in grado di recepire due condizioni fondamentali. La prima è legata alla beatitudine dei poveri che, nella loro singolare situazione, hanno in sé stessi il regno di Dio. I discepoli del regno sono coloro che esprimono uno stile di vita povero ed essenziale, legato a ciò che lo Spirito di Gesù ispira a ciascuno. Essere povero è una condizione discepolare inderogabile. Essa permetterà al regno di Dio di esercitare, in modo silente, l’opera redentiva dal basso. È quello che desidera il Signore da noi popolo sacerdotale: essere poveri. L’impegno di aiutare i poveri è comune a tutti anche a coloro che non sono discepoli del Signore; la povertà invece è una condizione che connota la nostra testimonianza discepolare, giacché essa consente a Dio di vincere le sapienze del mondo con la stoltezza dell’onnidebolezza (cfr. 1Cor 1,25-28). È chiaro che ciascuno è chiamato a ripensare la propria povertà, ossia quella che Dio desidera da lui, a modello di vita per gli altri che sono stati affidati alla nostra cura pastorale.

La seconda condizione è legata alle persecuzioni di Cristo. Non è difficile intuire chi, oggi, ha il regno di Dio in sé stesso. La fedeltà al vangelo, che non ci conforma alla mentalità del mondo (cfr. Rm 12,2) è un segno evidente dell’azione del regno di Dio in noi. Capiremo che la nostra testimonianza è scomoda per chi vive della logica intramondana, e che il perdono, l’accoglienza, la comprensione, la solidarietà suscitano negli altri odio, fraintendimento ed emarginazione. Lo rammenta con chiarezza l’autore del quarto vangelo: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me […]. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,18.20). In questa scelta discepolare che ci fa popolo sacerdotale, non dobbiamo ricusare quello che Gesù desidera da noi: essere il suo stesso regno, la cui giustizia dispone all’attuazione della misericordia di Dio, la quale, come sappiamo, esercita sul mondo una forte pressione redentiva.

L’autore di Apocalisse ci ricorda pure che la nostra condizione è sacerdotale: Gesù ci ha fatti «sacerdoti». È chiaro che anche quest’atto poietico, che dà al discepolato una specifica connotazione, si deve all’amore inusitato di Cristo che «ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue». Tale espressione, forse più consona rispetto all’essere regno, fa capire il senso della sacerdotalità cui il discepolo è chiamato. Non c’è dubbio che egli ci ha permesso di partecipare al suo unico e irrepetibile atto oblativo. Ciò significa che la nostra esistenza è sacerdotale, perché coinvolta nell’azione redentiva di Cristo, nell’ottica di quello che afferma l’apostolo: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del (hypér) suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).

L’enfasi della preposizione hypér (a favore di) fa capire che l’azione discepolare prende le mosse dal desiderio di somigliare a Cristo, laddove egli, con risolutezza, ha compiuto l’atto redentivo, ossia nella sofferenza quotidiana di chi si offre per gli altri. È di quest’avviso l’Ambrosiaster che nel Commento a Colossesi afferma: «Non è vana infatti la tribolazione, quando guadagna alla vita colui per il quale si soffre. Dice di portare queste sofferenze in Cristo, il cui insegnamento conducono senz’altro a termine». A quale termine, se non al fatto che mentre si soffre nel corpo offrendo, si fa esperienza della presenza del Signore, crescendo nella fede? Questa duplice azione oblativa favorisce e determina la comunione ecclesiale. Sarebbe questo il senso della frase paolina «a favore del suo corpo che è la Chiesa», alla quale fa chiaramente riscontro il sintomatico apologo dell’unità del corpo con le sue membra in 1Cor 12,12-27.

L’azione sacerdotale di Cristo, che è dono della sua vita mediante il sangue, aggiunge un altro aspetto: l’oblatività istituisce uno stile discepolare proprio, nell’imitazione di ciò che Cristo ha compiuto donandosi. Non si tratta soltanto di evidenziare il valore della sofferenza di Cristo in relazione all’atto redentivo, ma anche di cogliere la modalità con cui egli ci ha salvato. Quest’ultima esplica molto bene il senso dell’espressione «ci ha fatti sacerdoti». Gesù infatti ha collocato nel suo spazio vitale l’esistenza dell’altro, assumendo a sé la totale diversificazione dell’alterità, ossia quello che è l’altro, a qualsiasi razza, cultura o religione appartenga. L’altro, con la sua storia, è accolto, attraverso il dono di Cristo, nello spazio vitale di Dio. Ciò è accaduto perché egli in Gesù ha scelto di abitare lo spazio dell’uomo, dando a quest’ultimo la gioia di vedersi collocato nello spazio di Dio.

Tale dimensione si ravvisa nella gestualità quotidiana di Gesù, ma si svela massimamente sulla croce, ove questo dinamismo di offerta, che è l’assimilazione dell’altro a sé, raggiunge l’acme della donazione. Questo movimento oblativo fa capo al racconto messianico dello scambio, almeno secondo quello che suggerisce Paolo in 2Cor 5,18-21, e costituisce l’emblema della prassi sacerdotale del discepolo: «il dinamismo cioè che porta a caricarsi dell’altro, della sua condizione storica, perché niente vada perduto, in un’impresa che ha come sbocco la storia riconciliata nel Padre di Gesù Messia» (Ruggieri G., Della fede. La certezza, il dubbio, la lotta, Roma 2014, 58). Questa modalità d’accoglienza, che è molto più della condivisione perché esercita il dinamismo dell’assimilazione dell’altro a sé, costituisce la ragione d’essere della nostra sacerdotalità. Per quale motivo Cristo ci ha fatti sacerdoti, se non per essere spazio agli altri, come ha fatto Dio per noi con la morte e risurrezione di Gesù. Pensare così l’esistenza discepolare è esaltante, tenendo conto che la formazione di questo spazio esistenziale passa attraverso il modello del Crocifisso. Qui vale quello che suggerisce l’autore della lettera agli Ebrei, docili nel desiderare la piena somiglianza a Cristo: «Deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede» (Eb 12,1-2).

Rosario Gisana

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