- La catechesi come esempio di vita esemplare
Il racconto di Tobia, scritto intorno al III secolo a. C., appartiene al genere sapienziale. Lo scopo del libro è rimarcare la figura di un padre che insegna al figlio la fedeltà alla legge del Signore in circostanze difficili. Tobi, deportato al tempo della distruzione di Samaria nel 721 a. C, vive assieme alla famiglia a Ninive in Assiria. L’intento è chiaro: far risaltare il valore delle leggi patrie nel contesto della diaspora giudaica e lasciare un esempio di fedeltà al proprio figlio Tobia. Il conflitto con questa cultura di origine pagana permette di cogliere un dato interessante per la catechesi: la testimonianza di fedeltà al Signore in un mondo estraneo e lontano. Tobi infatti è un esempio di testimone che resta al di qua di quello che abitualmente il mondo propina (cfr. Gv 17,16): un modo di vivere che distingue, ma non distanzia, colui che aderisce all’annuncio.
L’elemento specifico, che connota la testimonianza credente di questo padre, è l’audacia nella decisione. Tobi sceglie infatti di stare fermamente dalla parte del Signore, la cui parola è guida ai suoi passi (cfr. Sal 119,105). La frase che si legge in 1,3 esplicita tale opzione: «camminavo tutti i giorni della mia vita nelle vie della verità e della giustizia». Egli, che non ha mai mancato di seguire il Signore, cerca adesso, in una terra straniera, di disciplinare il proprio comportamento. È il senso del termine «via» (o`do,j) che sta ad indicare, nel pensiero biblico, le decisioni che determinano modo di condurre la vita, alla luce della parola di Dio. Tale apertura fa eco a quello che l’orante del Sal 119,9 riferisce riguardo ad un giovane che si propone di tenere pura la propria via: la custodia delle parole del Signore indirizza il cammino. È quello che fa Tobi a differenza dei connazionali che abbandonarono la via del Signore prima della deportazione, sacrificando al vitello di Geroboamo, re d’Israele (cfr. 1,5).
In terra straniera egli decide di resta fedele al popolo di Dio, come dato confessionale che lo lega ai padri: è il suo modo di essere fedele all’alleanza, ponendosi così in contrasto con il mondo pagano e con quello giudaico trasgressore. La radicalità di Tobi dipende ovviamente dall’attenzione riposta sulla legge del Signore. Essa è per lui nutrimento quotidiano, come si evince da 1,6: «Anch’io camminavo (evporeuo,mhn) solo e più volte, in occasione delle feste, verso Gerusalemme, come è stabilito per tutto Israele nel precetto eterno», un nutrimento che gli consente di sostenere e consolidare lo zelo per il Signore (cfr. Sal 69,10). L’uso del verbo camminare (poreu,esqai), nei vv. 3 e 6, sta ad indicare non soltanto l’atto materiale dell’andare verso Gerusalemme, ma ispira altresì un modo di comportarsi che evoca l’assunzione di uno stile in contrasto con chi si era allontanato da Dio.
L’annuncio del Signore richiede una scelta radicale che sovente porta all’emarginazione e alla solitudine. Tobi infatti è l’unico, o per meglio dire «il solo» (v. 6: mo,noj) tra i fratelli a seguire il precetto di Dio. L’aggettivo è interessante, perché specifica, oltre alla singolarità della sua testimonianza di fede, la consapevolezza di restare fedele al Signore in situazioni difficili e di persecuzione. La radicalità di questa scelta, al di là delle parole, è annuncio forte che sprona a capire cosa vuol dire scegliere il Signore. L’espressione «andavo verso Gerusalemme» (v. 6), rafforzata dall’aggettivo mo,noj (solo) e dall’avverbio pleona,kij (molte volte), attesta l’indefettibilità e la coerenza di tale adesione. Per Tobi la scelta di Dio è norma (v. 6: pro,stagma) che regola la sua esistenza: un precetto che dovrà disciplinargli scelte e orientamenti. Gli interlocutori dell’annuncio, come nel caso del figlio Tobia, devono sapere che esso prende le mosse da una testimonianza fondativa, che è attaccamento alla parola di Dio ed estraneità al mondo. L’autore di 1Pt 2,11 definisce coloro che seguono il Signore: «stranieri e pellegrini» (paroi,kouj kai. parepidh,mouj). Si tratta di coloro che decidono, nonostante le controversie, di restare uniti al Signore, per il quale il regno di Dio non è di questo mondo (cfr. Gv 18,36). Essi, pur essendo in questo mondo, accettano di sperimentare le contraddizioni che l’estraneità al mondo inesorabilmente apporta. L’esempio di Tobi è in questa prospettiva: un annuncio straordinario di fedeltà al Signore che si muove dentro un contesto paradossale di estraneità e solitudine. Il suo modo di vivere la fede è contrastato dai fratelli, che si sono lasciati contaminare dal mondo pagano, e persino dalla moglie, che non comprende e disprezza la prodigalità del marito: «Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ecco, lo si vede bene da come sei ridotto!» (Tb 2,14).
