Premessa
Il servizio è inteso da Giovanni con il termine dia,konoj (servo), in relazione al verbo avkolouqei/n (seguire). Tutto fa pensare che questo termine serva all’autore per specificare cosa s’intende per sequela. La combinazione dei due termini porta infatti ad una duplice constatazione: a) il vero discepolo è colui che si trova nel luogo dove è Gesù, e questo luogo è la croce; b) l’onore concesso da Dio. Il verbo tima,w (onorare) è in parallelo con il verbo doxa,zw (glorificare), come si legge nella sequenza della preghiera cosiddetta sacerdotale (cfr. Gv 17,1-26).
Inoltre, il termine dia,konoj (servo) appare soltanto qui, mentre altrove l’autore usa il termine dou/loj (schiavo) in luoghi significativi, come nel cap. 13,16: «In verità, in verità io vi dico: un servo (dou/loj) non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato»; e nel cap. 15,20: «Ricordatevi della parola che io vi ho detto: Un servo (dou/loj) non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra». Tutto fa pensare che l’autore intenda spiegare il senso della sequela alla luce del servizio, nella prospettiva del dia,konoj (servo) e non del dou/loj (schiavo), anche se quest’ultimo aspetto costituisce il momento finale della piena conformazione a Cristo. Inoltre, bisogna capire dove egli parla di sequela e come ne parla. Ecco i testi dove appare il verbo seguire (avkolouqei/n):
– Gv 1,38: «Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano (avkolouqou/ntaj), disse loro: Che cosa cercate?. Gli risposero: Rabbì – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori?».
– Gv 1,40: «Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito (avkolouqhsa,ntwn), era Andrea, fratello di Simon Pietro».
– Gv 1,43: «Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: Seguimi! (avkolou,qei moi)».
– Gv 8,12: «Di nuovo Gesù parlò loro e disse: Io sono la luce del mondo; chi segue me (o` avkolouqw/n evmoi,), non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
– Gv 10,4: «E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono (auvtw/| avkolouqei/) perché conoscono la sua voce».
– Gv 10,5: «Un estraneo invece non lo seguiranno (avkolouqh,sousin), ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
– Gv 10,27: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono (avkolouqou/si,n moi)».
– Gv 12,26: «Se uno mi vuole servire, mi segua (evmoi. avkolouqei,tw), e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».
– Gv 13,36-38: «Simon Pietro gli disse: Signore, dove vai? Gli rispose Gesù: Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi (ouv du,nasai, moi nu/n avkolouqh/sai( avkolouqh,seij de. u[steron). Pietro disse: Signore, perché non posso seguirti ora? (ouv du,namai, soi avkolouqh/sai a;rtiÈ) Darò la mia vita per te! Rispose Gesù: Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».
– Gv 20,6: «Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva (avkolouqw/n auvtw), ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là».
– Gv 21,18-19: «In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: Seguimi (avkolou,qei moi)».
– Gv 21,20: «Pietro si voltò e vide che li seguiva (avkolouqou/nta) quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: Signore, chi è che ti tradisce?».
– Gv 21,22: «Gesù gli rispose: Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi (moi avkolou,qei)».
