Piazza Armerina, Teatro Garibaldi

Il valore della vita tra virtuale e reale

Incontro con gli studenti

Premessa

Il testo di riferimento per questo intervento è Qo 3,9-15. Questo maestro d’Israele insegna a cogliere con realismo il senso della vita. L’espressione sintomatica è al v. 12: «per procurarsi felicità (bAj) durante la loro vita». Per Qoelet la vita va costruita quotidianamente, cercando l’ispirazione in quel bAjß (il bene genesiaco) che Dio ha fissato nella vita di ogni uomo. Sarebbe questo il senso del v. 11: «Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; inoltre ha posto nel loro cuore la durata dei tempi, senza però che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine». Ecco dunque alcune considerazioni.

  1. La vita è un soffio

Prima di spiegare il grande valore che ha la vita, occorre fare una riflessione sulla differenza tra virtuale e reale. Entrambi le accezioni non sembrano cogliere il senso vero della vita, perché tra virtuale e reale esiste un’altra categoria: il realismo che intreccia quotidianamente i nostri vissuti. Esso aiuta a cogliere la vita nei suoi dettagli e consente di scorgere il senso profondo che essa nasconde. È necessario però collocarsi nella giusta prospettiva, ispirata da questo maestro della sapienza d’Israele: «Vanità delle vanità, dice Qoelet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole? Una generazione se ne va e un’altra arriva, ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge, il sole tramonta e si affretta a tornare là dove rinasce. Il vento va verso sud e piega verso nord. Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento. Tutti i fiumi scorrono verso il mare, eppure il mare non è mai pieno: al luogo dove i fiumi scorrono, continuano a scorrere» (Qo 1,2-7).

La prospettiva che propone Qoelet, per acquisire questa chiave di lettura che si chiama realismo, è ‘~ylib’h] lbeÛh] (vanità delle vanità). Il termine lb,h,

si traduce in modo variegato. Esso non significa, almeno di primo acchito, vanità, ma soffio, fumo: qualcosa cioè che, nel momento in cui appare, svanisce nel nulla. Si pensi, per esempio, al solco che lascia la nave al suo passaggio nel mare, oppure alla rugiada del mattino che, con il sorgere del sole, si scioglie velocemente. La prospettiva del soffio, applicato alla vita, consente di entrare lentamente nel suo significato più profondo.

  1. Una visione olistica della vita

Cos’è il realismo? È un modo di leggere le cose con maggiore sagacia e concretezza. Il realista è uno che ha della vita una percezione più universale. Le categorie hegeliane di particolare e universale possono qui esserci di aiuto. La prospettiva realista appartiene a chi osserva la vita nel particolare, ma con l’idea assunta dall’universale. È come possedere un grand’angolo che aiuta a fotografare la realtà, cogliendo il particolare e l’universale. Al di fuori di questa percezione esiste la visione alienata, come fenomeno reattivo di sospensione, oppure una visione dottrinale che guarda la vita a partire da schemi preconfezionati. La preconcettualità, che porta lentamente al giudizio, rientra in questa forma di lettura non realista. Soltanto chi ha compreso il senso vero dell’lb,h, (la vita come soffio: cfr. Sal 90), riesce a cogliere la bellezza della vita e a valorizzare il quotidiano. La proposta che fa Qoelet va in questa direzione. Se vogliamo capire il senso della vita e la bellezza che essa nasconde, accettando che il processo di svelamento si sottoponga allo spazio e al tempo, è necessario sottoporsi a questo dinamismo ermeneutico.

La vita come soffio è una chiave importante che inquadra l’interazione dell’universale con il particolare, lasciando così trapelare l’importanza del percorso che dal particolare si va all’universale. Stando a queste semplici reminiscenze hegeliane, il virtuale altro non è che percezione della vita nel suo insieme, perdendo di vista il dettaglio, il particolare; il reale sarebbe l’assolutizzazione del quotidiano, non tenendo conto del valore olistico dell’esistenza. Soltanto il realismo aiuta a riscattarsi da queste forme limitative del senso della vita.

  1. La vita come impegno

Tornando al brano di Qoelet, il realismo prende le mosse anzitutto da una considerazione di fondo. Che cos’è la vita? Dov’è il suo vantaggio (!Art.YI), o quell’utilità che permette di fruire appieno dell’esistenza? Il maestro d’Israele è molto chiaro e in questo passaggio anche duro: «Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica?» Bisogna imparare a guardare in faccia la vita per quello che essa è: lme([‘ (fatica). Il termine ebraico, in realtà, non si può tradurre soltanto con «fatica», «affanno». Il senso evoca quella dimensione di sacrificio che innerva ogni atto umano: da quello bello e affascinante come l’atto amoroso, a quello più visibilmente faticoso come il lavoro. Il termine comunque fa risaltare ogni aspetto della vita quotidiana, il quale, se vissuto bene, costituisce un impegno che coinvolge esistenzialmente. Il vantaggio sta qui: nel capire l’importanza dell’impegno, quale elemento essenziale della vita. Ciò aiuta a penetrare la sua condizione di mistero.

