Premessa
Il Decreto, redatto il 7 dicembre del 1965, affronta nel cap. III la questione riguardante la vita dei presbiteri. I numeri che interessano quest’argomento sono 12-21. Sarebbe la parte conclusiva del Decreto. Possiamo suddividere la riflessione in tre sezioni. Nella prima i presbiteri sono chiamati ad una vita di perfezione che è la santità; nella seconda sezione, le sollecitazioni che portano ad una vita di perfezione, cioè l’applicazione delle promesse evangeliche, e nella terza sezione, tutti quei mezzi che possono favorire la vita spirituale.
- La vita di perfezione dei presbiteri
Il Decreto pone l’accento anzitutto sulla chiamata. Tendere alla perfezione è risposta alla chiamata presbiterale di Cristo. Essa rientra nel dinamismo della configurazione a Cristo sacerdote, che ha donato sé stesso, come vittima di espiazione per tutti i nostri peccati. È chiaro che questa chiamata è di per sé battesimale, ma, una volta inseriti come presbiteri nel corpo di Cristo che è la Chiesa, non possiamo eludere la nostra tensione alla santità. Il Decreto fa capire infatti che la perfezione presbiterale altro non è che il desiderio di santità, che il Signore ha comunicato a tutti con il battesimo e che con l’ordine diventa una dimensione pressoché naturale del presbitero. Afferma infatti il Decreto al n. 12: «I sacerdoti sono specialmente obbligati a tendere a questa perfezione, poiché essi – che hanno ricevuto una nuova consacrazione a Dio mediante l’ordinazione – vengono elevati alla condizione di strumenti vivi di Cristo eterno sacerdote, per proseguire nel tempo la sua mirabile opera, che ha restaurato con divina efficacia l’intera comunità umana». La perfezione di santità dunque, che prende le mosse dalla chiamata battesimale, diventa un impegno fondamentale con la consacrazione presbiterale.
Tale condizione è importante per la vita della Chiesa, perché l’unità del corpo di Cristo dipende proprio dalla perfezione del presbitero, che partecipa al corpo come il capo per le membra. L’unità della Chiesa e, come lascia intendere il Decreto, «l’intera comunità umana», dipende da questa tensione che in definitiva corrisponde perfettamente all’identità del presbitero. Questa perfezione di santità risponde ad una chiamata che si puntualizza nell’assimilazione del monito di Cristo: «siate perfetti come è perfetto il padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,48). La tensione alla perfezione del Padre, che è poi l’esercizio della sua misericordia, è assimilazione della vita di Cristo, poiché «ogni sacerdote, nel modo che gli è proprio, tiene il posto di Cristo in persona» (L.c.). Ciò significa che il presbitero esercita la vita di perfezione, il cammino di santità, secondo le peculiarità che gli sono proprie, nell’imitazione dell’amore di Cristo. E questo «in persona», cioè nel modo con cui ciascuno cerca di conformarsi all’amore di Cristo, al punto che quest’amore diventa l’amore stesso del presbitero.
Il Decreto sviluppa il senso di quest’amore, parlando della santificazione di Cristo da parte del Padre, la quale consiste nel dono totale di sé stesso, passando attraverso la sofferenza. I presbiteri, che partecipano del sacerdozio di Cristo, devono far propria questa tipologia di santificazione. Come accade questo? Il Decreto specifica al n. 12: «Allo stesso modo i presbiteri, consacrati con l’unzione dello Spirito Santo e inviati da Cristo, mortificano in sé stessi le opere della carne e si dedicano interamente al servizio degli uomini». Con la consacrazione presbiterale, ovvero con la forza dell’unzione e la rassicurazione del mandato di Cristo, la santificazione sollecita il presbitero a crocifiggere costantemente l’uomo vecchio; a disciplinare la propria umanità che è il mezzo attraverso cui passa la grazia santificante per il corpo che è la Chiesa; a dedicarsi «interamente» al servizio dell’uomo. L’avverbio ha qui un’importanza capitale. Si è sempre a servizio della gente, ma talvolta esso è visto come un servizio ad tempus. Il presbitero deve sapere che la sua azione santificante passa soprattutto attraverso la scelta di essere uomo per gli altri. La sacerdotalità presbiterale si basa proprio su questa scelta che corrisponde alla chiamata. Il Decreto lo specifica con la frase: «In tal modo possono progredire nella santità della quale sono stati dotati in Cristo, fino ad arrivare all’uomo perfetto». È chiaro che il perseguimento di tale santità dipende da una disposizione interiore di docilità che ha un duplice risconto:
- a) Rettitudine ed onestà nel ministero. Ci si chiede come si possa vivere il ministero in modo sincero e instancabile. Soltanto il colloquio personale con Cristo può aiutare a far proprie le istanze di santità che connotano la vita ministeriale. Sappiamo infatti che i presbiteri sono servitori della Parola. Ciò significa che quest’ultima deve diventare sempre di più spazio vitale per l’eloquio divino. Nella misura in cui il presbitero prega e medita la parola di Dio, educa sé stesso alla comprensione delle esigenze del regno di Dio. In questo senso, la predicazione costituisce un aspetto importante del ministero, perché a forza di parlare del Signore la parola plasma chi la predica, oltre al fatto che gli interlocutori restano coinvolti nel flusso di grazia che promana dall’annuncio.