- Il discepolato nell’ottica della diakonia
Da questa sequenza si intuisce che l’autore dà alla sequela una connotazione di servizio. La sequela è diakonia: una prospettiva unica in tutto il Nuovo Testamento. I testi di sequela, che si leggono nei Sinottici, riguardano soprattutto l’imitatio Christi come partecipazione al destino di Gesù (il senso specifico di avkolouqei/n). Non a caso dopo l’invito alla sequela, i tre evangelisti si premurano di rimarcare, in forma didascalica, i tre annunci della passione. Per l’autore del quarto vangelo, la sequela è invece diakonia: un modo originale di stare dietro a Gesù. I testi evidenziati lo specificano. Ci chiediamo: perché dia,konoj (servo) e non dou/loj (schiavo)? Il dia,konoj (servo) è colui che nella relazione con il Signore, si appella alla sua libertà di scelta. E’ in gioco la volontà di seguirlo, conoscendo consapevolmente quanto esige il vangelo. Il dou/loj (schiavo) invece deve ubbidire, senza condizioni e proteste; al dia,konoj (servo) resta un largo margine di libertà, sia per interpretare la sequela ed adattarla alla sua condizione esistenziale (ruolo, genere, vocazione), sia per offrire in tutta consapevolezza la propria vita al Signore. Si potrebbe forse dire che nel processo discepolare viene prima il dia,konoj (servo), la cui condizione non è esigente come quella del dou/loj (schiavo), benché essa richieda tempi di maturazione ed approfondimento. La condizione del dia,konoj (servo) è quella battesimale, cioè il momento di avvio nel cammino di conversione verso la piena conformazione a Cristo, il quale si è rivelato – come rammenta l’apostolo in Fil 2,7 – nella forma del dou/loj (schiavo). Quello che richiede l’autore del quarto vangelo da colui che si relazione con il Signore è la consapevolezza di seguirlo, servendolo, cioè accettando di intraprendere il processo di conformazione alla condizione di dou/loj (schiavo). In questo processo di conversione, Gesù gli diventa ku,rioj (Signore), come si evince dai testi giovannei.
Quali sono gli elementi che specificano la singolarità della sequela giovannea nella dimensione della diakonia? Ecco alcune linee basilari che permettono di inquadrare la diakonia discepolare:
- La sequela nasce dall’ascolto ubbidiente di un altro che addita la persona di Gesù (Gv 1,38);
- Si accoglie il vangelo come domanda esigente, che coinvolge la libertà della scelta (Gv 1,38);
- Si segue il Signore senza alcuna esitazione (Gv 1,43);
- La sequela è sempre motivo di condivisione, da cui nasce la comunità. La comunità è quella che si forma attorno a Gesù nel discepolato (Gv 1,40);
- Accoglienza di Gesù che è luce per avere la vita ed è pure misericordia e perdono (Gv 8,12);
- Conoscenza della voce del Signore, con discernimento e sapienza (Gv 10,4-5);
- Assimilazione della voce di colui che è riconosciuto guida e pastore, mediante l’ascolto e la conoscenza (Gv 10,27);
- La sequela è consegnare la vita a Gesù, secondo i ritmi imposti da lui che passano attraverso l’umile abbassamento di fronte al fratello (Gv 13,36-38);
- Seguire il Signore significa partecipare del mistero del «discepolo che Gesù amava», cioè la Chiesa, stando al suo fianco e avendo con essa una relazione filiale (Gv 21,20);
- Totale adesione al volere di Dio, rivelatosi in Cristo, e fiducia incondizionata a lui (Gv 21,18-19.22).
Esemplifichiamo con dieci espressioni, la prospettiva giovannea della sequela come diakonia: ascolto ubbidiente, affidamento senza esitazione, condivisione solidale, mediazione di misericordia, desiderio del Signore, adesione al volere divino, consegna della propria vita, intima relazione, fraternità discepolare, amore per la Chiesa.
- La conformazione a Cristo «schiavo» (dou/loj)
La sequela è un aspetto peculiare della vita cristiana, le cui connotazioni ravvisano un modo singolare di stare dietro al maestro. A partire anzitutto dall’ingiunzione che il discepolo non potrà mai essere più grande del maestro (cfr. Mt 10,24). L’indicazione lascia trapelare che il rapporto esistente tra Gesù e il discepolo dovrà essere non solo di riconoscimento della sua persona, umano-divina, ma anche di considerazione su di lui referente assoluto di un comportamento. La frase di Mt 10,25: «è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore» è sintomatica, sia per il senso che essa trasmette che per il parallelo posto dalla frase seguente: «il servo come il suo signore (dou/loj w`j o` ku,rioj auvtou/)». La comparazione serve a mettere in evidenza che il discepolo è chiamato ad imitare il suo maestro, a conformarsi a lui nella prospettiva del dou/loj (schiavo). L’enfasi della preposizione «come» (w`j) fissa la meta cui deve mirare il discepolo.
