Una riflessione articolata sul tema della croce, che prende le mosse dal monito di Gesù riguardante la sequela (cf. Mc 8,34-38), si coglie espressamente nel pensiero di Paolo. Il «discorso sulla croce» (lógos toû stauroû: 1Cor 1,18) è legato alla ricomprensione della sequela, per cui discepolato e croce sembrano due aspetti inscindibili della vita cristiana. Il discepolo infatti decide di seguire il proprio maestro, condividendo il suo destino. L’espressione «prendere la croce» (Mc 8,34) lascia intendere che il destino del maestro coinvolge anche il discepolo. Lo ribadisce con perentorietà l’autore del quarto vangelo: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me […]. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,18.20).
Questo legame del discepolato con la croce costituisce il ganglio vitale della sequela, ravvisabile pienamente nella vita di Paolo. Esiste infatti una passio Pauli che mette in evidenza come l’apostolo abbia imparato ad emulare, nella sua vita di fede, l’esistenza di Gesù, servo sofferente. La frase, che si legge in Fil 3,10: «Perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte» parallela a quella di Gal 6,17: «Difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo», è indicativa della peculiarità del discepolato paolino, la cui intenzione è certamente quella di solcare le vestigia di Gesù (cfr. 1Pt 2,21). Al di là delle proposizioni etiche che l’apostolo mutua dai sistemi filosofici del tempo, rileggendoli nell’ottica del vangelo, ciò che affiora dalla sua testimonianza di fede è soprattutto quest’assimilazione alla passione di Gesù.
Il discepolato di Paolo si inquadra all’interno di questa verità: «Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione» (Rm 6,5). Il cammino di fede del vero discepolo consiste nell’assimilazione della morte di Gesù, nell’imitazione della sua passione. La frase, che nell’originale greco suona «in una somiglianza della sua morte» (tȏ homoiōmati toȗ thanátou autoû), richiama sì la completa partecipazione alle sofferenze di Gesù, ma in una dimensione non sostitutiva dell’atto salvifico. Chi salva è Gesù che si avvale della cooperazione di coloro che partecipano alle sue sofferenze, che pur essendo proprie diventano misticamente sue (cfr. Col 2,24). Il senso di questa verità si enuclea nella formulazione del cosiddetto “paradosso della croce”, che l’apostolo enuncia con espressioni rivelative dell’intimo pensiero di Dio. Ed è questa la vocazione del discepolo: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: – ammonisce l’apostolo – non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti […], ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono» (1Cor 1,26-27a.28b).
L’adesione al «discorso della croce» (1Cor 1,18), che si rivela come potenza di Dio, riflette quelle condizioni discepolari, che i sinottici fissano nel monito sulla radicalità evangelica (cfr. Mt 8,18-22; Lc 9,57-60). Seguire Gesù implica per l’apostolo una duplice consapevolezza: da una parte la certezza dell’amore di Dio in Cristo Gesù, la cui misericordia è riverbero della debolezza umana; e dall’altra, la partecipazione alle sue sofferenze che per il discepolo sono potenza, giacché Paolo è dell’avviso che è sufficiente nella condizione della propria umanità l’amore eccelso di Cristo: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9a). È significativo il modo con cui l’apostolo sviluppa e forse porta alle estreme conseguenze quel «dietro di me» (opisō mou: Mc 8,34) che ha valenza di affidamento totale alla grazia di Dio, proprio a partire dalla fragilità umana. L’espressione che ne consegue: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2Cor 12,9b) lascia intendere non solo lo stato di fragilità, insito nella natura umana, ma anche tutte quelle persecuzioni e dileggi che si soffrono a causa del nome di Gesù (cfr. Mc 8,37; 10,30). Partecipare alle sofferenze di Cristo è dunque una realtà concreta, viva, coinvolgente, che reclama la condivisione della propria esistenza, sicché l’esperienza della passione di Cristo diventa quella del discepolo: «Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). In questo contesto, è suggestivo l’uso della preposizione hypér (in favore di), mediante cui Paolo fa intendere che Cristo non ha bisogno delle nostre sofferenze, ma egli le ritiene necessarie per attuare la perfetta somiglianza. È la debolezza, offerta a Cristo (hypèr Christoû = in favore di Cristo), a rendere il discepolo conforme alla vita del Figlio di Dio (cfr. Gal 4,19).
Questo vivido desiderio di conoscere Gesù, entrando in misteriosa comunione anche fisica con le sue sofferenze, esplicita la natura del discepolato paolino. L’apostolo è testimone di Cristo non soltanto nei discorsi passionali e dotti, ma anche quando viene imprigionato, portato davanti ai tribunali, trasferito da un carcere all’altro, con sorte incerta, con limitazioni gravi della libertà, con il timore della morte. Ad attestarlo vi sono passi significativi che accostano Paolo a Cristo in stridente somiglianza. Alla maniera di Gesù, l’apostolo subisce l’arresto (cfr. At 21,27-40): un arresto proditorio, ingiusto, fatto alle spalle, con un agguato. Tradimento per Gesù, tradimento anche per Paolo, inventato ad arte dai suoi nemici. Egli viene condotto, alla maniera di Gesù, davanti ai tribunali (cfr. At 22,1-26,32), con processi che simulano la giustizia, lasciando intravedere interessi personali, paure, scontri, ambizioni individuali e di gruppi. E poi la partecipazione fisica alle sofferenze di Gesù, dalla quale si coglie la desolazione, sperimentata nel testimoniare Cristo con la sua vita. È probabile che abbia persino provato l’abbandono da parte di Dio, le tenebre interiori, la desolazione, la notte dello spirito: sofferenze morali che talvolta occludono la visione e obbligano ad andare avanti nel ricordo della forza di Dio. È interessante, a tal proposito, una frase che lascia capire il momento di prova della sua fede: «Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato» (2Tm 4,16).