A questo bisogna aggiungere un altro ambito che forma nel presbitero la rettitudine d’intenzione che lo rende una persona, consapevole dei propri limiti ma ricettiva della grazia santificante di Cristo: l’Eucaristia. La celebrazione eucaristica è un momento importante in cui il presbitero non soltanto fa memoria di Cristo redentore, ma egli stesso sente il desiderio di unirsi intimamente a lui nell’offerta di redenzione, appunto, con la mortificazione del proprio corpo, o meglio con la donazione costante di sé stesso agli altri. Afferma, a tale proposito, il Decreto al n. 13: «Così i presbiteri, unendosi con l’atto di Cristo sacerdote, si offrono ogni giorno totalmente a Dio, e nutrendosi del Corpo di Cristo partecipano dal fondo di sé stessi alla carità di colui che si dà come cibo ai fedeli. Allo stesso modo, quando amministrano i sacramenti si uniscono all’intenzione e alla carità di Cristo».
- b) La comunione come servizio ad extra. Ci si pone una domanda: qual è il compito principale del presbitero? Bisogna ammettere che il presbitero è troppo oberato da servizi, in genere legati alla vita sacramentale, perdendo di vista quello che realmente è il suo compito principale: presiedere al corpo di Cristo, impegnandosi di armonizzare le membra per l’unità del corpo stesso che è il raggiungimento dell’uomo perfetto. Sarebbe questa la vera missione del presbitero: assicurare la comunione di vita all’interno del corpo che è la Chiesa, affinché quest’ultima possa assolvere al mandato del suo Signore, ossia ad essere per tutti sacramento di unità. A tal proposito, afferma il Decreto al n. 14: «Ed effettivamente, per ottenere questa unità di vita non bastano né l’organizzazione puramente esteriore delle attività pastorali, né la sola pratica degli esercizi spirituali di pietà, quantunque siano di grande utilità. L’unità di vita può essere raggiunta invece dai presbiteri seguendo lo svolgimento del loro ministero l’esempio di Cristo Signore».