L’esempio di fede, che traspare dalla testimonianza di Tobi, è «un atto di evangelizzazione» – direbbe Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium al n. 101 – per la cui efficacia sono richiesti alcuni preamboli significativi. Non sempre infatti si comprende il senso di quello che si vive e si consegna, a causa forse della vacuità di certi paradigmi culturali. Tobi invece si impegna a trasmettere al figlio un’istruzione sapienziale che lo possa aiutare a prendere coscienza del valore che ha la fede nella vita quotidiana. Lo si coglie da un passaggio che si legge in 2,2: «Dissi al figlio Tobia: Figlio mio, va’, e se trovi tra i nostri fratelli deportati a Ninive qualche povero, che sia però di cuore fedele, portalo a pranzo insieme con noi». Quest’esortazione trova fondamento nella solidarietà che il padre più volte mostra al figlio, e che adesso torna a ripetersi con atteggiamento compassionevole: «”Padre […] uno della nostra gente è stato ucciso e gettato nella piazza; l’hanno strangolato un momento fa”. Io allora mi alzai, lasciando intatto il pranzo; tolsi l’uomo dalla piazza e lo posi in una camera in attesa del tramonto del sole, per poterlo seppellire» (2,3-4). L’esempio diventa contagioso, perché è significato da una gestualità che affonda in sentimenti di autentica abnegazione. L’efficacia della trasmissione si coglie nella capacità di Tobi a coinvolgere il figlio, facendogli altresì evocare ciò che sta a fondamento di ogni gesto buono: «Ricordando – annota l’autore – le parole del profeta Amos su Betel: Si cambieranno le vostre feste in lutto, tutti i vostri canti in lamento» (2,5). Questo particolare non è marginale. L’insegnamento di Tobi fa capire al figlio che l’atto di solidarietà a cui egli si è sottoposto, è ispirato dalla parola di Dio.
La catechesi di Tobi è straordinaria. L’autore utilizza il verbo passivo «mi sono ricordato» (evmnh,sqhn), per indicare che la parola di Dio fonda e accompagna il gesto, facendo altresì nascere un sentimento importante che è legato alla misericordia di Dio. La compassione adorna e potenzia il gesto. L’esempio di Tobi incide sulla vita del figlio, sia per l’esemplarità del comportamento, equivalente ai precetti della legge, sia per il moto propulsore che lo determina: la parola di Dio che ispira, forma, accompagna e muove. È interessante inoltre la dinamica catechistica del gesto. La compassione non nasce dal senso del dovere, bensì da una parola di sapienza che coinvolge e stabilisce le modalità di scelta. Tristezza e dolore che si tramutano in pianto per i malcapitati stanno ad indicare che il gesto di Tobi non è mosso da deferenza: si tratta chiaramente di un’ispirazione che si forma dentro di lui. Qui si coglie un aspetto importante dell’atto catechistico. La parola di Dio incarna un gesto: lo forma adeguatamente, perché esso possa significarsi come annuncio fedele. Non è il gesto ad incarnare la parola di Dio, ma la parola di Dio che trasmette ad esso quelle categorie martiriali che gli consentono di essere richiamo ed esempio.