L’affermazione sottolinea con veemenza il processo di assimilazione della persona di Gesù, a cui Paolo si è liberamente sottoposto. Prevaricazioni, oltraggi, persecuzioni, ingiustizie non possono arrestare il moto irrefrenabile dell’amore di Dio, che si manifesta in questo discepolo, fedele e giusto. Egli si è lasciato inabitare da Cristo, accettando che trionfasse in lui la sollecitudine divina. Nonostante queste prove, l’apostolo resta dell’avviso che nella debolezza si manifesta la straordinaria potenza di quest’amore di Dio, manifestatosi in Cristo Gesù: «Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale» (2Cor 4,8-11; cf. 6,4-10; 1Cor 4,9-13).
Due passaggi di questo testo rimarcano il valore che la croce ha nella vita cristiana. Nessuno può fare a meno di cogliere la sua peculiarità nella prassi cristiana, ove discepolato e croce costituiscono il punto capitale di una riflessione non soltanto dottrinale. La frase giovannea: «Io quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32) allude all’evento della crocifissione che vedrà Cristo soggetto attivo della salvezza, pianificata da Dio fin dalla fondazione del mondo. L’enfasi della frase cade proprio sull’uso del pronome «io» (egō), evidenziando l’identità di Cristo e la sua perfetta somiglianza con il Padre (cfr. Gv 14,10). Tale condizione consente di scorgere nel volto di Cristo lo sguardo misericordioso di Dio, Padre di tutti. L’autorivelazione di Cristo, con la misteriosa allusione all’egō giovanneo, rimanda infatti a Dio. E l’attrazione a lui sulla croce, non autoreferenziale, conferma la sua prossimità con la natura divina.
Tale condizione giustifica la partecipazione al Crocifisso, e, per dirla con l’apostolo, la piena conformazione alla morte di Cristo (cfr. Fil 3,10). Si può dire che le due espressioni «attirerò tutti a me» e «conforme nella morte» siano parallele, nel senso che entrambi mettono in evidenza l’inscindibile connessione del discepolato con la croce. L’attirare di Cristo a sé è trascinamento verso sé stesso, verso quello spazio redentivo della sua collocazione sulla croce, che è pienezza di vita. Così l’espressione «tutti trascinerò verso me stesso» (Gv 12,32b: pántas helkýsō pròs emautón), come a dire che nessuno potrà evitare la benefica opera di salvezza, attuata dall’autodonazione di Cristo sulla croce, si riveste di senso discepolare. Nell’attributo pántas (tutti) sono menzionati quanti decidono di seguire Cristo, oltre ovviamente a coloro che, pur non conoscendo lui, parteciperanno della salvezza, per l’opera gratuita della misericordia di Dio. Il verbo «trascinare» (helkýein) mette in evidenza l’intenzione da parte di Cristo di voler salvare tutti a qualsiasi costo. E questo per la sua ubbidienza al volere del Padre, come ribadisce l’apostolo in Rm 5,6.8: «mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto […]. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi».
La croce di Cristo è dunque vessillo della sequela: il segno connotativo di appartenenza a Cristo, nella disponibilità a vivere la medesima azione donativa. Il discepolo, che non è da più del maestro (cfr. Mt 10,24), deve mettere in conto, nel momento cui decide di seguire il Signore, che la sua testimonianza passa attraversa quella «porta stretta» (Lc 13,24) che sottintende, quasi certamente, l’adesione alla croce. Essa colloca i discepoli in quel solco discepolare che l’autore della 1Pt 2,21 così descrive: «a questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme». L’adesione reclama la piena somiglianza al Christus patiens, il quale ha donato sé stesso accettando di assumere le fragilità altrui. A questo è chiamato anche il cristiano. Se il discepolo non accoglie la croce, come aspetto connotativo della sua vita di fede, non può essere annoverato tra i discepoli di Gesù. Tale considerazione fa capire che il vero discepolo è colui che accetta di seguire Cristo, prendendo su di sé la croce, ovvero tutto quello che gli permetterà di conformarsi alla vita del maestro.
La croce pertanto sta a significare piena disponibilità ad accettare le proprie fragilità e, secondo quanto è richiesto dalla volontà di Dio anche quelle degli altri, soprattutto quelle che si prestano a pregiudizio. Ciò significa che la vita cristiana, partecipazione alla salvezza di Cristo, passa attraverso quest’operazione di scelta, il cui fine è, appunto, la croce nella forma di quelle debolezze che non si accettano con facilità: quello scarto di umanità che è in noi e negli altri, a partire dal quale si attua il piano redentivo di Dio. Soltanto così il discepolo può tendere alla somiglianza a Cristo: conforme a quella morte redentrice che diventa per tutti certezza della riconciliazione divina. La croce, che è segno di appartenenza a Cristo, costituisce l’ambito privilegiato in cui ogni cristiano deve decidere di collocare la propria esistenza. Giovanni Crisostomo, nell’omelia 54 del suo Commento al vangelo di Matteo, così esorta colui che è chiamato a diventare discepolo: «Imprimi, dunque, questo segno nel tuo cuore e abbraccia questa croce, cui dobbiamo la salvezza delle nostre anime. È la croce infatti che ha salvato e convertito tutto il mondo, ha bandito l’errore, ha ristabilito la verità, ha fatto della terra cielo e degli uomini angeli. Grazie a lei i demoni hanno cessato di essere temibili e sono divenuti disprezzabili; la morte non è più morte, ma sonno».
✠ Rosario Gisana