Quest’aspetto dell’unità della Chiesa è inteso dal Decreto come «carità pastorale», la cui fonte resta sempre il sacrificio eucaristico, ma occorre che essa persegua pure forme attive di comunione. La prima forma attiva è la capacità di lavorare assieme. Vale molto di più un piccolo gesto, frutto di collaborazione, che numerosi gesti anche eclatanti espletati in forma individualistica, che è negazione della comunione di Cristo. Ciò significa che i presbiteri anzitutto sappiano trovare modi concreti per esprimere una fattiva unità con il proprio vescovo. E soltanto da questa comunione primigenia si può pensare alla straordinaria collaborazione dei presbiteri tra di loro, il cui segno è senza alcun dubbio testimonianza vivida di una comunione che incide seriamente nella vita della Chiesa. La seconda forma attiva è esplicata da Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Novo millennio ineunte al n. 43, nella quale si insiste che è necessario, a diversi livelli, ma soprattutto da parte dei presbiteri promuovere una spiritualità di comunione. Essa sta ad indicare «innanzitutto uno sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque, come uno che mi appartiene, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un dono per me, oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper fare spazio al fratello, portando i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie». Tale esplicazione, che in dettaglio segnala le modalità da perseguire per una vita di comunione presbiterale e quindi ecclesiale, ha una significativa conclusione. Per il papa la comunione nella vita della Chiesa non soltanto è l’unica vera missione dei presbiteri, ma diventa altresì un modo per rendere credibile ogni forma di testimonianza. In altro modo, le attività benemerite di vita pastorale se non mirano a questa spiritualità – afferma il Papa – «diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita»
- Le virtù specificamente presbiterali
Il Decreto mette in evidenza alcune virtù, che reputa essenziali per la vita presbiterale. La virtù per antonomasia è l’umiltà, vista come disposizione interiore. Si tratta, in altri termini, di quella docilità che si esercita nell’accoglimento della volontà di Dio. Il presbitero, in virtù della sua chiamata, deve sempre tendere al discernimento del volere di Dio. Esso è guida per accrescere nella sapienza pastorale, legata al buon senso. Le relazioni umane, che costituiscono lo spazio privilegiato dell’impegno presbiterale, necessitano di questa guida. L’umiltà è da intendersi però a diversi livelli. Se il primo livello è quello della costante ricerca della volontà di Dio nella propria vita, il secondo livello è segnato dalla consapevolezza della propria fragilità. Qui il Decreto rammenta il testo di 1Cor 1,27, che aiuta a capire l’ambito in cui il presbitero deve collocarsi. È la sintonia con il pensiero di Dio che, come ammonisce Paolo, predilige ciò che nel mondo è debole. Afferma infatti il Decreto al n. 15: «Consapevole quindi della propria debolezza, il vero ministro di Cristo lavora con umiltà, cercando di sapere ciò che è grato a Dio come se avesse mani e piedi legati dallo Spirito». L’accoglimento della propria debolezza aiuta a comprendere la grandezza dell’umiltà, la cui virtù mette in relazione a Cristo e soprattutto nella disposizione di capire ciò che effettivamente desidera Dio dall’umanità. L’umile ha una marcia in più per il discernimento e quindi per leggere con sapienza i fatti della storia. Il terzo livello è rappresentato dalla predilezione per i poveri. La virtù dell’umiltà aiuta a capire i poveri, fa crescere nella sensibilità di condivisione ed incrementa la creatività dello spirito per scorgere soluzioni concrete di solidarietà. Questo sarebbe il senso di quello che il Decreto intende con l’espressione «servendo umilmente tutti coloro che gli sono affidati da Dio in ragione della funzione che deve svolgere e dei molteplici avvenimenti della vita» (L.c.).
La virtù dell’obbedienza è anch’essa una virtù presbiterale. Essa attua quella spiritualità di comunione che sta alla base della comunione della Chiesa. È anche espressione della carità pastorale, perché – sottolinea il Decreto – «i presbiteri, lavorando in questa comunione [la comunione gerarchica] con l’obbedienza facciano dono della propria volontà nel servizio di Dio e dei fratelli, ricevendo e mettendo in pratica con spirito di fede le prescrizioni e i consigli del sommo pontefice, del loro vescovo e degli altri superiori, e dando tutto di sé in ogni incarico che venga loro affidato, anche se umile e povero» (L.c.). La comunione nasce dall’obbedienza vicendevole, perché, nella misura in cui ci si accoglie a vicenda, riconoscendo senza invidia, carismi, inclinazioni, attitudini, nel rispetto reciproco e nell’unico impegno per il regno di Dio, l’obbedienza diventa indispensabile per la comunione. Il Decreto spiega inoltre che l’obbedienza è correlata all’umiltà; anzi, sembra che quest’ultima sia generativa dell’obbedienza. Tale principio affonda le sue radici nell’idea biblica di obbedienza, come traspare dal verbo u`pakou,ein con il senso di disporsi ad un ascolto docile e aperto. La correlazione con l’umiltà fa dire che l’obbedienza sollecita una maturazione che porta a risaltare la libertà in Cristo (cfr. Gal 5,1).