L’annuncio però non si limita soltanto al gesto. L’esperienza di Tobi insegna che l’atto catechistico si svolge dentro un circolo virtuoso che prende le mosse dalla parola di Dio, ispiratrice del gesto, e si attua con il rimando ad essa che a sua volta conferma e stabilisce il valore del gesto. Papa Francesco in Evangelii Gaudium n. 181 spiega «che l’evangelizzazione non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco appello, che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale, dell’uomo». Le operazioni del vangelo non sono mai disincarnate: esse si concretizzano dentro un singolare dinamismo di parola-gesto, che interessa soggettivamente la condizione di chi recepisce l’annuncio. Tobia è istruito dal padre a partire da un gesto che la parola di Dio ha ispirato, mosso ed esplicato.
La testimonianza di Tobi, «attraente e luminosa» – direbbe Papa Francesco in Evangelii Gaudium al n. 99 – è accompagnata da esempi che la rendono modello di vita. L’autore annota, in 1,3, che egli compie opere di misericordia: «tutti i giorni della mia vita». La continuità, che manifesta un modo di comportarsi all’insegna della fedeltà e della coerenza, fa intendere che l’evangelizzazione non può prescindere da una testimonianza che si protrae nel tempo, giacché soltanto la ripetitività di un atto incide e forma. Ma quello che colpisce è il fatto che questa testimonianza scaturisca da una progressiva plasmazione che genera un modus vivendi. Il termine «vita» (zwh,) infatti sottintende il coinvolgimento di Tobi da un punto di vista esperienziale. L’annuncio non è un atto temporaneo, provvisorio, fugace. Esso tende a coinvolgere l’esistenza e il suo progressivo mutamento in esperienza. Si capisce così la docilità di Tobia che si forma a partire dalla vita esemplare del padre, la quale riesce a motivare, con la forza dell’esperienza, la vita del figlio. L’atto catechistico è in fondo una comunicazione esperienziale che si attua, plasmando l’esistenza di chi riceve l’annuncio, in un tempo più o meno prolungato. Quando la vita è plasmata dalla parola di Dio, è in grado di proporre esempi che motivano e sollecitano un certo modo di vivere.
Qual è il processo che, nell’annuncio, mette in moto questo circolo virtuoso? Si tratta di capire i preamboli che hanno reso attrattiva la vita di Tobi e docile l’impegno di Tobia. L’autore afferma che il padre camminava «nelle vie della verità e della giustizia» (1,3). Il riferimento alle virtù è significativo. Verità e giustizia costituiscono una coppia sapienziale che rende la vita di Tobi un modello da seguire. L’attrattiva scaturisce dai gesti che compongono il suo annuncio. Il termine «verità» (avlh,qeia), che in ebraico corrisponde all’azione dell’tm,êa/, sta ad indicare la solidità, la durevolezza, l’equilibrio con cui è proposto l’annuncio: un modo di comportarsi, che per la sua continuità e senso di disciplina è punto di riferimento. Tobia aveva bisogno, per la sua giovane età, di esempi forti che l’avessero sostenuto nelle difficoltà. Egli infatti dovrà, da lì a poco, affrontare un lungo viaggio con importanti scelte da fare. Il ricordo del padre l’avrebbe incoraggiato e sollecitato nella fedeltà alla legge del Signore.
Il termine «giustizia» (dikaiosu,nh) evoca, con molta probabilità, l’atteggiamento di benevolenza, equivalente a ds,x,ä (amorevolezza, sollecitudine, misericordia): un atteggiamento affettuoso commisto a misericordia e compassione che motiva l’atto catechistico. Non è possibile evangelizzare, senza coinvolgersi nel vissuto dell’altro, senza cioè portare con lui fatiche e attese, affinché la vita di quest’ultimo trovi rilancio e gioia di vivere. Questi aspetti sarebbero peraltro effetti salutari che l’annuncio produce in chi lo riceve. Lo rilevano i vescovi negli Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, Incontriamo Gesù al n. 36: «Abitare con passione, compassione e speranza la quotidianità è una delle esperienze umane più belle che possiamo mettere in atto. Visitare e accompagnare – con la misericordia che viene da Dio solo – la storia delle donne e degli uomini è il più grande atto d’amore. È anche il modo più bello per annunciare il vangelo, per mostrare a tutti il dono di vita buona che esso contiene».