Considerando il fatto che Gesù è un maestro del tutto eccezionale, si capisce, tra le righe, il traguardo che il discepolo dovrà perseguire. La condizione di schiavitù non è certo di tipo morale, bensì esistenziale. Il discepolo, nell’applicare le modalità della sequela di Gesù, non deve dimenticare che quello che interessa di più è la somiglianza a Cristo, servo di Dio. La nozione di servizio, per il senso che ha il termine dou/loj (schiavo) rispetto a dia,konoj (servo), riguarda essenzialmente il destino che questo maestro ha scelto nell’aderire al volere del Padre. L’evocazione della croce è lapalissiana. Quanti vogliono seguire Gesù sono esortati ad accogliere l’istanza della sua oblatività, che si commisura a partire da questo loghion: «Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua (avra,tw to.n stauro.n auvtou/ kai. avkolouqei,tw moi)» (Mc 8,34). Il servizio a cui è chiamato il discepolo, comparandosi con il proprio Signore, è l’accoglienza del messaggio sulla croce.
Come avviene la chiamata discepolare? Le indicazioni, che caratterizzano la sequela di Gesù, prendono le distanze da quella rabbinica. La sequela dei maestri d’Israele, seppur di natura sapienziale, verte ad interpretare la legge del Signore. Quella di Gesù attira l’attenzione su di lui, ponendo un parallelo: Gesù e la legge. La comparazione lascia capire che la legge si compie pienamente nella parola di Gesù (cfr. Mt 5,17-19), alla luce di una splendida identificazione: Gesù stesso è la legge di Dio. È la ragione perché nasce spontanea la domanda sull’io del maestro: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità (katV evxousi,an)» (Mc 1,27). L’espressione katV evxousi,an (con autorità) evoca una forza spirituale che fa di Gesù molto più di un inviato da Dio alla maniera dei profeti: le sue opere e parole rivelano la compagnia di Dio e ne costatano una reale identificazione: chi opera nella persona di Gesù è Dio stesso. Da lui si sprigiona una du,namij (potenza) speciale che è quella di Dio. Il termine evxousi,a allude infatti ad una rivelazione. I redattori sono consapevoli che l’autorevolezza di Gesù svela la sua condizione di essere come Dio (cfr. Fil 2,6).
La sequela suscita in chi segue Gesù un fascino irrefrenabile, causato non dalla sua capacità di eloquenza, bensì da questa divina autorevolezza, suscitata dalla sua persona. Quanti si accostano a lui si rendono conto di incontrare Dio ed essere amati da lui; essi sentono fortemente di essere attratti da una personalità dalla quale si sprigiona l’essenza della divinità. Si può dire pertanto che i discepoli seguono Gesù sia per invito del maestro, sia per la mediazione di altri, sia per l’autorevolezza che egli suscita nell’incontro. Sorprende l’insegnamento sull’accadimento del discepolato. È probabile che questi aspetti si completino a vicenda. Essi mettono in evidenza due elementi che stabiliscono la natura gesuana del discepolato evangelico, vale a dire l’iniziativa di Gesù, come prerogativa della sua chiamata, dalla quale si evince la sua condizione di agire nel nome di Dio; lo stare dietro di lui, che attua il passaggio dall’essere servo all’essere schiavo, ovvero la conformità a lui nella condivisione del suo destino.
Questi elementi fanno capire il rapporto speciale tra discepolo e maestro, nell’ottica probabilmente di chi, seguendo Gesù, si resta legati a lui per sempre. È chiaro, in tal senso, quanto si legge in Gv 15,16: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda». La scelta, che Gesù fa dei suoi discepoli, è finalizzata al frutto del discepolato che è, stando a quello che suggerisce l’autore del quarto vangelo, riguarda precisamente la decisione di restare nell’amore di Dio (cfr. Gv 15,9). Quest’amore s’identifica con l’azione oblativa di Gesù, per cui il discepolo non può restare nell’amore di Dio, se non attraverso la relazione con il suo maestro. Rimanere nel suo amore significa accogliere nella propria persona il destino di Gesù, fare proprio quel modo d’amore che ha salvato il mondo. È qui che la diakonia giovannea si traduce in quel servizio che porta alla conformazione a Gesù, il cui atto sulla croce è rivelazione dell’amore di Dio. I discepoli ne attestano l’incisività nella storia attraverso la loro testimonianza nell’imitazione del maestro.
@ Rosario Gisana