L’obbedienza rende liberi, perché promuove umanità essenziali, docili e lungimiranti. Si può anche dire che dall’obbedienza nascono le profezie. Nella misura in cui si è ancorati alla volontà di Dio, che si manifesta nella vita della Chiesa con il richiamo alla comunione gerarchica, l’atto obbediente acuisce la capacità di capire il senso della storia e ancor di più di capire quello di cui la storia ha effettivamente bisogno. Per cogliere il senso dell’obbedienza, è necessario guardare a Cristo, la misura perfetta dell’obbedienza, come ci suggerisce l’autore di Eb 5,8; «Imparò l’obbedienza dalle cose che patì». Ciò fa capire che il criterio dell’obbedienza, secondo questa misura, è la sofferenza: «Quando tutto dentro di te grida: “Dio non può volere da me questo!” e invece ti accorgi che vuole proprio quello che tu sei davanti alla sua volontà come a una croce sulla quale devi stenderti, allora scopri come è seria, concreta, quotidiana, questa obbedienza e come si stende ben più là di ogni regola monastica» (R. Cantalamessa).
Il Decreto poi riserva al n. 16 una trattazione dettagliata sul celibato. È chiaro che il riferimento è ai presbiteri che hanno scelto la vita celibataria, ma non bisogna dimenticare che l’idea di fondo resta l’amore indiviso verso il Signore, quell’amore che è anzitutto battesimale, perché incita a fare scelte che prioritariamente mettono Cristo al centro dell’esistenza. È proprio quest’amore di predilezione che dà alla vita presbiterale il senso di appartenenza totale a Cristo e alla Chiesa. Non si può capire la grazia del celibato nella sua fecondità spirituale, senza questo principio discepolare di totale appartenenza a Cristo per averlo scelto Signore della propria vita. Restano evidenti tre aspetti correlati del celibato: a) il celibato è consacrazione a Dio, nella cui relazione si coglie una misteriosa dimensione di reciproca appartenenza; b) il celibato è consegna a Dio con cuore indiviso. Non è difficile arguire qui il rischio costante dell’idolatria, in particolare quella narcisista, che interessa in modo speciale i presbiteri; c) il celibato mette nella disposizione di vivere il servizio a Dio e ai fratelli in una condizione di maggiore libertà, in vista della maturazione del senso della paternità in Cristo. Queste considerazioni portano il Decreto a qualificare il celibato «un dono prezioso» per la Chiesa, giacché essa si avvale, per la purificazione e la tensione alla santità di coloro che ancora reputano importante vivere nel difficile atteggiamento di chi offre tutto a Dio persino la propria sessualità.
L’ultima virtù che il Decreto raccomanda ai presbiteri è la povertà. La misura della povertà è data dalla consapevolezza di essere nel mondo ma non del mondo. La propria appartenenza al Signore, nella totale consacrazione a lui, porta a stimare le cose di questo mondo a partire dalla sublimità della conoscenza di Cristo. La capacità di relativizzare, prendendo le distanze da ogni cosa, nasce dall’intima relazione con il Signore, per cui si ama il mondo con gli occhi di Cristo, o per meglio dire si serve il mondo dopo aver contemplato e soprattutto aspirato alle cose di lassù. Più si guarda il cielo e migliore è il servizio che i presbiteri danno alla terra. Il Decreto specifica questo pensiero al n. 17, alludendo al testo di 1Cor 7: «Usando del mondo come se non ne usassero, i presbiteri possono giungere a quella libertà che riscatta da ogni disordinata preoccupazione e rende docili all’ascolto della voce di Dio nella vita di tutti i giorni». Anche questa virtù si correla con quelle precedenti, perché la povertà così vissuta consente di acquisire la libertà dello spirito, quella libertà che dispone al dono del discernimento. La povertà è una virtù da praticare, indispensabile per la vita dei presbiteri. Essi non devono mai dimenticare che, pur servendo il mondo e usando dei beni del mondo, appartengono in maniera indivisa a Dio. Il loro esempio fonda il senso della missione della Chiesa. Svolgere il proprio servizio nel mondo, dando testimonianza di un’equa distanziazione dai beni creati, significa aiutare i credenti a capire che l’adesione al regno di Dio reclama una vita essenziale e sobria. Ciò sta ad indicare – raccomanda il Decreto – che è nella volontà di Dio «usare rettamente dei beni, […] respingendo quanto possa nuocere alla loro missione» (L.c.).