Dal racconto si evince ancora che queste virtù formano un’endiadi evangelizzatrice interessante, perché fanno dell’annuncio un atto di generosa solidarietà. Se la verità rende salda l’amorevolezza, quest’ultima dà alla verità quel senso passionale di sollecitudine che si tramuta in tenerezza e attenzione verso i poveri. È quello che si coglie chiaramente dal comportamento di Tobi, con le sue elemosine. Il termine evlehmosu,nh (elemosina, carità), inteso in senso traslato, è sintesi del reciproco influsso della verità con la giustizia. La carità nasce dalla passione evangelizzatrice (dikaiosu,nh: giustizia) ed ha il suo basamento solido nell’imitazione di colui che attribuisce a sé la verità (avlh,qeia: verità). Facendo propria la verità – che Papa Francesco in Evangelii Gaudium al n. 88 coglie nella vita di Cristo, esempio di «rivoluzione della tenerezza» divina – si sperimentano i moti passionali, tipici della solidarietà del messia. Ciò lascia trapelare la dimensione kerygmatica dell’annuncio di Tobi, per il quale – raccomanda Papa Francesco in Evangelii Gaudium al n. 164 «si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi». L’annuncio, se non si traduce in carità operosa, rischia di cristallizzarsi e soprattutto di far svanire il potenziale identitario che lo rende attrattivo e contagioso.
Questo modo di testimoniare, compromettendo sé stesso (cfr. Fil 2,7), è annuncio. È quello che ha fatto Tobi, rischiando costantemente la sua vita per gli altri, sia con la carità operosa che con il pio atto della sepoltura. La catechesi, se non persegue questa linea di evangelizzazione, costituita da gesti concreti, da aperture imparziali, da forme di compromissione solidali, incorre in un annuncio infruttuoso e poco efficace. Tobi, generoso nel suo comportamento, mostra di essere capace di inclusione, di non fare preferenze di persone. È questo un esempio importante per il figlio Tobia che deve imparare a gestire le relazioni, in modo aperto e disinteressato e soprattutto rischiando la vita per gli altri. Lo enuncia chiaramente la frase: «Ai miei fratelli (toi/j avdelfoi/j mou) e ai miei compatrioti, che erano stati condotti con me in prigionia a Ninive (tw/| e;qnei toi/j sumporeuqei/sin metV evmou/), nel paese degli Assiri, facevo molte elemosine» (1,3), ove l’espressione «miei fratelli» sottintende coloro con i quali egli condivide la confessione di fede, mentre «i miei compatrioti», tradotto letteralmente con «popolo pagano» (e;qnoj), sta ad indicare probabilmente un nugolo indifferenziato di persone, quasi certamente pagane. L’annuncio pertanto è carità. Esso è costituito da gesti di solidarietà, che oltrepassano i limiti imposti dalla cultura, dalla religione o dalla razza. La testimonianza di Tobi, che per certi versi evoca l’esempio di Cristo, lascia trapelare un modo di fare catechesi in cui si coglie una duplice istanza, che è poi compromissione nella vita dell’altro: l’annuncio esteso a tutti, senza parzialità, e la predilezione per chi è nel bisogno. I poveri, nella prassi catechistica, sono perno di un’autentica evangelizzazione. Lo chiarisce Papa Francesco in Evangelii Gaudium al n. 198: «È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della chiesa».
