Il momento della festa rappresenta la massima espressione dell’identità di un popolo: l’occasione propizia per capire il vissuto delle persone che interagiscono in un territorio omogeneamente condiviso, da cui promana un senso variegato di cultura. Tradizioni, ricordi, usanze, stili e dialetti costituiscono ambiti in cui socialmente si generano e si creano forme di relazioni che ne specificano e ne risaltano la personalità. È la ragione per cui si avanzano esigenze di appartenenza e soprattutto si privilegiano modi di essere che prendono le mosse proprio dal fatto che si è coinvolti laddove si nasce, si cresce e si matura. Anche la dimensione estrema della finitudine dipende da tale coinvolgimento, o per meglio dire dalla schiettezza di essersi contestualizzati per quello che si è. Ed è sempre così: nella festa si condividono comportamenti che rivelano palesemente quello che in genere si tende a nascondere per apparire. La festa infatti, prima ancora di essere motivo di confessione di fede, è spazio ludico in cui l’interazione umana trova riposo dalle sfibranti fatiche dell’apparire, dando sfogo alla spontaneità dei rapporti e alla creatività delle iniziative. Lo spirito umano custodisce ed esprime, grazie alla festa, una forma non definita di riposo, quasi di sollievo, che aiuta non soltanto al ripristino della quotidianità, ma anche ad un certo rilassamento che favorisce perspicacia, gioia di vivere, desiderio di speranza e in particolare quella dimensione di fraternità che sarebbe la base per ogni autentica prospettiva di pace e benessere sociale.
La festa è anche di Dio, o per meglio dire in onore della sua gloria. Essa infatti non manifesta soltanto la gioia dell’uomo, la condizione socio-culturale delle persone che esprimono vitalità ed entusiasmo in un determinato territorio: la festa è un momento in cui Dio rende presente la sua opera benedicente e assicura la propria benevolenza. Si può dire che essa sia svelamento delle operazioni di bontà, comprese ed intuite dall’uomo, mediante cui Dio esercita la sua azione di prossimità. Persino il titolo delle feste, che coinvolgono per lo più santi o richiamano ataviche devozioni in omaggio alla Madonna, attestano una modalità inusitata della compagnia divina: la festa è metafora del cammino di Dio con l’uomo. Quest’ultimo, anche se talvolta non ha vivida coscienza della presenza di Dio, coglie la forza dirompente di qualcosa che lo trascina al di fuori di sé, collocandolo nell’ekstasis divina. Non è facile a dirsi quello che accade nell’animo di chi partecipa alla festa. È assodato un aspetto: ciascuno con modalità proprie di espressione coglie il senso arcano della presenza indicibile di Dio, che lo sollecita ad andare oltre, al di là dei confini della credenza, per avviare con lui una relazione che diventi più familiare e costitutiva del senso dei gesti. Il grido in onore del santo, della Madonna, del Crocifisso, la fedeltà di partecipazione e il bisogno di esternare una singolare condivisione fraterna stanno ad indicare che la festa non rivela soltanto la specificità identitaria di un popolo, ma anche l’estremo bisogno di adorare Dio, in forma di nostalgia e ancor di più nella tensione a scorgere il modo con cui egli nonostante tutto si rende presente.
Sembra che la festa, nella sua manifestazione esterna di folclore, ceda al senso ludico con cui si è avviata, da cui affiora un inconsapevole bisogno che l’uomo ha di Dio, affinché entrambi in qualche modo possano definire l’incontro che è svelativo l’uno dell’altro; un incontro cioè che abbia senso di abbraccio, di carezza e, dentro il sentimento della festa, di riconoscimento della verità su Dio. Pur di raggiungere l’uomo e farsi conoscere, Dio non disdegna l’animo credente ancora informe e poco disponibile allo sconvolgimento operato dalla sequela. Dio pertanto è in attesa, cioè desideroso di incontrare l’uomo, e la festa ne rappresenta un esempio da cui risalta la sua paterna magnanimità: dentro quest’azione fondamentalmente ludica della festa, l’uomo non può prescindere da quest’incontro; al massimo può rinviarlo per il mistero della presenza divina. Dio comunque cercherà sempre l’uomo, nella sua libertà, per infondergli il naturale desiderio della presenza divina. La ripetitività della festa svela, oltre alla nostalgia che l’uomo ha di Dio, l’azione che quest’ultimo produce nell’attirare a sé l’uomo. Da qui scaturisce il senso di questa mostra, la cui esposizione mette in scena, grazie alla preziosa opera fotografica del maestro ragusano Giuseppe Leone, alcuni momenti della cosiddetta “festa religiosa”. Ed è proprio in questi inusitati momenti che si scorgono attimi stupefacenti di incontro tra Dio e l’uomo, ove però quest’ultimo, che inneggia, celebra ed esalta Dio, fa esperienza della rivelazione divina. Egli torna a constare che da sempre Dio è alla ricerca della sua creatura, affinché non si perda mai di vista la verità sull’uomo: la creaturalità non è indice di debolezza, bensì di appartenenza a colui che regge l’universo, il Creatore, il quale sostiene l’uomo con amabilità e misericordia e lo indirizza verso quella meta che è compimento e comprensione del senso ultimo della vita.
La mostra, a tal riguardo, segue un orientamento didattico. Il direttore del Museo diocesano, don Giuseppe Paci, e i suoi collaboratori, don Filippo Salomone e l’arch. Giuseppe Ingaglio, hanno voluto che essa si realizzasse durante i festeggiamenti in onore di Maria Santissima delle Vittorie: una festa che racconta il vissuto di fede di un popolo fortemente radicato nella devozione mariana. Se la festa evoca l’incontro tra Dio e l’uomo, la ratifica di quest’incontro è data dalla mediazione discepolare della madre di Dio. Ogni festa, alimentando il desiderio devozionale, ingiunge la necessità di rivedere la propria scelta di Cristo. Ciò accade dentro una suggestiva dimensione ludica, perché la sequela non è gravosa e soprattutto perché, nella creatività dell’adesione a Cristo, si attua il desiderio di una consegna che offre gli elementi essenziali per vivere in pienezza la vita. La crescita della fede non conosce limitazioni: è Dio ad utilizzare l’aspetto ludico della festa, per attirare a sé l’uomo che agogna ai compimenti. La festa, già momento solenne per farsi incontrare da Dio, sollecita il desiderio di un modo di vivere conforme a quello per il quale si celebra la ricorrenza. In questo senso, essa non soltanto prepara e dispone all’incontro, ma promuove e sollecita uno stile che porta all’imitazione di Cristo e quindi al desiderio di cambiare vita. Non è così scontato, giacché la festa produce e si riveste di folclore; ma è possibile che da essa si venga spronati al cambiamento, cioè al desiderio di una vera conversione, giacché è proprio di Dio aprire una breccia che possa realizzare quello per cui nascono le feste: l’avvio di un dialogo che induca l’uomo ad ascoltare Dio, il quale gli rivolge parole di sapienza, dentro modalità di vita che lasciano il segno festoso della sua visita.
✠ Rosario Gisana