L’attenzione alla solidarietà e alla condivisione porta ad un’altra considerazione. I presbiteri non debbano acquisire beni per il proprio arricchimento e, in ogni caso, non debbano mostrare forme di attaccamento morboso a cose e persone: è un dato questo che interessa la loro consacrazione. Ciò consente loro di attuare la povertà evangelica, o come afferma il Decreto «la povertà volontaria», la quale realizza la piena conformazione a Cristo. Inoltre, questa tipologia di povertà è quella che supporta la carità pastorale. Il Decreto, pur dando qualche consiglio pratico, resta generico. È importante cogliere il senso profondo di quest’invito, a partire dalla beatitudine matteana dei poveri in spirito. L’aggiunta tw/| pneu,mati è esplicativa del concetto di povertà che il Decreto raccomanda ai presbiteri. Si tratta in altri termini di avere il coraggio di chiedere a Dio quale povertà egli richiede in forma soggettiva e la forza di accoglierla senza esitazione. Non si tratta di essere poveri alla maniera di Francesco d’Assisi, ma di inseguire l’ideale di povertà che nello Spirito di Gesù ciascuno coglie mediante l’invocazione. Potrebbe darsi che Cristo chieda a qualcuno la povertà di Francesco, mentre a qualcun altro il coraggio di ridimensionare la propria vita, di renderla più essenziale e di volgere la sua attenzione verso i poveri.
- Essere in unione con Cristo
Il Decreto propone alcuni strumenti indispensabili per la santificazione dei presbiteri. È chiaro che il primo strumento importante è la consapevolezza che il presbitero deve avere del proprio ministero. È stato già detto che il cammino di santità si fonda anzitutto sulla consapevolezza della propria chiamata. Ciò significa che lo zelo pastorale, che connota la vita presbiterale, dipende da questa precipua consapevolezza: il senso della chiamata fonda, accompagna e assicura lo svolgimento di un buon ministero. Tale disposizione mette le basi per un ministero pieno di entusiasmo e docile a dare responsabilmente testimonianza alle persone che gli vengono affidate. Dall’entusiasmo con cui si vive il proprio presbiterato, la gente non soltanto comprende la fondatezza dell’annuncio cristiano, ma sente altresì il bisogno di seguire il Signore e affidarsi a lui. Questo basamento essenziale si lascia accompagnare da una gestualità quotidiana che fa maturare nel presbitero il senso della presenza di Dio, oltre al fatto di desiderare fortemente la propria unione con Cristo. Tale gestualità si riduce a quattro aspetti fondamentali:
- a) La pratica costante del sacramento della penitenza. Il Decreto lo raccomanda con particolare insistenza al n. 18: «I presbiteri, che sono ministri della grazia sacramentale, si uniscono intimamente a Cristo salvatore e pastore attraverso la fruttuosa recezione dei sacramenti, soprattutto con la confessione sacramentale frequente». L’amministrazione dei sacramenti richiede disciplina sulla propria vita, affinché essa possa diventare, come lo è di fatto, strumento di grazia per le persone affidate. La celebrazione dell’Eucaristia, per esempio, è un momento apicale che necessita di una buona disposizione interiore, almeno nell’intenzione di fondo. Ecco perché diventa necessaria la frequenza al sacramento della penitenza, il quale consente di sperimentare costantemente la misericordia di Dio. Nessuno di fatto è in stato di grazia, se per grazia s’intende quel cammino di perfezione che è assenza di colpa. Ma se per grazia s’intende la comunicazione dell’amore di Dio che è misericordia, è necessario che il presbitero si dedichi costantemente alla pratica del sacramento della penitenza. Esso rende idonei alla celebrazione dei sacramenti, perché si cresce nella consapevolezza di essere amati da Dio.