- L’atto educativo nella catechesi
Il racconto di Tobi continua, al cap. 4, con un’istruzione sapienziale, dalla quale affiora il ruolo educativo di questo padre catechista. Il verbo «dimostrare» (u`podei,knusqai) al v. 2 introduce una serie di esortazioni, dalle quali trapelano, oltre al grande senso di responsabilità di un padre, attento e premuroso, uno straordinario insegnamento catechistico. Ciò fa pensare all’importanza che ha famiglia nella trasmissione della fede: un ambito educativo, rilevante e sorgivo, dal quale non è possibile prescindere. Lo rammentano gli Orientamenti pastorali dell’episcopato Educare alla vita buona del Vangelo al n. 37: «L’educazione alla fede avviene nel contesto di un’esperienza concreta e condivisa. Il figlio vive all’interno di una rete di relazioni educanti che fin dall’inizio ne segna la personalità futura». Non è facile scorgere, in alternativa, ambiti che possano eguagliare tale compito, qualificato dalla concretezza di un gesto e dalla condivisione dell’insegnamento che si assimila nel tempo. L’atto catechistico è un’arte che mira fondamentalmente ad educare, o meglio a plasmare la personalità di un figlio, attraverso una vita esemplare che stimola e accompagna. Tobi esercita la sua autorevolezza di padre proprio con l’esempio, coinvolgendo il figlio nelle sue esperienze di carità. Tale considerazione ingiunge un dato ineluttabile, che il documento Incontriamo Gesù al n. 69 fissa nel ruolo insostituibile dei genitori, il cui compito concerne «la crescita integrale della persona e del credente». Tobi guarda proprio a questo: l’interesse è rivolto al figlio, affinché egli impari a custodire gli insegnamenti della legge del Signore, che educano e accompagnano una crescita sapienziale.
La dinamica del racconto rileva un altro aspetto della trasmissione della fede: la consapevolezza dell’essere padre. Tobi riesce ad incidere sul figlio Tobia, sollecitando in lui docilità e impegno, perché prima di ogni cosa sa di essere padre. L’atto educativo dipende in fondo da questa consapevolezza. L’indicazione genealogica, che contestualizza l’esistenza di quest’uomo, fa capire che egli si muove dentro una storia di appartenenza: Tobi è figlio di Tobiel, il quale a sua volta appartiene ad Ananiel, Aduel, Gabael (1,1). Il genitivo d’appartenenza così espresso evoca un legame singolare. Dire che Tobi è di Tobiel sta ad indicare che egli non è soltanto figlio di quest’uomo, ma che la sua formazione umana, culturale e religiosa, si deve a tale appartenenza. Quello che, oggi, è Tobi altro non è che quello che, ieri, era Tobiel. E così di seguito. Ciò significa che l’atto educativo di Tobi si inserisce dentro una linea generativa che è memoriale d’appartenenza. È quello che intendono rimarcare gli Orientamenti Educare alla vita buona del Vangelo al n. 36, quando afferma che il compito educativo dei genitori è «insostituibile e inalienabile, nel senso che non può essere delegato né surrogato».
Nessuno può sostituirsi al ruolo di padre o madre nella trasmissione della vita e parimenti nella trasmissione della fede. L’esempio di Tobi conferma questa modalità educativa: ciò che è consegnato a Tobia appartiene ai padri, la cui memoria diventa per lui motivo di crescita. La paternità è uno stato di vita che si forma a partire dalla memoria dei padri, necessario per la trasmissione della fede. Non è possibile educare senza questa consapevolezza di ruolo, che responsabilmente lega i genitori a quello che i padri hanno trasmesso. Ciò vale anche per ogni catechista. La vicenda di Tobi lascia intendere che il primo atto catechistico è quello dei genitori, la cui consapevolezza di ruolo si va formando nel legame con la memoria dei padri.
L’istruzione di Tobi ha questo fondamento. La sua responsabilità di ruolo prende le mosse da quello che i padri, nella trasmissione della fede, gli hanno consegnato. Egli pertanto trasmette al figlio quello che ha ricevuto, come annota l’autore in 4,19: «E ora, figlio, ricordati di questi comandamenti, non lasciare che si cancellino dal tuo cuore». La trasmissione che Tobi fa della sua fede è memoriale della sapienza dei padri, la quale diventa per il figlio punto d’avvio nella maturazione di ciò che la vita gli riserverà. L’atto catechistico raggiunge qui l’acme, rivelando la sua dimensione statutaria: al di là dei contenuti, il cui messaggio resta sempre importante, quello che conta è l’annuncio che passa attraverso la vita, quell’esempio di fede esemplare che diventa contagioso. Ciò dipende chiaramente da chi annuncia, dal modo con cui quest’ultimo vive la fede, dandone testimonianza con gesti concreti di carità. La trasmissione però deve essere consapevole, sia nel ruolo che si copre che nel contenuto che si consegna. Ma l’esempio di vita resta ineluttabile. Esso si configura efficacemente a partire da quest’opzione: chi annuncia è spinto da un messaggio che, essendo memoriale della fede dei padri, ha valore assiologico. L’esempio diventa norma (evntolh,: comandamento) di vita, che regola e orienta decisioni e scelte.