  1. La nozione di eternità

Come si diventa realisti? È un processo faticoso e lungo. Esso interessa l’esistenza nel suo ciclo vitale, per cui l’uomo si sottopone ad esso in ogni fase di cambiamento. Il punto di partenza è la prospettiva di fondo, ovvero la vita nella sua dimensione di soffio. Non si può avviare questo processo ermeneutico del senso della vita, se non si impara ad accettare l’effimero, quello che di fatto la vita è nella sua realistica transitorietà. Da qui si procede, secondo Qoelet, ad un altro livello che riguarda la capacità di stupirsi di fronte alle cose belle della vita. L’espressione del v. 11a «Egli ha fatto bella ogni cosa (hp,äy” hf’Þ[‘) a suo tempo» lo conferma. La vita custodisce la bellezza di Dio, esplicata ulteriormente dal v. 11b: «Ha posto nel loro cuore la durata dei tempi (~l'[oh’)». La nozione di eternità (~l'[oh’), con l’articolo determinativo, mette in evidenza una realtà importante che Dio pone nel cuore del mortale: la capacità di misurare e apprezzare le cose e le persone a partire dalla prospettiva divina che è appunto l’eternità, ovvero il sovratemporale che va al di là delle nostre modeste coordinate. È una sfida che Dio lancia all’uomo per sollecitare le sue capacità, come rammenta l’autore del Sal 8,5-6: «Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato».

La nozione di eternità (~l'[oh’), posta nel cuore dell’uomo, potrebbe essere letta a partire da Gen 1,26-27: l’uomo è capace di capire il mistero della sua vita con gli occhi di Dio, sebbene, per il suo libero arbitrio, tale visione si presenti deformata. Si tratta di quel processo di divinizzazione che è una sfida per l’uomo, poiché egli è costantemente in lotta con il suo uomo vecchio che non gli permette di avere uno sguardo ampio dei dettagli della sua stessa vita. La sua bellezza si ravvisa a partire da questa nozione, che è dentro l’uomo, dentro ogni creatura, dentro ogni cosa che esiste attorno a lui. La bellezza della vita, che è poi la bellezza delle persone e delle cose, va cercata nell’intimo, dentro di loro. Ciò che aiuta a compiere questo processo è la relazione, da migliorare e affinare.

  1. Le vie del realismo

Il maestro d’Israele propone tre vie. La prima è il godimento di quello che abitualmente si fa, cioè trovare soddisfazione nelle nostre azioni: «Ho capito che per essi non c’è nulla di meglio che godere e procurarsi felicità (bAj) durante la loro vita» (Qo 3,12). Ritorna con forza il termine bAj (bene genesiaco), che la nozione di eternità (~l'[oh’) scopre iscritto nella vita. La prospettiva realista infatti consente di scorgere i segni del passaggio di Dio nella vita prelapsaria dell’uomo, cioè nel tempo di permanenza di quest’ultimo nell’Eden. Nonostante il peccato, il bAj (bene genesiaco) è rimasto. L’uomo lo deve tirare fuori, imparando a vivere con senso di gratitudine quello che ha e quello che fa.

La seconda via riguarda il gradimento del quotidiano. È una conquista che si consegue dando valore ed importanza alle cose, soprattutto a quelle che si considerano scontate ed ovvie. Ciò si ravvisa nelle cose semplici della vita, quelle che organizzano e strutturano il nostro quotidiano: «che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro, anche questo è dono di Dio (Al+m'[]-lk’B. bAjß ha’îr’: vedere il bene genesiaco in ogni impegno della vita)». Mangiare, bere e godere della fatica, che scaturisce dall’impegno profuso, porta a cogliere, in quello che si fa e con le persone con cui ci si relaziona, la bellezza che Dio ha nascosto nel cuore della vita. Questa bellezza è la nozione di eternità (~l'[oh’), che ci fa entrare nel mistero del bene genesiaco (bAjß) e pertanto ci aiuta a prendere la vita per il verso giusto, imparando a sentirla propria.

Ed infine, essendo questo maestro un credente non può mancare il richiamo alla fede. È la terza via. Ma cos’è la fede per Qoelet? Altro non è che esercitarsi nella relazione con Dio, a partire da quello che si ha attorno. L’espressione del v. 14c è lapalissiana: «Dio agisce così perché lo si tema». L’allusione al timore del Signore, che è principio di ogni conoscenza e sapienza (cfr. Pr 1,7), fa capire che la percezione realistica della vita nasce dal buon senso. Quest’aspetto essenziale del realismo biblico, con tutte le sue premesse, si acquisisce nella relazione con Dio, Il timore è, per Qoelet, relazione di fiducia verso Dio, di costatazione che solo da lui possono scaturire i criteri per interpretare e capire la vita. Ciò è detto con schiettezza da Qoelet al v. 15: «Quello che accade, già è stato; quello che sarà, già è avvenuto. Solo Dio può cercare ciò che ormai è scomparso». Nella misura in cui si pratica il «timore del Signore», si acquisisce la sapienza giusta, quella che – direbbe Gc 3,17 – viene dall’alto, per ricuperare il senso più profondo della vita.

Rosario Gisana

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