- b) La devozione alla Madonna. È un aspetto che appartiene all’antica tradizione della Chiesa, raccomandato a tutti i battezzati, ma in particolare ai presbiteri. Non è difficile arguire il senso di quest’affidamento, sia perché la Madonna è madre del Verbo incarnato, mediante la quale si impara a conoscere il Signore, sia perché è discepola che ha aperto il cammino della sequela. In lei infatti il presbitero trova i criteri per comprendere cosa vuol dire “stare dietro a Gesù”. Lo sguardo di Maria sul presbitero ispira maternità ecclesiale. Anche quest’aspetto è fondamentale per chi svolge un ministero pastorale: il presbitero è sempre un po’ padre e un po’ madre, come attesta Paolo in 1Ts 2,7-8. L’ispirazione della maternità divina, caratterizzata dalla tenerezza e dalla sollecitudine, nasce proprio dall’affidamento a Maria. E poi non bisogna dimenticare che Gesù affida al discepolo sua madre, affinché ella possa costantemente ispirargli il desiderio della sequela. Vale la pena, a questo punto, richiamare uno stralcio della Pastores dabo vobis al n. 82, ove Giovanni Paolo II ribadisce il valore della devozione alla Madonna nella vita dei presbiteri: «Ogni aspetto della formazione sacerdotale può essere riferito a Maria come alla persona umana che più di ogni altra ha corrisposto alla vocazione di Dio, che si è fatta serva e discepola della Parola sino a concepire nel suo cuore e nella sua carne il Verbo fatto uomo per donarlo all’umanità, che è stata chiamata all’educazione dell’unico ed eterno sacerdote fattosi docile e sottomesso alla sua autorità materna. Con il suo esempio e la sua intercessione, la Vergine Santissima continua a vigilare sullo sviluppo delle vocazioni e della vita sacerdotale nella Chiesa».
- c) Il dialogo quotidiano con Gesù. Il Decreto insiste ancora su altro strumento che educa il presbitero al senso dell’unione: la visita quotidiana al Santissimo Sacramento. Lo esplicita in questi termini: «Se vogliono compiere con fedeltà il proprio ministero, abbiano a cuore il dialogo quotidiano con Cristo, andandolo a visitare nel tabernacolo e praticando il culto personale della sacra eucaristia» (L.c.). La frase lascia trapelare una norma che aiuta ad essere fedeli nel ministero. Qui risaltano le grandi questioni delle crisi presbiterali, la cui soluzione, stando a quello che rimarca il Decreto, è da ricercare proprio nel dialogo con Gesù. Sembra in effetti una soluzione semplicistica, ma essa cela una verità profonda: le crisi vocazionali si superano con il ritorno a stare con il Signore, a mantenere e alimentare la relazione verticale, obbligandosi ad ascoltare, a capire e a gustare la sua presenza. La ripresa del dialogo è già una soluzione importante, come d’altronde accade nelle storie vocazionali delle coppie. Il dialogo è fondamentale per riascoltare il senso genuino della chiamata.
- d) Il valore dello studio. Il Decreto fa accenno anche all’importanza che l’approfondimento culturale deve ricoprire nella vita del presbitero. Quest’ultimo non può fare a meno di trovarsi spazi se non proprio quotidiani, almeno settimanali, per leggere ed approfondire qualche pagina della Teologia. Non bisogna dimenticare che essa è una scienza, che come tale si sottopone ad aggiornamento. L’approfondimento è necessario, perché la gente possa sempre meglio comprendere il mistero di Dio. Il Decreto lo ribadisce con forza al n. 19: «Ai nostri giorni la cultura umana e anche le scienze sacre avanzano a un ritmo prima sconosciuto; è bene quindi che i presbiteri si preoccupino di perfezionare sempre adeguatamente la propria scienza teologica e la propria cultura, in modo da essere in condizione di sostenere con buoni risultati il dialogo con gli uomini del loro tempo». Occorre infatti capire che lo studio della Teologia è un’attività pastorale, che si allinea accanto ad altre che riguardano più direttamente la vita di una comunità. L’impiego di qualche ora al giorno o più ore alla settimana per lo studio della Teologia non è perdita di tempo. Tale pratica se da una parte incita il presbitero a quel senso di umiltà che è necessario per l’apprendimento, dall’altra lo prepara ad un dialogo sempre più esteso, che è servizio alla manifestazione del Verbo incarnato.
Rosario Gisana