È questo il senso che sottostà all’esortazione di Tobi. L’uso del verbo mnhmoneu,ein (ricordare) lo attesta chiaramente. Tobi raccomanda a Tobia di custodire il suo insegnamento che è una norma di vita, ereditata dal padre Tobiel. Quanto egli fa lo deve alla fede del padre, il cui esempio gli ha permesso di vivere con coerenza la fedeltà all’alleanza del Signore. L’esempio quindi è fondamentale nel processo di evangelizzazione. Riferirsi ai padri, come memoriale di fede, è intrinsecamente normativo, perché dal loro esempio si riceve quella forza sapienziale che permette di dare senso alla vita. Nell’Esortazione apostolica Catechesi Tradendae al n. 22, Giovanni Paolo II rimarca questo concetto, secondo cui «la catechesi autentica è sempre iniziazione ordinata e sistematica alla rivelazione che Dio ha fatto di sé stesso all’uomo in Cristo Gesù […], costantemente comunicata, mediante una trasmissione vivente ed attiva, da una generazione all’altra». Le parole di Tobi, con le quali egli raccomanda al figlio di accogliere il suo insegnamento come evntolh, (comandamento), costituiscono un importante atto catechistico, fondato sulla memoria dei padri.
La dimensione educativa interessa pure il contenuto che, secondo l’Esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii Nuntiandi al n. 44, deve esprimersi come «contenuto vivo della verità che Dio ha voluto trasmetterci». È quello che fa Tobi incentrando la sua catechesi su una norma che è fondamentale per la vita: «Non fare a nessuno ciò che non piace a te» (4,15). Si tratta della cosiddetta «regola d’oro», recepita nel giudaismo dall’ambiente ellenistico per interpretare il senso di Lv 19,18 sull’amore del prossimo. Rabbi Hillel, intorno al 20 a. C., appuntava in una sentenza che il giusto atteggiamento verso il prossimo consisteva nel perseguire questo criterio etico: «Ciò che non vorresti fosse fatto a te non farlo al tuo prossimo; questa è tutta la legge, il resto è solo commento» (Shabb. 31A), un criterio che Gesù raccomandò ai suoi discepoli (cfr. Mt 7,12). L’istanza catechistica dell’insegnamento di Tobi è sorprendente. Egli trasmette al figlio una norma sapienziale che prende le mosse dalla consapevolezza delle proprie fragilità, lasciando che essa diventi criterio di relazione. Perché il figlio possa adempiere con fedeltà alla legge del Signore, espletare con generosità opere di carità, crescere nella sensibilità di una persona pia è necessario che egli sia anzitutto consapevole dei propri limiti.
Il buon comportamento dipende da una diligente analisi di sé stessi e dall’accettazione delle proprie debolezze. Tobi lo esplicita in 4,14 con questa frase: «Poni attenzione, o figlio, a tutto ciò che fai e sii ben educato in ogni tuo comportamento (i;sqi pepaideume,noj evn pa,sh| avnastrofh/| sou)». L’enfasi cade proprio sul verbo paideu,ein (educare, disciplinare, correggere). Tobi è consapevole che la crescita del figlio non può essere legata soltanto all’esempio, benché esso resti fondamentale nella trasmissione della fede, ma necessita pure della docilità di Tobia, soggetta ad atti di disciplina o correzione (paidei,a = rs”)Wm). L’atto educativo è fondamentale nella trasmissione della fede, poiché esso assicura consapevolezza e ricettività: aspetti questi che si devono all’esercizio della disciplina. Lo ribadisce con forza Sir 1,27 che pone alla base del timore del Signore proprio la sapienza e la disciplina: «Il timore del Signore è sapienza e istruzione (paidei,a: disciplina) egli si compiace della fedeltà e della mansuetudine». Il comportamento virtuoso, che si esprime nel timore del Signore, si forma con l’esercizio di una certa disciplina. La paidei,a (disciplina), cui fa riferimento Tobi, è un atto educativo che riguarda, come si è visto in 4,15, la consapevolezza del limite (o] misei/j = quello che tu disprezzi) e l’attenzione verso chi ha bisogno, la cui solidarietà è regolata dal limite accettato (mhdeni. poih,sh|j = non fare a nessuno). Quest’importante istruzione, che Tobi trasmette al figlio, non può essere recepita, se non con l’esercizio della disciplina. Ciò che è motivo di disprezzo nella propria vita aiuta spesso a scorgere negli altri il loro positivo, evitando giudizi e chiacchiere inutili. Questo è sapienza. Per recepire un’istruzione, occorre sottoporsi al vaglio della disciplina (paidei,a), il cui atto educativo insegna a guardare con umiltà i propri limiti, nella consapevolezza che ciò che si rigetta di sé è criterio per accettare gli altri.
Questa catechesi sulla fragilità umana, stando a quello che afferma Sir 4,18, ha una ricaduta positiva su Tobia: «[La sapienza, fondata sulla disciplina] lo ricondurrà su una via diritta e lo allieterà, gli manifesterà i propri segreti». L’istruzione del padre, memoriale di fede, sosterrà il figlio nei momenti di difficoltà e lo ricondurrà a tempo opportuno sulla retta via, per ravvivare in lui il senso di gratitudine e scoprire quanto ancora resta da apprendere. Questo dono di sapienza, maturato nella consapevolezza di ciò che si disprezza ma si accetta con umiltà, educa Tobia ad assumere un atteggiamento di gratuità verso gli altri, in particolare verso chi è nel bisogno. Tobi ammaestra il figlio ad essere una persona generosa, senza esigere mai il contraccambio. È il senso che sottostà alle numerose opere di carità su cui è educato Tobia. Si tratta cioè di formarsi ad un comportamento che inaspettatamente va al di là delle stesse opere di carità: non è l’opera in sé stessa ad attirare l’attenzione, ma il modo con cui la si espleta, tenendo conto del valore che hanno le debolezze e le fragilità nel venire incontro ai bisogni degli altri.
L’istruzione di Tobi, oltre a far capire l’importanza che hanno le fragilità come criterio per imparare ad accogliere gli altri, educa ad una carità generosa e solidale. Accettare sé stessi e i propri limiti aiuta a capire il bisogno dell’altro e a far sì che la nostra vita possa essere per quest’ultimo spazio vitale d’accoglienza. L’espressione «ciò che non piace a te» (4,15), tradotta letteralmente con «ciò che tu disprezzi» (o] misei/j) non indica giudizio su aspetti della vita, ma un atto di verifica che, come è stato detto, dispone all’accoglienza. Con questa catechesi Tobi, oltre ad additare la sua vita come modello per il figlio, rivela pure il criterio che consente alla vita di essere esemplare. L’atteggiamento amorevole spinge alla comprensione, ma il punto di partenza resta sempre la capacità di saper accettare sé stessi. Soltanto la conoscenza del proprio limite, accettato con senso di speranza, dispone all’apertura d’amore, che va oltre il giudizio e sa essere accogliente a partire da sé stessi. Nell’istruzione di Tobi s’intravede chiaramente l’agire stesso di Dio, rivelatosi nel modo di amare di Cristo, quell’agire che Benedetto XVI così commenta nella Lettera enciclica Deus caritas est al n. 12: «Quando Gesù nelle sue parabole parla del pastore che va dietro alla pecorella smarrita, della donna che cerca la dracma, del padre che va incontro al figliol prodigo e lo abbraccia, queste non sono soltanto parole, ma costituiscono la spiegazione del suo stesso essere ed operare. Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro sé stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua forma più radicale […]. È lì che questa verità può essere contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l’amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare».
Rosario Gisana
